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Teatro

Intervista doppia: Franco Branciaroli e Tommaso Cardarelli!

Intervista doppia: Franco Branciaroli e Tommaso Cardarelli!
10 marzo 2006… grazie alla CEDAC di Cagliari, ottengo di poter fare l’intervista doppia ai due interpreti di “Finale di Partita” di Samuel Beckett, in scena al teatro Alfieri di Cagliari. Arrivo trafelato e un pochino in ritardo, maledetto traffico della nostra bella città! Ho appuntamento col giovane protagonista Tommaso Cardarelli alle 19,30 e poi col grande interprete e regista Franco Branciaroli alle 20,00.

Nonostante la fretta, passando sul palco per accedere ai camerini, non posso fare a meno di fermarmi da attore e regista a respirare quel magico odore, avvertire quel buio e quel calore protettivo che solo i figli della scena sanno godere…basta… salgo ai camerini, speriamo che il ritardo non li abbia innervositi, oggi hanno la doppia replica e io mi sono incastrato in mezzo…il camerino di Tommaso è aperto, riprendo fiato ed entro…accidenti è truccato e col costume di scena di lana grossa e nel camerino ci saranno 50 gradi!…mi sorride e mi abbraccia con calore, conosco quella gentilezza comunque composta, l’ho conosciuta l’estate scorsa quando ci siamo incontrati e scontrati in un concorso di corti teatrali (per la cronaca lui primo e io secondo) a Roma e poi a Milano…ci sediamo…ha una voce pacata, sottile e chiara…
1) Formazione classica, Accademia Silvio d’Amico, grandi spettacoli, grandi registi. E’ stato utile questo percorso o si poteva arrivare allo stesso livello facendo esperienza sul campo?
Io credo che per la mia generazione il percorso della scuola, sia stato quasi obbligato, perché non esistono quasi più compagnie fisse con il o i grandi attori capocomici, che ti dicono vieni con noi che ti insegneremo lungo strada. – (rifletto sul fatto che anch’io alla sua età avevo sempre la porta del camerino aperta e non mi cambiavo e struccavo mai, rapporto quasi fisico ed erotico con l’edificio teatrale, che ben conosco!) D’altro canto credo, che la scuola attualmente, anche per i noti motivi economici dovuti ad una scarsa attenzione alla cultura in genere nel nostro paese, non sia ai livelli di quella conosciuta dalla generazione di Branciaroli e di quelle precedenti. Quindi sono cosciente che nonostante gli anni di studio che mi hanno aiutato tecnicamente, molto potrò ancora apprendere dall’esperienza di palcoscenico
2) A proposito di scuola, mi sembra che in Italia il rapporto tra la scuola e il teatro non sia cambiato negli ultimi anni, cioè si portano i ragazzi a teatro saltuariamente e senza una preparazione a. non è come dare la macchina ad un neo patentato che abbia fatto solo poche guide e nessuna teoria? Tu hai finito la scuola da poco, ti portavano a teatro e se si ha influito sulla tua scelta di fare l’attore
Beh in questo caso posso portare la mia testimonianza come studente liceale, prima che come attore. Anch’io sono stato portato con la mia scuola a teatro e purtroppo ricordo che quando questo evento non veniva preparato con intelligenza dagli insegnanti, cioè da persone che sapevano e ti spiegavano cosa era il teatro, come si stava a teatro e perché era importante il teatro, il risultato poteva essere negativo, è chiaro che un ragazzino che entra in un teatro sovreccitato dalla novità e magari da una scampata interrogazione e di punto in bianco si trova davanti un autore e un testo impegnativo, magari uno spettacolo di due ore, dopo dieci minuti dice “che pa…” e dopo mezz’ora distrugge il teatro.
3) Cosa o chi t’ha spinto a fare teatro?
