Teatro

Ottavia Piccolo: 'Ho imparato ad essere cera nelle mani del regista'

Con questa intervista l'attrice ripercorre la sua lunga carriera. Gli esordi, Strehler come grande "allenatore", gli spettacoli di cui si è pentita e una minaccia a chi lascia il cellulare acceso in sala...

Ottavia Piccolo: 'Ho imparato ad essere cera nelle mani del regista'

"Il teatro è un posto dove si possono approfondire argomenti, un posto dove uno può farsi delle domande, ma difficilmente ricevere delle risposte". Ottavia Piccolo recita da 56 anni e si può dire, senza dubbio, che il suo sia uno dei percorsi di attrice più lunghi e versatili del panorama italiano.

La incontriamo una sera, a Milano, prima che vada in scena con Donna non rieducabile. Una lunga chiacchierata, che tocca tanti argomenti: dalla repressione culturale in Turchia ai ricordi del suo maestro, Giorgio Strehler.

Ha interpretato personaggi che sono testimoni del tempo che ha mutato profondamente il nostro paese: qual è il ruolo che ha più amato?
Non c'è un personaggio in particolare, ma c'è invece un tipo di teatro che ho amato di più ed è quello che sto facendo adesso, da circa 16 anni.
Mi sono un po' più specializzata in argomenti che penso che la gente voglia affrontare in teatro, allontanandomi un po' dal teatro tradizionale e dai classici. Questo spettacolo su Anna Politkovskaja sono anni che lo faccio e mi sta accompagnando per un lungo periodo della mia vita: non è una cosa normale, in teatro, tenere spettacoli per tanto tempo.

In tutto questo percorso a quali cambiamenti ha assistito?
Ho cominciato a lavorare negli anni Sessanta: ero una bambina, quindi non mi guardavo intorno e non sapevo leggere la società intorno a me. Però oltre che il mondo e l'Italia è cambiato il modo di fare teatro: è cambiato l' "ambiente-teatro", sono cambiate le compagnie, i teatri stabili sono diventati un'altra cosa, il teatro di ricerca è diventato molto importante. Il mondo è cambiato, ma gli esseri umani sono sempre gli stessi. Anche in teatro parliamo sempre delle stesse cose: cambia la forma intorno, ma la sostanza è sempre la stessa.

Ha iniziato a calcare il palcoscenico che andava ancora alle elementari ed ora alle elementari hanno lo smartphone, le bambine fanno concorsi di bellezza.  Com'era recitare, anche logisticamente, per una bambina negli anni Sessanta?
Sono stata fortunata proprio perché non esistevano smartphone, iPad ed iPod, ma neanche la televisione era così fondamentale nella nostra vita. Esisteva la televisione in bianco e nero e l'Italia si fermava quando c'erano certe trasmissioni, come Campanile sera o Lascia o raddoppia. Ricordo che nel '60 a Vibo Valentia, in Calabria, abbiamo cominciato lo spettacolo più tardi perché nella platea c'era una grande televisione, perché la gente voleva vedere Campanile sera e poi cominciava lo spettacolo: io non sono diventata allora un fenomeno perché, non essendoci la televisione né i social, ho fatto il mio lavoro in teatro come avrei fatto qualsiasi altra cosa. Oggi i bambini per fare i conti usano la calcolatrice sul telefonino. Certo, non imparano le tabelline, ma imparano tante altre cose. E poi questi aggeggi non sono né buoni né cattivi: dipende da come li usiamo.

Parliamo de "La Famiglia": è stato un film importante per lei, così come la famiglia è stata la colonna portante della nostra società. Adesso sembra che sia entrata in una crisi da cui non riusciamo più ad uscire, e infatti abbiamo avuto il minimo delle nascite nel 2016.
Sì, però io ho sempre pensato che siamo così tanti nel mondo che anche se saremo un po' meno italiani, ma un po' più mischiati, andrà bene lo stesso. Se passasse lo "ius soli" per le persone che nascono qui, di tutte le razze e di tutti i colori, l'Italia sarebbe in salita invece che in discesa e questa è già una piccola soluzione. Il mondo cambia, la società cambia, le civiltà vengono sommerse e cambiate da altre persone che arrivano. E' sempre stato così, gli uomini si sono sempre mossi da dove c'era povertà a dove c'erano da mangiare e lavoro. Non per niente si dice "esodo biblico", da sempre. Gli Etruschi non ci sono più, ed ecco che sono arrivati i romani. La somma finale, alla fine, è quella.

