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Teatro

Nancy Brilli: "Gli uomini servono quanto le donne, per portare avanti il mondo"

Nancy Brilli, in teatro con la commedia di Iaia Fiastri "A che servono gli uomini", parla con Teatro.it dell'amore, del lavoro di attore/attrice e delle insidie del palcoscenico.

Nancy Brilli
Nancy Brilli

Il Teatro come luogo dove crescere come professionista, attraverso il quale dare e ricevere amore, calore dal pubblico. Nancy Brilli ne parla con Teatro.it durante la tournée di “A che servono gli uomini” di Iaia Fiastri, commedia sul rapporto tra i due sessi, sulla volontà e capacità di una donna di farcela comunque, anche da sola. 

Dell'indipendenza delle donne “indispensabile per andare oltre gli stereotipi”, Nancy Brilli ha di certo connotato la propria carriera e vita personale, e ci ha spiegato quanto ancora le donne possano fare per slegarsi dai vecchi retaggi culturali. E con lei abbiamo affrontato anche il delicato tema del femminicidio (a fondo pagina il video integrale dell'intervista).
 

“A che servono gli uomini?” segna il suo ritorno alla commedia musicale, dopo aver debuttato in teatro nel 1986 con “Se il tempo fosse un gambero”. Che ricordo ha di Pietro Garinei?
Quando ho fatto Se il tempo fosse un gambero, che era sempre dell'autrice Iaia Fiastri, non avevo mai fatto teatro nella mia vita, mi avevano scelto per una scommessa, una storia lunga che non sto a spiegare. Garinei era un uomo molto serio, poco espansivo, con me aveva un atteggiamento particolare, mi dava del lei; avevo 21 anni, teneva molto le distanze, questo uomo imponente mi diceva solamente “bene, bene, però di più...”. Io non avevo la più pallida idea di cosa fosse questo “di più”, più voce, intensità, non lo sapevo. Alla fine però ha funzionato, perché questi suoi “di più” mi hanno portato ad avere una carriera teatrale. 


A che servono gli uomini per Nancy Brilli?
A un sacco di cose, per me. Secondo noi - e per quello che portiamo in scena - servono alle stesse cose a cui servono le donne: a collaborare, a portare avanti il mondo. Se gli uni prevalgono sugli altri non funziona niente.

Quali gli stereotipi su donne e uomini da superare ancora oggi?
Tanti, dal più banale “bellezza e intelligenza non possono convivere” al “ci vuole un uomo per farsi sostenere, per fare carriera”. Io credo che le donne debbano imparare ad essere autosufficienti. Nel momento in cui ci saremo liberate dall'idea che abbiamo noi (le nuove generazioni meno), che ci hanno insegnato, del sistemarci con un uomo, saremo autonome.

Cosa pensa del femminicidio?
La base del femminicidio è la mancanza di accettazione del distacco, un discorso molto lungo. C'è da dire una cosa: siamo tutti responsabili delle scelte. Il carnefice, se la vittima decide di andare via, da solo può fare poco. Vero è che poi la maggior parte dei femminicidi avviene all'interno della famiglia, per cui che cosa trattiene chi? Sono giochi psicologici malati.


Nelle note allo spettacolo, lei ha scritto che Iaia Fiastri le ha continuato a chiedere per anni di interpretare il ruolo di Teodolinda. Perché ha scelto di farlo proprio ora?
Iaia Fiastri è mancata un anno fa e me lo ha fatto promettere. Non stava bene e mi ha detto “Ora io me ne vado, ma tu me lo devi fare”; in realtà erano due le commedie, o questa o un'altra. Insomma, gliel'ho promesso e io mantengo le promesse.

Com'è stato lavorare con Lina Wertmüller?
Con Lina è stato un discorso articolato, non si può pretendere da una signora di 90 anni di stare otto ore sul palco, quindi non ha fatto tutte le prove con noi. Abbiamo lavorato insieme all'adattamento, è sua l'idea del  colpo di scena finale, una cosa che è stata cambiata; poi abbiamo giocato con i mezzi che abbiamo oggi a disposizione: lei stava a casa e noi le mostravamo quello che facevamo, portando avanti la sua direzione.
A me personalmente ha affidato la direzione degli attori sotto la sua supervisione. Eravamo assolutamente d'accordo su una cosa, ovvero che questa commedia aveva un bisogno fondamentale di ritmo. Non solo, anche di grande tecnica perché una commedia come questa altrimenti corre il rischio di scadere nel banale: pur funzionando molto bene la macchina comica e quella del racconto, c'è bisogno di tempi che solo un attore professionista sa avere.


Qual è la carenza più evidente del teatro italiano oggi, se si pensa che anche un titolo celebre come Mary Poppins non è più una certezza?
Credo che la carenza più evidente del teatro sia la carenza più evidente in Italia, ovvero la mancanza di competenze. Non che manchino le professionalità, quelle ci sono eccome, ma nella fase produttiva si improvvisa spesso: grandi ritardi sui pagamenti da parte di tanti enti, di Teatri, tante situazioni... e questo fa scatenare una reazione a catena infinita, il distributore che non paga il produttore, che non paga il tecnici e gli attori. Io personalmente mi sono esposta per questo, c'è stato un momento di impasse che poi si è risolto, ma la catena porta a fermarsi e non è giusto. 
Tanti ragazzi vengono a teatro a vederci, mi chiedono se vale la pena intraprendere questa carriera. Ho amici attori che si chiedono se possono ancora chiamarsi attori, perché vengono impiegati ufficialmente quattordici giorni l'anno ed è durissima dare una risposta a queste persone. Mi piacerebbe fare qualcosa e credo che lo farò, mi sto già impegnando, è veramente un mondo che ha bisogno di grande professionalità e competenze quello del Teatro.


Le soddisfazioni più grandi; in teatro o in TV?
La televisione dà altre soddisfazioni, io personalmente ho avuto una cospicua carriera televisiva e mi posso permettere tournée da cento date, ma è molto difficile farsi un nome esclusivamente teatrale e riuscire ad avere teatri in tutta Italia. Ci vorrebbe più spazio per i giovani in televisione, per promuoversi. Mi fa piacere avere la possibilità di dare spazio a professionisti che se lo meritano.
Il Teatro piace, io vedo la reazione del pubblico, ci è grato, sono contenti, e mandare a casa la gente contenta è una soddisfazione che non ha eguali.

Un giovane vuole intraprendere la carriera di attore: un consiglio per una cosa da fare e una da non fare.
Intanto deve studiare. E lo dice una che non ha studiato, che è stata scaraventata su un palcoscenico senza avere nozione di niente, la fatica è stata quadrupla. Avere una certezza, un bagaglio e sapere cosa stai andando a fare, per me è importantissimo. Abbiamo questa fissazione, tutta italiana, per cui tutti possono fare tutto, noi siamo un popolo di cantanti, attori, musicisti, poeti, tutti... Non è vero. I grandi professionisti studiano e continuano a studiare negli anni, io stessa devo affrontare qualcosa che non so vado a studiare.
Dopodiché, è necessario accettare la gavetta: i giovani vogliono partire e avere tutto subito, questa è la grande illusione che ha dato la televisione, di diventare improvvisamente un qualcuno che poi improvvisamente quel qualcuno non è più. Senza la base la piramide crolla. E avere veramente amore per questo lavoro, perché tutto l'amore che dai ti torna."
 

Per INFO e DATE dello spettacolo: A che servono gli uomini