Non la scuola appunto, ma la curiosità, che mi rimaneva dopo aver visto uno spettacolo e non avendo magari seguito la storia, di capire per me timidissimo (ero uno di quelli che alle feste stava sempre seduto in angolo vicino al tavolo a mangiare il paninetto tondo e a bere la coca senza farsi vedere) – (ride e si schernisce…parlando di tavolo e pannetto indica il panetto del camerino e noto una buona dotazione di trucchi, cose da bere, fogli, giornale e la mitica acqua di rose che anch’io ho consumato a litri)- perché lassù i rapporti erano così facili, immediati, certi. E in effetti quando ho cominciato l’accademia, grazie agli esercizi di gruppo e quelli che servono per capire e usare i tuoi sentimenti e la tua emotività ho superato molti blocchi e ho creato delle fortissime amicizie, ero finalmente a casa mia.
4) A chi o a quali modelli ti ispiri e perché, al momento, ma anche pensando al futuro
Non ho modelli precisi, sono anche molto giovane e devo ancora vedere tanto, sicuramente sono un osservatore e succhio tutto quello che posso quando sono fuori scena e vedo i colleghi o quando vado a vedere uno spettacolo. Sicuramente ho avuto la fortuna di incontrare Franco Branciaroli, che mi ha onorato e mi onora della sua stima e da lui sto imparando molto, anche perchè Franco è un attore e regista generosissimo e spero che la nostra collaborazione continui ancora a lungo – (di questi tempi sei veramente fortunato Tommaso!, penso tra me e me).

5) Mi sembra che attualmente in Italia, il teatro di prosa non sia attento al presente, e che di questo se ne occupino principalmente i monologhisti comici, che spesso non hanno una formazione classica; in America, In Inghilterra, in Australia, non è così, è un problema di drammaturgia?
Si forse hai ragione, io non ho analizzato molto bene il problema, quello che penso però è che spesso alla base di questa situazione, anche perché mi è capitato di conoscere autori giovani e testi interessanti su tematiche attuali, ci sia come ho detto prima, una difficoltà economica contingente che impedisce alle strutture teatrali di rischiare sulle novità, perché non si possono permettere la sala vuota e quindi vanno sul sicuro, investendo sui nomi e su testi classici collaudati...per carità, poi bisogna saperli fare i classici, perché alla fine l’arbitro ultimo è sempre il pubblico e se non c’è qualità nel tuo lavoro, il pubblico non ti segue più.
6) “Finale di Partita”, cosa ti ha colpito di questo testo e della poetica dell’autore?
Mi ha colpito tutto – (sorride con quella leggerezza che solo la gioventù ha quando si trova davanti ad un opera d’arte), anche perché con tutta la compagnia e la supervisione di Branciaroli, abbiamo fatto un lavoro molto interessante e approfondito, non solo sulla recitazione ma di discussione pura sui temi, le provocazioni e le sensazioni del testo. Utilizzando per questo anche i saggi su Beckett e la sua drammaturgia, iniziando da quello straordinario di Adorno; ed è pazzesco accorgersi che nonostante un’analisi così attenta, quelle trenta pagine di testo ogni sera, sembrano suggerire nuove ipotesi di lettura e ancora più pazzesco rendersi conto che ogni nuova ipotesi, magari nega la precedente, ma sembra ugualmente valida.
Quello che risulta abbastanza evidente è che ci sono due piani, quello della storia e quello della metafora, che però sono così abilmente intrecciati che, appunto, quando credi di aver trovato un filo logico, ecco che la frase successiva, rimette tutto in gioco
7) In un momento sociale e politico come questo, dove la logica sembra avere lasciato il passo al delirio, fare un testo di un autore che si può definire inventore del teatro dell’assurdo, è una scelta per assonanza o per contrasto?
In sintonia e di impressionante attualità
8) Molti autori nella scrittura teatrale si sono avvicinati alla poesia, oggi si può proporre ancora l’ascolto della poesia?