A proposito di spostamenti e della ricerca dell'uscita dalla povertà: oggi la ricchezza deriva sempre più dalla rendita e sempre meno dal reddito, togliendo valore al lavoro delle persone.  Nel suo spettacolo "7 minuti" ha evidenziato questo problema dal punto di vista delle donne.
Nella nostra società le prime a soffrire della crisi siano le donne, come se il loro lavoro forse semplicemente un hobby. Come se una donna che rimane a casa andasse bene lo stesso.
In realtà sempre di più il lavoro della donna contribuisce a mantenere la famiglia. Secondo me è un discorso di culture e cultura: in questi giorni è morto Tullio De Mauro, che era un grande letterato, un linguista. E' stato quello che ci ha detto: "Siamo un paese con un analfabetismo di ritorno gravissimo. Le persone che non sanno leggere un testo di 5 righe sono tantissime, per cui è su questo che ci dobbiamo impegnare." Poi adesso abbiamo la presunzione che con le nuove tecnologie sappiamo tutto: in realtà abbiamo un'infarinatura di tutto, ma non approfondiamo. Il lavoro intellettuale va a farsi benedire.

Facendo un lavoro come quello dell'attrice che si impegna anche in testi come quello di Anna Politkovskaja, il pubblico più giovane riesce a seguirla?
Io credo di sì, secondo me il pubblico giovane c'è, soprattutto in teatri come questo (il teatro di Ringhiera di Milano, ndr). Qui è più facile che venga gente giovane, anche poco abituata al teatro, perché in un teatro più tradizionale non ha voglia di entrare, lo considera un posto un po' troppo sussiegoso. In realtà ci sono un sacco di giovani ben disposti che sarebbero preparati: l'importante è non presentarsi come i paladini dell'arte, dei guru, ma dire a queste persone che stiamo facendo un lavoro che impegna loro come impegna noi, che fa pensare loro come fa pensare noi, che non gli diamo una verità rivelata. Il teatro è un posto dove si possono approfondire argomenti, un posto dove uno può farsi delle domande, ma difficilmente ricevere delle risposte. Alcuni miei colleghi e colleghe penseranno di essere dei "maitre à penser", delle persone che hanno capito dov'è la verità. Io no, anzi, magari mi interrogo insieme alle persone che vengono a teatro: nello spettacolo di questa sera si parla di una giornalista coraggiosa che è stata uccisa nel 2006.

Che funzione sociale ha il teatro, oggi?
Secondo me il teatro può servire su qualsiasi argomento: è chiaro che noi non raccontiamo la vita, ma l'atteggiamento professionale di Anna Politkovskaja rispetto a quello che vedeva. Noi continuiamo a fare questo nostro lavoro perché purtroppo la repressione è sempre attuale, ovunque, nel mondo. Pensiamo alla Turchia ed a quello che sta succedendo: decine e decine di giornalisti imprigionati, cui è impedito parlare nei teatri: non si può fare Shakespeare, Brecht, persino Massini è vietato. Al ritorno Massini mi ha detto: "Per me è un grande onore". Repubblica ha fatto una cosa molto coraggiosa: ha mandato non solo un inviato ad Istanbul, ma ha fatto una postazione fissa. Starà ad Istanbul e racconterà quello che vede: la gente che non è d'accordo con quello che sta succedendo, che si riunisce la sera e beve il raki, un liquore che è stato vietato. Nei teatri in Turchia ora si fanno solo testi che raccontano la tradizione e non si possono più fare autori classici, da Eschilo a Shakespeare, Molière, Brecht e via via. Adesso in Russia hanno promulgato una legge che dice che la violenza in famiglia viene derubricata come una cosa simile al disturbo della quiete pubblica, quindi stiamo andando da quella parte...

