Lirica

Quante dimensioni per il Flauto Magico?

Musica e teatro, ma anche cinema ed animazione per la fiaba di Tamino e Pamina al Teatro dell’Opera di Roma

Tamino, Sarastro, Papageno, Tamina
Tamino, Sarastro, Papageno, Tamina

Un’opera così frequentemente rappresentata ci ha abituato a letture di ogni tipo: l’argomento magico ed onirico si presta alle più varie proposte, le fiabe sono l’antitesi del realismo, pertanto i registi sono liberi di sbizzarrirsi. La versione che il 10 ottobre abbiamo visto in scena al Teatro dell’Opera di Roma è però veramente originale, perché vede i protagonisti interagire non solo tra loro, ma anche con animazioni e video.

Teatro, ma a due dimensioni come un film

La regìa di Barrie Kosky è supportata dalle proiezioni del gruppo “1927” di Suzanne Andrade e Paul Barritt, che di fatto costituiscono la scenografia a due dimensioni in cui si muovono i personaggi. L’estetica è quella dei film muti degli anni ’20, quella del cabaret espressionista e quella dei primi film di animazione di George Méliès. I personaggi escono da porte girevoli a mezza altezza, quasi sospesi nel vuoto, un po’ come le figure dei santi sulle facciate delle cattedrali gotiche, in un turbinio  di fiori, di animali volanti, di silhouette di mostri minacciosi, di immagini e colori dei moderni fumetti. Un vero pastiche

Il cinema muto è continuamente rievocato, Pamina è pettinata e vestita come Louise Brooks mentre il crudele Monostatos sembra il Nosferatu del film di Murnau. Inoltre sono stati soppressi i dialoghi parlati, ricordiamo che si tratta di un Singspiel, e sono stati sostituti con brevi didascalie proiettate come in un vecchio film, con l'accompagnamento dal vivo delle note di un fortepiano.

Illuminismo, esoterismo e massoneria in musica

La musica racconta gli avvenimenti e illustra il carattere dei personaggi con una simbologia esplicita, il conflitto eterno tra le tenebre e la luce è descritto dal contrasto tra la squillante crudeltà della Regina della Notte, rappresentata come un ragno, e la saggezza pacata di Sarastro. La straordinaria varietà di generi musicali è funzionale al racconto, ma potrebbe anche avere un intento pedagogico considerando il destino popolare dell’opera.
L’orchestra diretta da Henrik Nànàsi, reduce dal successo de La bohème in questo teatro, è coinvolgente e precisa quando accompagna i cantanti, un po’ meno brillante nell’ouverture iniziale. I cantanti sono tutti perfetti nei loro ruoli, ben diretti musicalmente, ma anche efficaci nella loro interazione con le animazioni.
Una citazione per la tenera Pamina di Kiandra Howarth e per l’appassionato Tamino di Giulio Pelligra, la Regina della Notte di Olga Pudova è brillante e precisa, ma non adeguatamente crudele. Le tre dame Louise Kwong, Irida Dragoti e Sara Rocchi sono perfette, intriganti e buffe, ricordiamo che sono il prodotto del progetto “Fabbrica” del Teatro dell’Opera di Roma. Grande Papageno è Joan Martin-Royo. Una citazione meritano anche i tre genietti interpretati da Giulia Peverelli, Ercole Cortone e Bianca Ragozzino della Scuola di Canto Corale del Teatro. Il Coro diretto da Roberto Gabbiani non delude e regala al pubblico romano un’altra grande prestazione.

Umberto Asti

  Redattore

Professore di scienze in pensione, antico frequentatore delle istituzioni musicali romane, orecchiante evoluto, organizzatore di concerti nelle scuole...

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