Sembra anacronistico, ma se per poesia non si intende solo la scrittura, ma più in generale la ricerca del bello, dell’esplorazione dei sentimenti, senz’altro è giusto far conoscere la poesia, anche perché la poesia è diversità, è una qualità del pensare ed è una ricetta contro l’omologazione di questi tempi, io lo sento come impegno e come soddisfazione del mio gusto – (ma dove hai parcheggiato l’astronave?) - cosa che mi ha finora fatto rifiutare ahimè offerte allettanti che mi sono arrivate dal mondo della televisione per esempio. E’ anche vero che il pubblico è diseducato, ma sono ottimista e credo che siamo ancora in tempo per rieducarlo.
9) C’è una tendenza, quasi una moda: la proposizione di tanti festival e premi per corti teatrali, può essere utile per trovare nuovo pubblico e nuovo affetto per il teatro, o c’è il rischio che disabitui e impigrisca il pubblico e lo renda incapace di godere di uno spettacolo più lungo?
Si anch’io all’inizio della carriera finita l’accademia, quando ho partecipato e vinto il premio Hystrio nel 2000, pensavo che questo tipo di esperienza servisse come trampolino di lancio per entrare nel mondo del teatro, invece ho scoperto che così non era e in effetti ora come dici tu, c’è il rischio dell’inflazione dei premi che sono veramente tanti e della nascita di un vero e proprio “genere”. Credo anch’io che in parte sia colpa di quel cancro che è la televisione, che ci abitua a dei ritmi frenetici allo spezzettamento delle immagini e dei contenuti e con i reality ci toglie la fantasia, cioè la capacità di stare la gioco del teatro, dove quello che sta sul palco è altro da te, è simbolico, ti costringe a pensare ad altri mondi possibili diversi dal tuo, quel genere di spettacolo invece (se spettacolo si può chiamare), ti mette davanti uno specchio reale che mostra una immagine di te senza spessore, senza anima e che ogni tanto ridacchia delle sue scoregge, assurdo! Voglio precisare, non si sa mai!, che non penso che sia demoniaco il mezzo televisivo, ma il suo utilizzo.
10) Argomento a piacere
Oddio come agli esami - (ride di gusto) - Due appelli, uno al pubblico: venite a teatro, è un dei rari momenti di vera aggregazione sociale e per un fine nobile. Il secondo per i teatranti, lavoriamo con serietà e coscienza.
Finita…mi accompagna alla porta…mi chiede di chiamarlo domani dopo che avrò visto lo spettacolo, perché ci tiene a sapere il mio parere…lo saluto e mi allontano con una piacevole sensazione di pulizia e di freschezza che mentre mi avvicino al camerino di Branciaroli si vela di una vaga malinconia e forse una puntina d’invidia…sento i miei 47 anni…busso alla porta di Franco Branciaroli alle 20 e 10…
Busso…”avanti”…vocione stentoreo, tono basso…apro e subito vengo avvolto da una nuvola di fumo di sigaretta…molte sigarette!…”si accomodi dove vuole”…il camerino è piccolo e ci sono dei strani puff cubici di pelle marrone, mi sistemo un po’ storto sopra uno di quelli…Branciaroli è struccato e indossa una vestaglia e un paio di pantofole, mi guarda un attimo coi suoi noti occhi chiari, molto vivaci… da questo momento mi guarderà o direttamente o attraverso lo specchio davanti a lui e ne approfitta per guardarsi e massaggiarsi il mento, sembra quasi distratto, quando inizio…
1) Formazione classica, scuola del piccolo di Milano, grandi spettacoli, grandi registi. E’ stato utile questo percorso o si poteva arrivare allo stesso livello facendo esperienza sul campo? E adesso?