Lei ha lavorato con i più grandi: Strehler,  Visconti, Proclemer, Ronconi: ci racconta un aneddoto, qualcosa che le è rimasto in particolare impresso nella memoria?
Strehler è stato il primo regista che mi ha formato, col quale ho capito che questo mestiere lo potevo fare, perché con lui ho lavorato due volte: prima con le Baruffe chiozzotte, ma avevo 16 anni e non capivo niente, e poi nel Re Lear, dove ero un po' più grande. Non è vero che Strehler era un tiranno con gli attori. Era una specie di gioco delle parti: "Io faccio il cattivo perché sai che il mio ruolo è così". In realtà amava talmente tanto il teatro e gli attori, proprio l'oggetto-attore, che riusciva a tirare fuori da te il meglio. Mi faceva fare quelle cose che sanno fare solo i grandi: con ognuno aveva un modo diverso di porsi. Se sentiva che uno andava stimolato magari con quattro urlacci o con qualche parolaccia lo faceva, invece un l'altro lo blandiva. Gli diceva: "Sei bravissimo, però prova a farla così, prova a farla diversamente, come ti dico io". Un altro magari lo ignorava per un po', in modo che questo si sentisse scartato e quindi desse il meglio...

Un grande allenatore, insomma...
Un grande allenatore, come deve essere un regista che deve avere una sua idea dello spettacolo, ma poi deve tener presente che ha del "materiale umano" con gli attori e deve farli lavorare insieme. Poi ho imparato che siamo molto fragili, ho imparato a non aver paura di essere una cera malleabile nelle mani di un regista, perché alla fine è con il tuo materiale che fai il lavoro e non ci ho mai visto niente di male. Forse proprio per questo non vorrei mai fare la regista: non ci penserei neanche per un attimo, assolutamente. Non sono capace.

Sempre nel suo lavoro, c'è qualcosa che ha fatto di cui si è pentita?
Direi due o tre spettacoli che erano obiettivamente molto brutti, ma non era colpa mia. Erano tre opere di Shakespeare, quindi mi è dispiaciuto un po'.
Uno era un Romeo e Giulietta con la regia di Orazio Costa, quindi la regia di un grandissimo: era veramente brutto brutto! Eravamo Gabriele Lavia ed io, credo che sia stato il Romeo e Giulietta più brutto che sia stato fatto in Europa.

Non è ricordata per quello...
(Ride, ndr). No, e per fortuna! Purtroppo c'è anche una versione che è stata ripresa al teatro di Ostia Antica, è andata in televisione e mi ricordo che ho avuto una specie di lite con un mio amico che su Rai 5 voleva mandarla in onda nella serie di Tutto Shakespeare. Gli ho detto: 'Guarda, se la mandi in onda non ti guardo più in faccia. Con tante cose che ho fatto (" Misura per misura" con Squarzina, "Re Lear"con Strehler ) mandi proprio Romeo e Giulietta?'
E allora non l'ha mandato. Un'altra bruttezza fu La dodicesima notte con la regia di Savary, e prima avevo fatto anche Come vi piace, un altro testo bellissimo e difficilissimo. Pure quello bruttissimo. Mi dispiace perché, Giulietta non è che la fai tutti i giorni: una volta che l'hai fatta non te la fanno rifare. Comunque ora Shakespeare lo mettiamo da parte, perché purtroppo lui non scriveva per personaggi femminili di una certa età. Potrei al limite fare una delle streghe del Macbeth!

E' sempre più frequente: cosa succede se squilla un cellulare durante un suo spettacolo?
Io mi fermo e "ve faccio diventa' un pizzico", come si dice a Roma. (Ride, ndr.)

Una prova d'attrice convincente: come inviterebbe le persone a spegnere il telefono prima di entrare a teatro?
Io credo che se spegnete lo smartphone oppure tutti quegli altri aggeggi, potete scoprire qualche cosa che non avevate pensato. A volte a teatro succedono delle cose che non vi aspettate e che non succedono nella vita. Succedono solo su quel palco. Pensate: una sera si potrebbe assistere, che ne so, a uno spogliarello di un attore che non era previsto.
Solo quella sera lì.
Quindi andate a teatro.
E' meglio.

 

Federico Serretta

  Redattore

"La vita la si vive o la si scrive" recitava Luigi Pirandello, circa un secolo fa. Il teatro è forse l'unico luogo in cui sia concesso fare...

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