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Teatro

Rabih Abou Khalil, incontro musicale fra Oriente e Occidente

Rabih Abou Khalil, incontro musicale fra Oriente e Occidente
La cittadina più affascinante del Marocco è Fès, con le mura color ocra e il gigantesco souk della Medina. Ospita la più antica università conosciuta al mondo, letterati, teologi e artigiani, a cui offre l’almosfera dei suoi altopiani. Qui, da una dozzina d’anni si svolge Spirit of Fès, nominato dalle Nazioni Unite nel 2001 come uno dei dieci più rilevanti eventi internazionali per il Dialogo fra le Culture. La manifestazione ha un forum intitolato “Dare un’anima alla globalizzazione” il cui obiettivo principale è l’adozione di musica, arti e dibattiti, con esperti provenienti da tutto il mondo, quali strumenti per contribuire alla pacifica convivenza tra popoli. Per il secondo anno, Milano ospita in trasferta una quantità di musicisti e un cartellone che offre loro collaborazioni nostrane in differenti spazi, dove tutti sono stati applauditi da un pubblico attento e appassionato. Lunedì 27 novembre c’è l’ultimo appuntamento, il concerto più atteso al Teatro Dal Verme alle ore 21. Presenta il musicista e compositore di origine libanese Rabih Abou Khalil, cresciuto in una Beirut cosmopolita che negli anni ’60 e ’70 era considerata un gioiello del benessere. Khalil ha lasciato il suo Paese durante la guerra civile del 1978 e si è trasferito presso Monaco, in Germania, dove vive tutt’ora. L’artista è uno dei più noti solisti di liuto arabo del mondo e, fin dai primi anni ’80, ha proposto una miscela originalissima di suoni orientali con improvvisazioni jazz. Compone molte delle sue melodie e viene considerato un virtuoso. Ha riportato in auge il liuto anche grazie all’utilizzo anomalo che ne fa. La sua è una tradizione classica diversa dalla maghrebina: è musica araba orientale infiltrata da improvvisazioni jazz. Ho intervistato il suo impresario e amico, Fabrizio Guglielmini. Come si presenta questo artista? “Ai suoi concerti la gente balla! Trascina il pubblico, letteralmente. Khalil ha un ottimo rapporto coi componenti del suo quintetto, formato da due italiani, Luciano Biondini alla fisarmonica e Gavino Murgia ai sassofoni e voce, il francese Michel Godard alla tuba e Jarrod Cagwin alla batteria. A noi piaceva l’idea di musica come strumento di comunicazione universale tra popoli, reale. Così come è reale e palpabile la capacità di congiungimento fra civiltà”. Come il suo gruppo musicale multietnico? “Certo, è il modo migliore di corrispondere alle caratteristiche del dialogo fra culture, tipico del Festival di Fès e dello spirito autentico di Rabih, un grandissimo musicista capace di far venire i brividi a tutti quelli che lo ascoltano, per l’intensità e l’incredibile bravura che esibisce. E’ ambasciatore culturale del suo Paese: non si occupa di politica ma è per la pace, da un punto di vista culturale. Al Festival di Fès si riuniscono artisti dal Brasile come dall’Estremo Oriente”. Cosa pensa dell’Italia, Khalil? “L’ama molto, ha girato personalmente il nostro Paese fino a quando ha trovato, scelto e ingaggiato i due musicisti che ora formano il suo Quintetto. Talvolta suona in Trio, dipende dal genere di impegni. Ama molto pure le donne e per le italiane credo abbia avuto particolare attrazione. Ma non direi di più, è sposato e ha figli”. Cosa ci dici del suo insolito strumento? Il liuto è molto bello da ascoltare ma è un po’ rigido, anche se commovente. Però Kabih lo ha sdoganato e lo usa quasi come una chitarra! Non direi che suoni world music, ma piuttosto un genere cosmopolita. E’ stato definito dai critici britannici un artista unico, capace di creare un territorio comune fra musica araba e improvvisazione di matrice jazz. Penso che nessuno l’abbia mai fatto, prima di lui e certamente nessuno sa farlo così bene”. Ci sono sue incisioni? “Sì, ha pubblicato numerosi album a cui spesso ha disegnato personalmente la copertina. I suoi titoli più recenti sono ‘Il Sospiro’, in cui regala degli assolo col liuto e ‘Journey to the Centre of an Egg’, in cui continua il genere di ricerca musicale che ha iniziato a sviluppare fin dagli anni ’70. Ma ci sono dischi come ‘Sultan’s Picnic’ degli anni ’80, ‘Arabian Waltz’ e ‘Odd Times’ che pure esprimono il suo pensiero e il suo incredibile talento. Compone anche per altri musicisti ma il suo ensemble, con cui lo vedremo lunedì, è superlativo”.

Daniela Cohen

  EX-REDATTORE di MILANO

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