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Cinema

Dio è donna e si chiama Petrunya - Una irriverente e originale critica al pregiudizio

Acclamato al Torino Film Festival e vincitore del Premio Lux 2019, arriva per Natale nelle sale italiane l'ultimo film di Teona S. Mitevska.

Stefan Vujisic e Zorica Nusheva 
Stefan Vujisic e Zorica Nusheva 

Immaginate una cerimonia religiosa riservata a soli uomini che si svolge ogni anno allo stesso modo: il prete lancia la croce nel fiume e gli sfidanti si tuffano a prenderla, il vincitore avrà un anno di fortuna. Ora pensate se una donna decidesse di partecipare riuscendo addirittura a trionfare, suscitando l'indignazione dei fedeli, della comunità ecclesiastica e delle istituzioni. 

Potreste pensare di essere nel medioevo o in un'epoca lontana: invece la regista macedone Teona S. Mitevska nella sua ultima opera Dio è Donna e si chiama Petrunya ci trasporta nella Macedonia del 2018, ispirandosi ad un analogo episodio accaduto nella città macedone di Štip nel 2014. Mitevska (coautrice del film insieme alla scenografa Elma Tataragic) però non si limita a riportare i fatti, li trasforma, li amplia e ne trae un piccolo gioiello senza tempo. 

Zorica Nusheva - Petrunya

La protagonista che non ti aspetti (e che forse non ti piace nemmeno)

Ma chi è l'inconsapevole eroina in Dio è donna e si chiama Petrunya, che con il suo gesto ha sconvolto la tranquillità cittadina macedone? Petrunya (Zorica Nusheva) è una corpulenta trentaduenne laureata in Storia, disoccupata da sempre che vive ancora con in genitori nella città di Štip, un posto dimenticato da tutti. Non brilla certo per simpatia anzi è piuttosto scontrosa, insolente e affronta la vita in maniera passiva. Viene spinta dall'ossessiva madre (Violeta Shapkovska), disperata più per la grassezza della figlia che per la sua disoccupazione, a partecipare all'ennesimo colloquio di lavoro.

Il lancio della croce

La croce della discordia

Tornando a casa da questo umiliante incontro, Petrunya si imbatte in una cerimonia ortodossa: il prete (Suad Begovski) sta per lanciare una piccola croce di legno nel fiume e gli uomini scalpitano per prenderla (è un usanza tipica dei paesi Balcani ortodossi che si svolge ogni anno a ridosso dell'Epifania).

Inaspettatamente, la donna decide di lanciarsi in acqua riuscendo addirittura a prendere il simbolo religioso, tra lo stupore e il divertimento del pubblico, l'ira degli uomini che partecipavano alla gara - che cercano di strapparglielo via - e lo sgomento del prete. L'episodio, ripreso dalla folla accorsa sul posto, viene postato in rete e attira l'attenzione di un'intraprendente giornalista di un'emittente nazionale (Labina Mitevska, sorella della regista) disposta a tutto pur di intervistare Petrunya. 

Zorica Nusheva e Suad Begovski in una scena del film

Ma se Dio fosse Donna?

"È davvero un problema cosi grande se una donna prende la croce?" chiede Petrunya al prete.
Evidentemente si, se la giovane è stata condotta alla polizia e trattenuta senza però essere stata arrestata in quanto non ha commesso un reato vero e proprio. Ed è in questa stazione di polizia che la vicenda assume i contorni più grotteschi, cupi e tragicomici.

La regista non calca mai troppo la mano sulla discriminazione sessuale, non ce n'è bisogno. Sarebbe infatti riduttivo definire Dio è Donna e si chiama Petrunya un film meramente femminista. Centrali nella narrazione sono il tema della disoccupazione e dell'arretratezza culturale di un paese che non sembra voler far nulla per progredire, ma che insiste a rimanere aggrappato ad un passato che non risponde ai bisogni dei suoi cittadini. La vicenda che si svolge in una sola giornata ha il peso del tempo che ci è voluto per arrivarci. Tempo che ha impiegato la stessa Petrunya ad acquisire consapevolezza di sè e dei suoi diritti in quella stazione di polizia, un po' purgatorio un po' Eden (emblematica è l'immagine della ragazza nella stanza dell'interrogatorio circondata da pareti raffiguranti una giungla). Particolari e soluzioni narrative che danno al film un'intensa leggerezza che non ricade mai nel folclore e nella caricatura facile ai film dell'est Europa. 
 

Perché vederlo? 
Il film è una ventata di originalità in uno scenario che affronta il pregiudizio cadendo spesso in stereotipi risaputi.

Perché non vederlo?
La pellicola non indugia nel sensazionalismo, non vuole emozionare ma far riflettere, quindi non è indicato a chi è alla ricerca della spettacolarizzazione a tutti i costi.

 

Rachele Nesereab

  Redattore

Sociologa di formazione, comunicatrice per necessità. Appassionata dell'Arte in tutte le sue declinazioni. Ha sviluppato la sua passione sia lavorand...

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