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Arte fuori dal palco

Il calvario di Antonio Smareglia, musicista senza nazione

Moderno Carneade, oggi il nome di Antonio Smareglia suscita la celebre domanda manzoniana: chi era costui? Eppure un tempo tutte le sue opere venivano ben accolte nei teatri europei.

Il calvario di Antonio Smareglia, musicista senza nazione

“Le opere di Antonio Smareglia” di Paolo Petronio, pubblicato da Zecchini Editore nella meritoria collana “Personaggi della Musica”, è la riedizione d'un saggio uscito nel 2004 per i tipi delle Edizioni Italo Svevo di Trieste. Testo di limitata diffusione e non più reperibile, che ritorna quindi in libreria - ed è un bene - con alcuni aggiornamenti.

Sparire nel nulla, dopo tanta meritata considerazione

Nato a Pola nel maggio 1854 da padre di ceppo italiano e madre istrocroata, formatosi al Conservatorio di Milano, Smareglia entrò nell'entourage di Giovannina Lucca, ricetto di ferventi musicisti filowagneriani e di scrittori scapigliati; con essa pubblicò le opere Preziosa (1879) e Bianca da Cervia (1882), accolte con favore al Teatro Dal Verme ed alla Scala; e nondimeno ancora intrise di umori verdiani. Con la cessione del catalogo Lucca alla potente Casa Ricordi l'istriano si trovò improvvisamente senza appoggi, subendo anzi l'ostilità dell'editore milanese che non fu estraneo alla caduta di Re Nala (Teatro La Fenice di Venezia, 1887). Il giovane autore si consolò con i lusinghieri successi delle successive opere, tutte di considerevole diffusione: Il vassallo di Szigeth (Vienna 1889); Cornill Schut (Praga 1893); e Nozze istriane (Trieste 1895). Quest'ultima, fortemente intrisa di Verismo, è la sua opera più conosciuta, ancorché forse non la migliore. Sino ad allora Smareglia aveva contato su librettisti del calibro di Angelo Zanardini, Francesco Pozza, Luigi Illica.

Tra il 1897 ed il 1914 apparvero le tre opere ideate per lui dal giovane scrittore triestino Silvio Benco, musicalmente ispirate ad un tardivo wagnerismo e letterariamente intrise di atmosfere fantastiche. La falena ottenne a Venezia nel 1897 un'accoglienza lusinghiera, al pari delle successive Océana (1903) e Abisso (1914) entrambe date alla Scala, rispettivamente sotto Toscanini e Serafin. Ma poi tutte, a conti fatti non girarono granché, con grande amarezza di Smareglia il quale, poco prima della morte, ripropose a Trieste con buon esito un rifacimento del Cornill Schut, intitolandolo Pittori fiamminghi. La morte lo colse a Grado nell'aprile 1929, a causa di un tumore alla gola. Per un'operazione mal riuscita dal 1900 era diventato cieco, costretto quindi a dettare ad altri le sue musiche; in più, da molti anni era andato incontro ad umilianti difficoltà economiche.

Troppo mitteleuropeo per gli italiani, troppo italiano per i mitteleuropei

Paolo Petronio individua più d'un motivo per la rapida scomparsa dei lavori del musicista istriano dai cartelloni dei teatri (salvo qualche riapparizione nelle sale dell'Est più vicino): anzitutto, la collaborazione con il velleitario Benco avviò un percorso artistico senza sbocco, instradandolo verso un isolamento culturale rafforzato poi dalla frammentazione, post 1918, dell'Impero Austro-Ungarico. Entità in cui era nato, della quale era stato suddito, e che costituiva il suo più fruttuoso campo d'azione. Di fatto, da allora diventò una specie di apolide culturale, troppo italianeggiante per l'Austria, troppo mitteleuropeo per l'Italia; e molto contò, tra l'altro, la precedente mancata adesione all'irridentismo giuliano.

Pesarono molto inoltre due dettagli non da poco: un carattere difficile e scarsamente diplomatico, e la falsa nomea di menagramo appiccicatagli per dispetto a Milano, dopo l'esecuzione di Océana, e mai più rimossa dall'ambito musicale.
Dunque l'emarginazione di Smareglia datava già da prima della sua scomparsa, pur se la parte migliore del suo lavoro – come dimostrano certi coraggiosi recuperi – non merita certo l'oblio in cui è caduta. Bentornato dunque questo puntuale saggio del musicologo triestino (pagg. 347, euro 29,00), completo di numerosi esempi musicali; nel quale dopo averne esposto esaurientemente la biografia, passa in rassegna con competenza e completezza critica – ed un tocco di passione e di affettuosa partigianeria – tutte le sue opere liriche.

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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