Teatro

Paolo Hendel: 'Uno spettacolo per ridere delle nostre traballanti certezze'

Intervista al comico toscano che, con "Fuga da via Pigafetta", lascia il monologo per una commedia brillante che fa riflettere sul rapporto con la tecnologia, sulla paura del futuro e sul desiderio di tornare a vivere con leggerezza. Con un ricordo speciale di Monicelli e un "altolà" a Carcarlo Pravettoni...

Paolo Hendel: 'Uno spettacolo per ridere delle nostre traballanti certezze'

"L'unico problema per me è riuscire a non ridere mentre sono in scena, perché ci sono situazioni che vengono di giorno in giorno modificate con l'improvvisazione".  Paolo Hendel racconta così il suo nuovo spettacolo, Fuga da via Pigafetta, in scena al Teatro Giuditta Pasta di Saronno (Varese) il 4 febbraio, poi in tour in molte città italiane. 

Questo lavoro ricorda un tema già affrontato durante la sua carriera: il rapporto complicato con un certo lato oscuro della tecnologia. Come mai non riusciamo proprio a farla stare dalla nostra parte, questa tecnologia?
Io mi auguro che ci si riesca, però... prendo anche in esame l'ipotesi che ci si possa non riuscire. Marco Vicari, giovane autore di talento e io abbiamo proposto a Gioele Dix uno spettacolo, cosi' come lo avevamo immaginato, chiedendogli di farci la regia. Gioele si è buttato nell'impresa con generosità e siamo andati avanti a scrivere. Si è pensato a questo meccanismo in una chiave comica. Questa è una commedia a 3 personaggi di cui due in carne e ossa (un padre e sua figlia ) e un  terzo personaggio, un computer, con cui il protagonista vive in un piccolo monolocale. Tra il protagonista e questo computer c'è una sorta di meccanismo che può far pensare alla Strana coppia di Neil Simon:  ci punzecchiamo di continuo.

E la "fuga da via Pigafetta" quale meta ha?
Ai miei esordi ho provato a scaldare i motori con un esperimento, un monologo che si chiamava Via Pigafetta navigatore. Quello di adesso però è tutto un altro spettacolo: siamo partiti dallo stesso tema della scissione dell'alter ego, però qui è giocato in una chiave diversa. Siamo nel 2080, un futuro prossimo, non così fantascientifico. Il protagonista si chiama Nestlè Montalto Mitsubishi, perché nel 2080 è invalsa l'abitudine di sostituire al nome delle persone lo sponsor, per guadagnarsi quei due spiccioli in più. Nestlé Montalto Mitsubishi ha una figlia: finiti gli studi le offrono un lavoro, ma la figlia non va a Berlino, a New York, a Londra o in Australia, ma le hanno offerto un lavoro di psicoterapeuta su Marte. Si può capire lo sconvolgimento di questo padre che, vivendo isolato, vorrebbe avere la figlia in qualche modo vicina. Si arriva alla sorpresa finale in cui la figlia riuscirà a in qualche modo a far tornare al padre la voglia di vivere, di uscire.

Tema molto attuale, mi pare...
In questo progetto siamo partiti proprio dal mood di oggi, dallo stato d'animo che osservo intorno a me, con questo futuro che ci spaventa. Questo personaggio ci fa pensare un po' a Oblomov di Goncarov, meraviglioso romanzo russo. Però qui è diverso, perché questo è un personaggio che ha più speranza di Oblomov: da una parte ha forse più paure, più insicurezze, mentre Oblomov non aveva forse la paura del futuro; oggi viviamo in un mondo in cui ci si chiede se ci sarà un domani per questo mondo, però c'è anche, grazie a questa figlia, una spinta a cambiare. Il protagonista si domanda se per caso non sia il caso di partire e andare su Marte e rifarsi una vita. Tutta la situazione è giocata però sempre in chiave comica: questo personaggio se ne sta in casa, tutti i giorni, va alla Coop a far la sua spesa, perché nel 2080 c'è ancora la Coop, e ora si preoccupa che anche su Marte aprano una coop.

Come gestisce gli spazi della sua tradizionale libertà di espressione, che arrivava spesso all'improvvisazione, con le attuali compagnie artistiche di Marco Vicari e di Gioele Dix?
Intanto Gioele Dix è un regista molto attento, con una grande sensibilità, ed è uno straordinario compagno di giochi. Quindi qualsiasi spunto comico dello spettacolo viene incorniciato e sottolineato in modo giusto, ma Gioele Dix è anche molto attento al rapporto tra gestualità, movimento ed espressività, linguaggio e battuta da dire, è attento ai personaggi da interpretare e al rapporto psicologico con la figlia. Quindi stiamo facendo un lavoro molto accurato, in modo tale che in ogni momento ci sia una costruzione e un motivo per muoversi sulla scena in un modo piuttosto che in un altro.

