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Lirica

Un riuscitissimo allestimento per “Giulietta e Romeo” di Nicola Vaccai

A Martina Franca la raffinata «tragedia per musica» del compositore di Tolentino, interpretata da cantanti di vaglia, viene valorizzata da una regia che coniuga efficacia drammaturgica, sensibilità e bellezza.

Un riuscitissimo allestimento per “Giulietta e Romeo” di Nicola Vaccai

Oltre che operista di buon nome, Nicola Vaccai (1790-1849) fu apprezzatissimo maestro di canto. Questa circostanza non è semplicemente un dato biografico o una benemerenza professionale. La conoscenza profonda della voce, delle sue caratteristiche fisiologiche, delle sue potenzialità tecniche, della sua magia espressiva si coglie bene nelle partiture più riuscite, che offrono agli interpreti occasioni copiose di toccare il cuore con ampie campate di cantabilità e di brillare in fiammate di esuberante virtuosismo. Il segreto della scrittura di Vaccai sembra consistere nella sua ‘naturalezza’: tutto vi appare appropriato e bilanciato, lo slancio melodico non è mai stucchevole, i passi tecnicamente più ardui sembrano scivolare senza sforzo. In un’epoca di imperante rossinismo, questo maestro oggi quasi sconosciuto trova una sua cifra, sa coniare un suo idioma.

Un altro Shakespeare

Giulietta e Romeo, la creazione sua più fortunata, debutta alla Canobbiana di Milano nel 1825 e gode di una significativa circolazione, nonostante la concorrenza ravvicinata de I Capuleti e i Montecchi di Bellini (1830). L’idea di recuperarla si è rivelata una scelta assai felice. Il titolo shakespeariano è la proposta più riuscita e complessivamente più godibile, emozionante e stimolante del quarantaquattresimo Festival della Valle d’Itria. E ciò non solo per l’intrinseca qualità della partitura, ma anche per la qualità dell’interpretazione musicale e per l’efficacia della messinscena.

Un solo appunto prima di enumerare i molti meriti dello spettacolo. L’opera nasce con i recitativi semplici; ci sarebbe voluto uno scatto di coraggio a lasciarli così com’erano, anziché strumentarli con l’intento di dare un effetto di continuità. Viene da pensare che un pubblico attento e consapevole come quello di Martina Franca non avrebbe faticato troppo a metabolizzare l’impatto con un oggetto desueto, scabro, in parte spiazzante ma storicamente più coerente.

Un piacere per l’occhio e per l’orecchio

Per incorniciare l’azione, Alessia Colosso disegna una scena di sapore gotico e di taglio obliquo, con ottimo effetto di profondità. La cupa fortezza traduce visivamente il controllo oppressivo che Capellio esercita sulla figlia Giulietta, forzata alle nozze con Tebaldo. La camera della fanciulla è un nido precario sospeso entro la parete impenetrabile; inizialmente è luogo dell’intimità e della trepidazione, ma nel secondo atto si chiude per delimitare lo spazio della morte.

L’atmosfera è da subito luttuosa. Ad annunciare un destino segnato sono i costumi neri, splendidi, di Giuseppe Palella, che si tingono di riflessi cupi di bronzo solo in occasione dei festeggiamenti nuziali, come fossero costretti a una finta ed effimera allegria. Il bianco di Romeo e di Giulietta da sposa è l’unica nota di contrasto, la parola vana dell’amore che risuona in un mondo dominato dall’odio e dalla vendetta.

A Cecilia Ligorio va un plauso speciale. Il suo lavoro è un esempio di quello che una buona regia dovrebbe essere: i movimenti dei singoli e delle masse sono sempre plausibili e giustificati e permettono allo spettatore di controllare il dipanarsi degli eventi; i gesti sono incisivi ma non didascalici; la cura del dettaglio non va mai disgiunta dalla visione organica dell’insieme. Le fasi musicalmente più dilatate diventano laghi contemplativi, quelle più concitate non risultano mai confuse. Da manuale il trattamento della figura di Adele, madre di Giulietta, chiamata a incarnare un’inutile opposizione al rancore dilagante.

Se lo spettacolo funziona, la parte musicale non è da meno. Sesto Quatrini dirige con rigore e con passione e sa trovare i tempi giusti. La sua lettura è serrata ma mai precipitosa, mutevole senza risultare dispersiva. L’orchestra Accademia Teatro alla Scala e il coro del Teatro Municipale di Piacenza si lasciano guidare in una intensa esperienza esecutiva, arricchita dall’apporto preciso degli strumenti solisti. Ottima è inoltre l’intesa con i cantanti.

I tre personaggi principali del dramma trovano a Martina Franca interpreti di alto profilo. Leonor Bonilla è perfetta nei panni della protagonista: la sua emissione è limpida e agile, ma trova anche il giusto spessore nei momenti di maggiore trasporto o di più intimo tormento. Colpisce la varietà dei colori che si sprigionano dall’ugola del soprano spagnolo, qui già apprezzata Francesca nel 2016 nella Francesca da Rimini di Mercadante e oggi capace di conferire il giusto rilievo drammatico a Giulietta. Brava Raffaella Lupinacci nell’impegnativo ruolo contraltile di Romeo, al quale spettano alcuni dei momenti più belli e celebrati dell’intera opera. In crescendo la prova di Leonardo Cortellazzi nei panni di Capellio, con la voce che acquista pienezza ed esattezza scena dopo scena.

Il pubblico apprezza e saluta tutti gli artisti con il fragore di applausi più che meritati.

Lucio Tufano

  Redattore

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