Teatro

Silvio Orlando: “Fate attenzione, la solitudine è piacevole!”

“In teatro cerco di dire le cose che voglio io, al cinema cerco di capire cosa vuole dire il regista”: Silvio Orlando racconta a Teatro.it la sua collaborazione con Lucia Calamaro e il rapporto con teatro e cinema.

Silvio Orlando
Silvio Orlando © Teatro.it

Uno degli spettacoli più attesi dell’ultimo weekend della 61° Festival dei Due Mondi di Spoleto è stato Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato), il nuovo lavoro di Lucia Calamaro, drammaturga e regista vincitrice di tre premi UBU, con protagonista Silvio Orlando
Abbiamo incontrato il celebre attore partenopeo in occasione del debutto spoletino.
 

Dopo il successo della tournée di “Lacci”, ritorna al contemporaneo con il nuovo testo di Lucia Calamaro. Com’è nata l’idea di questa collaborazione artistica? 
Siamo una compagnia che si è data come ragione sociale il cercare di raccontare l’oggi con le parole dell’oggi; siamo molto curiosi, attenti, andiamo in giro, ci guardiamo intorno… ho visto un paio di spettacoli di Lucia Calamaro al Teatro India, a Roma, e poi per un caso fortuito e fortunato lei ha espresso la disponibilità a lavorare insieme. Mi ha inviato un testo abbastanza misterioso, che non ho ben capito; in seguito ci siamo incontrati e abbiamo parlato di questa nostra collaborazione, e alla fine abbiamo iniziato a lavorare insieme.

Silvio, il personaggio che interpreta, ha il suo stesso nome, è un caso?
Lucia lavora così, tende sempre a dare i nomi degli attori ai suoi personaggi per raccontare una vicinanza, come se fosse una specie di seconda pelle, un abito fatto su misura sull’attore, una sorta di zona di confort dell’attore per poter esprimere al massimo la propria emotività, la propria compartecipazione al testo.
 

Silvio Orlando in "Si nota all’imbrunire"


Il personaggio di Silvio è un uomo solo, che si è isolato volontariamente, un personaggio stratificato e complesso. Come ha costruito questo personaggio?
Devo dire che abbiamo fatto un lungo lavoro di prove rispetto alla media italiana: 40 giorni veri con Lucia che stava lì, scriveva, tagliava, riscriveva; siamo partiti da un materiale che era quasi il doppio di quello che poi è arrivato in scena. Attraverso questo lento avvicinamento abbiamo creato Silvio, e forse ancora non siamo proprio arrivati e speriamo di non arrivare mai a una definizione completa del personaggio, credo si debba cercare sempre di lavorare su dei margini di approssimazione, nei quali trovare una cosa più bella, più precisa, più giusta.

Silvio è un personaggio che ovviamente mi corrisponde, nel senso che ha i desideri che forse abbiamo tutti, ma ha anche una una sorte di malinconia -che mi appartiene- e la voglia di isolarsi, di non prendere parte alla sarabanda che lo circonda e quindi abbandonarsi un po’ alla libidine dell’isolamento che è molto pericolosa e lo spettacolo avverte anche di questo gli spettatori: fate attenzione, questa solitudine è anche piacevole, però il cervello in quelle condizioni si guasta un po’.

L’autrice parla di “solitudine sociale”, definita come patologia: lei avverte questa malinconia di fondo, in comune con il personaggio, però non ha vissuto questa esperienza.
No, ancora no (ride)… non so se c’è un ritorno da questa patologia, se quando uno intraprende quella strada possa poi tornare indietro, ma non credo si guarisca.

Si sta bene da soli e ci si basta, questa “sensazione” nasce appunto da un’insofferenza per gli altri che è un sentimento molto diffuso oggi, quella “bella pazienza” che avevamo un tempo (forse perché eravamo anche un po’ costretti per forza di cose dalla vita a stare insieme agli altri) oggi non ci appartiene più: sembra quasi che siamo diventati degli esseri autarchici che riescono a vivere da soli in maniera soddisfacente.
 

Silvio Orlando in "Si nota all’imbrunire"


Il problema è che questa patologia non riguarda più solo le persone di una certa età, che hanno già un vissuto, ma anche i giovani.
Beh, sotto altre forme forse, un certo autismo da internet probabilmente fa parte un po’ di questo grande allarme.

Lei nasce come attore teatrale, per poi dedicarsi al cinema, dove ha lavorato con i più importanti registi del panorama italiano. Dove si sente a casa, a cinema o al teatro?
Dipende un po’ anche dalle fasi della vita; insomma la mia autarchia, diciamo la mia solitudine sociale forse è proprio il teatro, il luogo in cui mi sento più mio agio, nel senso che padroneggio di più le cose che faccio, i miei progetti, i miei desideri e questo anche perché negli ultimi anni insieme a mia moglie mi auto-produco e ciò mi consente una libertà e un vero e proprio rilancio mentale di senso di quello che faccio, quindi il teatro probabilmente in questo momento è la mia vera casa. In teatro cerco di dire -e a volte ci riesco- le cose che voglio io, al cinema cerco di capire cosa vuole dire il regista.

Lei ha vinto numerosi premi: la Coppa Volpi, i David di Donatello, i Nastri d'argento, il globo d'oro e il ciak d'oro. Qual'è il suo rapporto con la critica?
È il primo grado di giudizio. Sono sempre tre i gradi di giudizio: il primo è la critica, il secondo è il pubblico e il terzo è la storiografia. Naturalmente uno vuole essere assolto subito. Devo dire che io non ho conflittualità particolari con la critica, insomma cerco di capirne le motivazioni e penso sempre che se su cento uno parla male, beh quello forse è l’unico che è stato sincero, che mi sta dicendo la verità.

C’è un po’ di pessimismo in questa affermazione…
No, di autolesionismo (ride).
 

Silvio Orlando 


Quali sono i suoi progetti artistici futuri, oltre a questa tournée che la impegnerà nella prossima stagione teatrale?
Con la tournée teatrale incominceremo un po’ in là, a febbraio, perché prima dovrò girare la seconda stagione “The Young Pope”, che si chiama “The New Pope”, la serie di Paolo Sorrentino per Sky: un impegno molto grande che debutterà in autunno dell’anno prossimo.

Che tipo di esperienza è lavorare in una grande produzione Sky, diretti da Sorrentino, con un cast internazionale, in una serie di successo? Attualmente le serie sono diventate una forma d’arte paragonabile al cinema.
È un’altra forma di racconto, di narrazione delle cose, meno sintetica forse rispetto al cinema. Mi sono trovato bene, è stata un'esperienza anomala però anche rassicurante, nel senso che poi alla fine non siamo così diversi da queste star, da questi attori stranieri, e ci si riesce a confrontare e non sfigurare.

Impari sicuramente tanto da questo tipo di esperienza; per esempio osservando Jude Law, il protagonista della prima serie, capisci che cosa significa essere una vera e propria macchina da cinema a livello internazionale. C'è una qualità professionale eccellente su set, una forma di professionismo molto alto… spesso noi siamo degli ottimi artigiani, e forse magari ci fermiamo un po’ su quell’aspetto lì.


LA SCHEDA SPETTACOLO: Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato)
 

Valentina Scocca

  Redattore

Laureata in Scienze della Comunicazione, con specializzazione in Discipline Teatrali, Facoltà di Lettere e Filosofia, presso l’Università degli St...

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