Jannacci era un medico, Checco Zalone è laureato in legge, lei è laureato in Lettere. Insomma, prima di fare il cantante o l'attore bisogna studiare qualcos'altro?
(Ride, ndr.) O forse quando uno si laurea si accorge che non può far nulla di meglio e si mette a fare il cantante o l'attore, perché tutti gli altri lavori purtroppo sono ormai irraggiungibili. Uno si trova laureato in qualcosa e poi fa quello che ha voglia di fare, quando ha la fortuna di poterlo fare. La mia grandissima fortuna è quella di potermi trovare lì a giocare con altre persone, e di inventarmi una storia e poter riproporre degli stati d'animo e quello che sento e giocare intorno a tutto questo.

Lei ha quasi del tutto lasciato la televisione ed il cinema per dedicarsi al teatro. Come mai? Cos'è che le dà di più il teatro rispetto al grande e al piccolo schermo?
Il teatro ha una caratteristica molto bella, almeno per come riesco a farlo io: te lo puoi costruire con le persone che vuoi tu, nel modo che vuoi tu, lo puoi controllare. Magari fai degli errori, magari prendi delle strade sbagliate e fai dei passi falsi, però è sempre una cosa che dipende da te, nel bene e nel male. E' merito o è colpa tua. Quando invece ti chiamano a fare il personaggio in un film o qualcosa alla televisione può capitare, spesso e volentieri, che ti sfugga di mano la cosa, che tu non riesca a controllarla, senza comprendere bene quello che fai. È un po' meno autonomo, almeno per la mia esperienza.

Lei ha fatto tre film con Monicelli. Mi darebbe un suo ricordo di questo grande regista?
Monicelli tentava sempre di... stavo per dire "insegnare", ma non è vero, perché Monicelli quando lo chiamavano "maestro" diceva sempre: "Ma che maestro? Ma che siamo, alle elementari?"  Lui, con quella sua asciuttezza, ma con la sua straordinaria simpatia, si rifiutava di essere considerato maestro. Diceva: "Io sono, nel migliore dei casi, un bravo artigiano. Ho avuto la fortuna di fare il cinema, che è un grande balocco, il balocco dei balocchi". Diceva anche, spesso e volentieri, che anche la vita è un balocco... Attenzione però: non voleva dire che bisogna prendere la vita con superficialità, ma solo di non dare troppa importanza a cose che non ne hanno, di non prendersi mai troppo sul serio, perché la vita è un balocco, va presa così, con questa consapevolezza, alleggerendo le cose che si possono alleggerire.

Una domanda ora a Carcarlo Pravettoni: l'economia italiana è stagnante. Ci dà la ricetta di Pravettoni per ripartire?
Altolà. Una delle cose che ho fatto per questo spettacolo è stato di mettere in gabbia Pravettoni. Per qualche tempo almeno, per poi riprenderlo alla prima occasione. Pravettoni mi ha dato moltissimo, è stato una grandissima idea della Gialappa's Band, è stato per me un'esperienza straordinaria. Per anni l'ho portato in giro in teatro, in tante situazioni. È ancora lì, pronto. La scommessa grossa ora è questa: di lasciare il monologo e buttarsi in un progetto di una commedia, costruendola sempre con la stessa forza comica, con la stessa efficacia con cui creare, con personaggi vivi o computer, questo meccanismo di contrasto amore-odio che è quello che poi tiene insieme le persone, spesso e volentieri.

Un invito ai giovani perché vengano a vedere il suo spettacolo.
È uno spettacolo in cui si ride di sicuro. L'unico problema per me è riuscire a non ridere mentre lo faccio sulla scena, perché ci sono situazioni divertenti che vengono di giorno in giorno poi modificate con l'improvvisazione e diventano quindi l'occasione di ridere, ma di ridere anche di noi stessi, delle nostre traballanti certezze, del futuro, della deriva dei sentimenti. E' un'occasione per vivere tutto con leggerezza e divertendosi.

Come avrebbe detto Monicelli, "Per vivere tutto come un balocco"...
Esatto. Proprio come un balocco.

 

SCHEDA SPETTACOLO

 

Federico Serretta

  Redattore

"La vita la si vive o la si scrive" recitava Luigi Pirandello, circa un secolo fa. Il teatro è forse l'unico luogo in cui sia concesso fare...

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