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Teatro

Glauco Mauri. Il teatro parla dell'uomo e contribuisce all'arte di vivere

Glauco Mauri. Il teatro parla dell'uomo e contribuisce all'arte di vivere

Notevole temperamento drammatico, grandi doti espressive, stile essenziale ed asciutto dell’interpretazione attoriale. Grande forza ed energia nella regia che risulta elegante e raffinata. Questo è, in poche parole, una delle colonne portanti della storia del teatro italiano degli ultimi 60 anni: Glauco Mauri.
L’attore e regista di “Una pura formalità”, in tournée in tutta Italia, è arrivato ieri a L’Aquila per allestire (per il cartellone del TSA e in replica anche oggi), lo spettacolo che ha adattato dal film di Giuseppe Tornatore del 1994.

<< Il racconto rimane oscuro fino al suo sconvolgente epilogo – dicono le note di presentazione - dove i pezzi lacerati di una vita si compongono in una serenità inaspettata e commovente: un capovolgimento radicale di quello che sembrava un giallo. >> Onoff, uno scrittore trovato mentre correva in stato confusionale in un bosco sotto la pioggia, viene interrogato in merito ad un omicidio e un Commissario di polizia (un po’ duro, un po’ comprensivo) aiuta Onoff nella faticosa ricerca di un passato che << si è voluto dimenticare >>.
Fuori piove continuamente. L’orologio è senza lancette e neanche il telefono prende.
Tutto si svolge in una sperduta stazione di Polizia. Ma lo è veramente? E dove si trova? E quelle strane persone al suo interno sono poliziotti? Cosa aspettano? E di chi è il cadavere?
Un thriller con elementi onirici, un viaggio alla scoperta di se stessi, con tratti da commedia dell’assurdo. Uno spettacolo intenso, dalla drammaturgia ben costruita e strutturata. Nel ruolo di Onoff c’è Roberto Sturno; in quello del Commissario c’è Glauco Mauri che cura anche la regia della pièce.

Una pura formalità” è un testo ricco di tematiche. Molto complesso.
Quello che mi ha colpito è anche l’aspetto della letteratura, in quanto si parla di uno scrittore, Onoff e del valore delle sue opere. Quindi ho avuto l’impressione che una delle tematiche dello spettacolo fosse la crisi della letteratura…

C’è anche quello, ma un accenno. Lui lo dice chiaramente che “Oggi il linguaggio non serve a nulla. Serve solo agli interrogatori della polizia.” Dice a un certo punto.
Ma è solo un aspetto. Per me non è stato un aspetto fondamentale perlomeno quando ho affrontato questo testo.

E cosa l’ha colpita di più?
Di più mi ha colpito l’aspetto al di fuori, anche diversamente, da Tornatore (con cui ho parlato chiaramente). A me ha colpito l’aspetto umano della vicenda.
Come le ho detto, quando ho visto per la prima volta il film, ero rimasto così (perché il film è molto inquietante!) ero rimasto così, colpito! Ma c’era qualche cosa che il film mi suggeriva leggermente di diverso dalla storia del film. Infatti io avevo interpretato anni prima, sia come regista e poi come interprete (avevo fatto Porfirij!) “Delitto e castigo” di Dostoevski, che è stata una bellissima tappa della nostra compagnia e Sturno rappresentava Raskolnikov. Anche lì c’è un Commissario di polizia, un Magistrato, che si chiama Porfirij, che attraverso un lungo interrogatorio, a volte ironico, a volte sgradevole, a volte umano, invece, cercava di far confessare a Raskolnikov il delitto che aveva commesso. Anche in questa “Una pura formalità” c’è un Commissario. E qual è il compito del Commissario? Di spingere Onoff a “capire” cosa aveva fatto.
Una delle frasi fondamentali di questo testo è la frase che Onoff scrive in un suo romanzo. E che dice: “Gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita; e più sono sgradevoli e prima si affrettano a dimenticarle!” Cioè: il Commissario cerca di far ricordare a Onoff anche le cose sgradevoli della propria vita che l’uomo “deve” ricordare.
Questa è stata la partenza che poi naturalmente mi ha fatto germogliare un sentimento mio particolare. E la cosa che mi ha colpito umanamente è che in questo lungo interrogatorio di questa notte di “Una pura formalità” c’è un uomo che cerca di aiutare un altro uomo a conoscere se stesso, a capire che cosa ha fatto e quindi può capire e parlare della sua vita. Non a caso lo spinge a vedere fotografie di donne che ha amato e che magari ha dimenticato, abbandonato, in modo sgradevole. Non a caso gli butta sulla scrivania centinaia di foto che lui non trovava più da anni perché era una parte della sua vita evidentemente che aveva voluto dimenticare. E invece il Commissario sta lì per far ricordare.
Ecco tanto è vero che lo spettacolo inizia con questa nenia che poi è una poesia di Onoff “Ricordare, ricordare”. Quello è il tema fondamentale: ricordare. L’uomo deve ricordare, capire la propria vita, capire se stesso. Anche i propri errori e le cose belle. Questo per me è il tema che mi ha spinto a fare questo spettacolo.