è meglio fare il percorso scolastico classico, perché io credo che talentosi si nasca, attori si diventa. Tutto quello che ho imparato mi è assolutamente servito (e adesso?) adesso è completamente diverso e non credo che le scuole formino come nel passato, primo perché non esistono più i grandi maestri del passato, forse l’unico è rimasto Ronconi. E poi forse non c’è più l’idea di teatro, oggi nell’edificio teatrale assistiamo sempre più a spettacoli d’intrattenimento e forse di scarsa qualità e succede così che sempre di più le scuole si uniformano. Purtroppo temo che la formazione così come l’ho conosciuta io, non tornerà mai più.
2) A proposito di scuola, mi sembra che in Italia il rapporto tra la
scuola e il teatro non sia cambiato negli ultimi anni, cioè si portano i ragazzi a teatro saltuariamente e senza una preparazione a. non è come dare la macchina ad un neo patentato che abbia fatto solo poche guide e nessuna teoria?
Purtroppo in questo problema ha un peso fondamentale il fattore economico, le scolaresche servono a riempire i teatri, metà dl pubblico che un teatro fa nella stagione è composto da scolaresche. (comincia a mostrare interesse all’argomento) Si è arrivati al colmo che al Piccolo ci siano state delle prime fatte per le scuole. Ricordo a questo proposito una critica decisa di Franco Quadri. Io sono convinto che non bisogna pensare agli studenti come masse di manovra, ma come singoli individui, che vanno col loro biglietto certo agevolato, a vedere uno spettacolo, compiendo così una scelta responsabile. Io poi non credo neanche troppo al discorso della preparazione in aula prima di andare a teatro, perché credo che la gran parte del corpo insegnante non sappia nulla o non si interessi di teatro e quindi rischia di dare informazioni errate e stimoli scadenti. In Italia, gli scrittori che si studiano non sono quasi mai drammaturghi, un eccezione per esempio è Pirandello, ma è rarissimo che si affrontino a scuola i suoi testi teatrali. In Inghilterra invece dove i letterati molto spesso sono drammaturghi (Shakespeare) è completamente diverso
3) Cosa o chi l’ha spinta a fare teatro?
Pura combinazione, ero fuori corso all’università, non volevo fare il militare e allora la scuola del Piccolo dava la possibilità, durante i tre anni di corso, di rinviare la leva (sorride leggermente)
4) Arrivato a questo livello di maturità artistica, cosa è rimasto dell’idea iniziale di teatro e dei modelli giovanili di riferimento?
Devo dire che sostanzialmente sono rimasto fedele al mio ideale di teatro, facendo un percorso non facile e sicuramente non commerciale, diciamo che credo di non avere fatto grosse stronzate nella mia carriera, anzi forse avrei potuto vendermi meglio, ho avuto ad esempio occasioni interessanti nel cinema, (Tinto Brass) - Purtroppo non posso dimenticare che sono un appassionato della filosofia brassiano sul culo e ricordo con vera invidia quando Branciaroli indicò (e chi ha visto il film capisce!) quello di Claudia Koll in “Così Fan Tutte”…non farò domande su questo - ma non ne ho approfittato. Purtroppo sento che il mio ideale di teatro è stato tradito, perché questo è uno strano paese, che forse è rimasto l’unico in Europa che finanzia il teatro, almeno sulla carta, nella realtà, finanzia il divertimento, come se applicasse il principio “tutto è teatro”, invece bisognerebbe distinguere nettamente ciò che è teatro, da ciò che è divertimento e intrattenimento. Il “teatro” è quasi come un panda, da proteggere dall’estinzione, ma andrebbe anche cambiata la cultura politica, che in questo paese riconosce sempre meno la cultura alta e quindi anche il teatro, come una necessità e un valore per la comunità e destina così fondi scarsi e uomini volenterosi ma frustrati perché occuparsi di cultura è quasi una punizione un compito di serie b. Questo fenomeno determina un paradosso solo italiano, che se lo racconti in giro per il mondo non ti credono: i teatri stabili italiani, non hanno una compagnia teatrale stabile, quindi i fondi non vanno a favore degli attori, dei registi, insomma del personale di palcoscenico, ma a tenere in piedi delle mastodontiche strutture burocratiche, piene di personale amministrativo. E’ come se lo stato finanziasse degli autodromi e dicesse ai piloti “però l’asfalto lo mettete voi”! – (su questo punto si è accalorato particolarmente, come fa chi ha, e lo capisco bene, conosciuto il piacere intellettuale di essere giustamente un punto di riferimento della società) –… “Signori la mezza”…ho un doppio sussulto: uno perché per un attimo mi sono sentito nei panni dell’attore, secondo per lo stupore che la compagnia di Branciaroli ha ancora un direttore di scena che scandisce i tempi, in questi tempi di ristrettezze è molto raro e coraggioso…
5) Mi sembra che attualmente in Italia, il teatro di prosa non sia attento al presente, e che di questo se ne occupino principalmente i monologhisti comici, che spesso non hanno una formazione classica; in America, In Inghilterra, in Australia, non è così, è un problema di drammaturgia?
