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Teatro

Intervista a Emma Dante

Intervista a Emma Dante
Dinamiche familiari al centro delle storie raccontate da Emma Dante, la regista e autrice siciliana, a Napoli anche quest’anno con un progetto che prevede due spettacoli e un laboratorio. Vita mia, che chiude la trilogia sulla famiglia senza padri e Mishelle di Sant’Oliva che parla del rapporto padre-figlio.
 
Le sue storie sono tipiche del Sud? “Credo di sì, soprattutto per certi aspetti. Il cerimoniale della morte, per esempio, è un rito popolare che nei paesi meridionali diventa quasi un evento carnevalesco, organizzato in pompa magna. Il lutto si elabora pubblicamente, in piazza. Palermo e Napoli non sono molto diverse in questo. Le strade diventano il palcoscenico, lo sguardo degli altri sugli eventi della vita è importante. Inoltre i rapporti familiari morbosi sono propri del Sud, dove i panni si lavano in famiglia, dove ci si protegge. ”
 
La musica siciliana e la danza ossessiva ricorrono nel suo teatro. “Lavoro sulla tradizione e attraverso il teatro rivitalizzo quelli che potrebbero sembrare mummie e archetipi. Inserendoli in contesti diversi e facendoli dialogare con altri generi, creo uno stile personale. Inserisco sempre le musiche dei fratelli Mancuso contaminandole per formare il tessuto sonoro su cui si svolge la vicenda.”
 
Come sono accolti questi spettacoli al Nord? “Siamo molto amati e vengono a vederci. I settentrionali sentono il legame con le radici ma non lo esprimono come noi. Si accorgono che l'Italia è per loro un paese sconosciuto e noi siamo un po' come alieni, anche se non capiscono la lingua dura e sanguigna la amano e l'apprezzano, applaudono educatamente. A Milano le reazioni non sono così diverse da quelle di Stoccolma.”
 
Lei come vive questo rapporto? “Trovo motivo di meraviglia in ogni città italiana, l'approccio è diverso in ogni luogo, ma al Sud è come avere in platea parenti e familiari. Anche chi non comprende il dialetto siciliano, capisce la storia attraverso gli sguardi e i gesti. Mentre il milanese cammina a testa bassa, il meridionale guarda in faccia: è questo il segnale di riconoscimento.”
 
Il prossimo testo si chiamerà 'I cani di bancata' e parlerà di mafia. Non ha paura di affrontare quet'argomento? “Non posso vivere con la paura, né posso far finta che questo fenomeno non esista nella mia città. Cerco di esorcizzarla parlandone.” Lei sa di essere apprezzata e sostenuta da pubblico e critica? “Sì, mi sento amata e ne sono molto riconoscente. Mi accorgo dell'ascolto degli altri, lo sento sulla pelle.”  

Di Angela Matassa

La Redazione di Teatro.it

  Redattore

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