Guadando gli spettacoli che ha realizzato negli ultimi 60 anni, ho visto che lei inizialmente ha fatto tutti testi classici (Shakespeare, Sofocle,…) e poi negli ultimi anni, più o meno a partire dal Duemila, si è orientato di più verso spettacoli contemporanei (“Una pura formalità”, “Da Krapp a senza parole”, “Quello che prende gli schiaffi”, …). Perché? E’ cambiato il suo interesse nel teatro?
No, no! Nel futuro spero di fare spettacoli che abbiano un senso.
Io (e Roberto Sturno è sempre con me d’accordo), io considero il mestiere dell’attore non come un mestiere che ti faccia apparire bravo, che ti faccia apparire ammirato per la tua bravura anche tecnica di recitare. Io non uso mai la parola “recitare”.
Intendo essere interprete di personaggi e di testi che possono essere di aiuto all’uomo.
La frase appunto che io dico sempre, di Brecht, che mi ha accompagnato fin dalle prime armi è questa: “Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte: quella del vivere”.
E io sono profondamente convinto che il teatro “deve” contribuire all’arte del vivere.
Ecco perché scegliamo dei testi che sia nella classicità, diciamo così, sia nella modernità (anche questo è un termine così, tra virgolette!) dei testi che parlino dell’uomo, della fatica del vivere dell’uomo. Di questa palla di fango e luce che è l’uomo.
E tutti i testi che noi facciamo hanno sempre questo problema tutto sommato, sia nel comico che nel drammatico.
Uno dei miei desideri è riprendere, per esempio, l’”Edipo a Colono” e l’“Edipo re”. Tutto sta a essere fedeli a questo nostro pensiero che abbiamo sul teatro.

Il teatro negli ultimi 60 anni è cambiato. Perché il teatro di oggi sembra così complicato rispetto a quando lei ha cominciato, negli anni ’50-’60?
Ma perché, naturalmente, oggi come oggi, la vita non è più complicata: è più confusa! A mio avviso.
L’eccessiva informazione che abbiamo oggi, con la tecnica... 
Anche, parlo dei ragazzi (io ho due nipoti – nipote d’amore voglio dire, chè sono i figli di Roberto e di Stefania Micheli), anche i ragazzi sono informatissimi, ma non approfondiscono quasi nulla.
Oggi si è tanto informati su tutto, per cui abbiamo in testa una tale confusione!
Io da ragazzo mi ricordo che andavo nelle librerie e c’erano dei libri, c’erano 80 libri che uscivano, 20 libri... Adesso vai in una libreria e c’è una totale marea di libri, anche, il più delle volte, di una grande superficialità, che non ti permettono nemmeno di scegliere con un minino di fondatezza.
Io credo che il teatro risulti confuso come è confusa la società di oggi, a mio avviso.
Non voglio fare il sociologo, per carità, però io la penso così.

Annalisa Ciuffetelli

  EX-REDATTORE di DELL'AQUILA

Ha conseguito due lauree magistrali: "Lingue e letterature straniere - indirizzo:&nbsp;storico-culturale" (2004) e "Storia dell'arte e del teatro" (L....

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