È un discorso complesso… qualcuno diceva “ per un buon lettore, anche un classico è sempre contemporaneo”. Si può anche non avere un teatro contemporaneo, diceva Peter Brook, quando qualcuno gli segnalava la presenza di un nuovo autore teatrale “Ma è come Shakespeare…no, bè allora non me ne frega niente!”, ed è giusto perché se contemporaneo vuol dire, che in scena si fuma, si mangia, si scopa, allora non è teatro…in Italia ad esempio i testi moderni che mi è capitato di leggere altro non sono che sceneggiature cinematografiche camuffate da testi teatrali. Nel nostro paese i problemi legati alla drammaturgia sono due: uno non abbiamo ancora finito di conoscere e mettere in scena come si deve i classici, due spesso i drammaturghi sono esterni al teatro, sono letterati e questo è assurdo e quando pure sono interni al teatro, non avendo risolto ancora la partita con i classici hanno dei limiti enormi. E questo fenomeno in Italia, bnon riguarda solo il teatro, ma ad esempio anche la lirica, nei nostri teatri si rappresentano sempre gli stessi eterni melodrammi, ma nel frattempo la lirica è andata avanti esistono opere moderne mai rappresentate. (parole sacrosante, condivido, apprezzo, noto che mi guarda con sempre maggiore interesse, gli argomenti lo provocano)
6) “Finale di Partita”, perché questa scelta? Forse come diceva Beckett “perché stanco della terribile prosa del momento? O per arrivare al teatro di conversazione e non di dialogo come auspicava lo stesso autore?
Mi hanno stimolato molto mettere in gioco e anche in crisi alcuni luoghi comuni su Beckett e il suo teatro, a parte che pochissimi lo conoscono come romanziere e romanziere straordinario, quasi migliore che come drammaturgo, ad esempio molti sostengono che nei testi di Beckett sono più importanti i vuoti dei pieni, i silenzi delle parole, la recitazione neutra asettica, questo ha creato per anni degli spettacoli lunghi e dove secondo me ti facevi due palle così. In Italia Finale è stato rappresentato 8 volte – mi distraggo un attimo ricordando con commozione il giorno che a Budrio (BO) vidi nel 1982, la versione con Gianni Santuccio (che dal giorno è e per sempre il mio attore di riferimento) e Giancarlo Dettori… Santuccio fu gigantesco, sublime…un leone…quando andai emozionantissimo giovane attore nel camerino per conoscerlo, trovai un uomo piccolo, curvo e un po’ svagato di testa, con una vocina flebile…e capii che l’attore è un mistico… in tutto e sempre su questa falsa riga, ed è quantomeno singolare che lo stesso Beckett, che amava speso curare in prima persona la regia di questo testo, negli ultimi anni della sua vita avesse ridotto la durata del testo da due ore a un ora e mezzo, dimostrando secondo me così, che lui stesso si rendeva conto dell’inefficacia di una certa formula. In questa presa di coscienza, e nella decisione di smetterla con il suo masochismo che lo portava ad odiare il successo, fu aiutato da un attore francese, Maresciall, che nel 1973 ispirandosi a Puntila e i suo servo di Brecht, diede un interpretazione di Hamm e Clov molto vicina allo schema della clownerie con i ruoli di Bianco e Augusto, fu un successo clamoroso, improvvisamente il testo si aprì come una mela rivelando tutto il suo contenuto