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Cinema

Oscar 2018: la rivincita degli outsider

A poche ore dalla consegna dei premi Oscar, invece di sciorinare preferenze, pronostici o aneddoti, abbiamo preferito soffermarci su un particolare passato quasi in sordina...

Oscar 2018: la rivincita degli outsider

La notte degli Oscar, giunta quest'anno alla 90° edizione e di imminente svolgimento, è da sempre stata una sorta di Giano bifronte. Da una parte l'apparenza, il glamour e il tentativo di rimanere al passo coi tempi. Dall'altra, una autocelebrazione di un certo modo di intendere il cinema spesso ingessata nelle scelte, votata alla spettacolarità - anche recitativa – ad ogni costo, meglio se amalgamata a buoni sentimenti e a un pizzico di “ruffianeria”. Il tutto volto a dare un'immagine rassicurante di Hollywood.
Ma qualcosa, quest'anno, sembra un pochino differente...

I “nomi della rosa”

Chi gradisce il prodotto classico e senza particolari innovazioni – altrimenti detto “filmone”, con tutti i tratti positivi e negativi che il termine implica – può buttarsi su The Post o su L'ora più buia. La tendenza più interessante che è però emersa, scorrendo la lista dei candidati, è relativa allo spazio lasciato alle produzioni di stampo (più o meno) indipendente e/o al di fuori della logica del “filmone” di cui sopra.
Mai come quest'anno, infatti, la rosa di candidature a miglior film copre quasi ogni genere cinematografico: il fantastico (La forma dell'acqua), l'horror (Get out), il melodramma (Il filo nascosto), gli indipendenti più o meno a la Sundance Festival (Lady Bird e Chiamami col tuo nome), il war movie/esercizio di stile Dunkirk e la pellicola ad alto tasso di coscienza civile Tre manifesti a Hibbing, Missouri.

E ora qualcosa di completamente diverso...

Ma ancor di più, balza all'occhio – e qui sarebbe interessante, a giochi fatti, capire che grado di premeditazione ci sia nella scelta dell'Academy – quanto la figura del “diverso” (senza alcuna accezione negativa, sia chiaro) abbia un ruolo di rilevanza nelle pellicole candidate. Finalmente non più un “diverso” da esibire in una pellicola come prova di bravura recitativa di un attore, ma realmente – e soprattutto “normalmente” – protagonista di una storia forte, dove la “diversitudine” è (finalmente!!) soltanto uno degli elementi della narrazione.
Quest'anno quindi il focus sembrerebbe essersi spostato non più sull'interpretazione istrionica in grado di dare lustro alla pellicola (vedi il Churchill di Gary Oldman, mimesi straordinaria in un film tutto sommato mediocre), ma alla “normalità” della storia con personaggi “eccezionali”, sia che si parli di una love story con un mostro acquatico, di un ragazzo nero presentato ai genitori ultra liberal della fidanzata WASP o di una storia di formazione sentimentale etero o gay.
”È un simbolo perfetto dell’industria cinematografica: un uomo con un corpo forte e atletico che stringe in mano una grossa spada scintillante e a cui è stata tagliata una bella fetta di testa, quella che contiene il cervello”.
Frances Marion

And the Oscar goes to...

A poche ore dalla consegna dei premi, difficile pronosticare quale film la giuria dell'Academy avrà scelto come miglior pellicola, se avrà preferito la rassicurante prevedibilità o se stupirà facendo una scelta controcorrente. I precedenti nella storia degli Oscar ci sono tutti (i primi ad affacciarsi alla memoria sono Il silenzio degli innocenti, Gli spietati e Non è un paese per vecchi), anche se in ordine sparso e mai fino ad ora concentrati in una sola edizione. Qualsiasi potrà essere comunque la scelta, l'aver incluso nella rosa dei finalisti pellicole che fino a pochi anni fa sarebbero state definite di “genere” e come tali liquidate, con personaggi quasi o del tutto fuori dagli schemi, ad oggi è già un bel passo avanti per un'industria votata essenzialmente al “classicismo”.

Alessandro Bronzini

  CAPOREDATTORE

“Bronz” (a parte i genitori, a memoria d'uomo pare che nessuno l'abbia mai chiamato Alessandro) è cultore di cinema: sacro il quartetto Walter Ma...

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