e in più la gente rideva. Quando riferirono a Beckett la notizia lui esclamò forse un po’ risentito “ bah allora fate pure come cazzo ve pare” (forse non così romanesco, ma il significato era quello), lui continuò a farlo come sempre, ma non negò più la possibilità di farlo in altro modo. E poi sono convinto che i silenzi in scena non sono dei vuoti, perché se io annullo il mio personaggio, non rimane il nulla, rimane Franco Branciaroli, sono un pieno, istituisco un'altra convenzione con il pubblico. Inoltre non credo che i testi di Beckett siano conversazioni tra attori, senza significati, i significati ci sono, ad esempio il monologo di Hamm sul bambino altro non è che il racconto di uno sterminio di contadino compiuto da Stalin durante il suo regime. (grande serietà, e una vitalissima voglia di ricerca…ce ne fossero tanti così)
7) Perché non “Aspettando Godot” ?
Perché Hamm e Clov sono lo sviluppo drammaturgico di Vladimiro ed Estragone di Aspettando Godot, e quindi secondo me Finale è un’opera più compiuta, più matura. (timidamente gli dico che io adoro Godot ed è un vecchio sogno nel cassetto quello mio, di metterlo in scena sia da attore che da regista…guai a chi mi tocca Godot….”signori il quarto” Branciaroli comincia a truccarsi con pochi gesti ampi e precisi…solo ora noto che ha pochi trucchi sul tavolino… )
8) In un momento sociale e politico come questo, dove la logica sembra avere lasciato il passo al delirio, fare un testo di un autore che si può definire inventore del teatro dell’assurdo, è una scelta per assonanza o per contrasto?
Lui non accettava volentieri la definizione teatro dell’assurdo e poi oggi il suo linguaggio coincide col linguaggio della società, che parla ma non comunica e non ascolta, si forse è involontariamente una scelta in assonanza
9) Lei ha interpretato Von Hoffmanstall, Testori e altri che nella scrittura teatrale si sono avvicinati alla poesia, oggi si può proporre ancora l’ascolto della poesia?
Sono in accordo con il critico letterario Cecchi, che diceva “quando leggo un brutto romanzo, dopo trenta pagine lo butto nel cestino, una poesia la rispetto comunque e non riesco a giudicarla, tantomeno a buttarla via” – molto giusto - . Io penso che la poesia oggi non serva molto, serve invece proporre la poetica insita nei testi letterari e teatrali.
10) C’è una tendenza, quasi una moda: la proposizione di tanti festival e premi per corti teatrali, può essere utile per trovare nuovo pubblico e nuovo affetto per il teatro, o c’è il rischio che disabitui e impigrisca il pubblico e lo renda incapace di godere di uno spettacolo più lungo?
Non conosco il fenomeno, se è come dici tu, il risultato è negativo
11) Finale a piacere
Grazie a posto così

“signori i cinque”…si alza e comincia la vestizione, devo andare …una cordiale stretta di mano guardandomi attraverso lo specchio… esco e rincontro Tommaso, un ultimo saluto…mentre inizio a scendere le scale (mi sembra per un attimo di entrare in scena) sento Branciaroli che nel corridoio dei camerini dice “due spettacoli…due p….!”…rido perché il tempo comico della battuta è perfetto e soprattutto perché non ci crede nessuno nemmeno lui.

La Redazione di Teatro.it

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