Teatro

Giorgio Barberio Corsetti: ‘Io scolpisco nell’aria’

Giorgio Barberio Corsetti: ‘Io scolpisco nell’aria’
Ha debuttato al Teatro dell’Elfo di Milano Tra la terra e il cielo, in scena solo fino al 26 aprile. E' l’ultimo spettacolo del grande illusionista del palcoscenico Giorgio Barberio Corsetti. Fin da quando ha iniziato a lavorare, dopo essersi diplomato nel 1975 all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, Barberio Corsetti ha voluto stravolgere la realtà e affermare che ‘il mondo è un’illusione’. Ha sfidato tantissime volte perfino la forza di gravità, creando scene in cui l’impossibile diventava possibile, come camminare a testa in giù o su piani talmente distorti da creare situazioni esilaranti e appassionanti. A lui queste invenzioni sono costate gambe rotte, braccia fratturate e un polso talmente malconcio da avergli procurato un buon grado di invalidità. Eppure Giorgio non cambia, con quella faccia simpatica, aperta, sorridente eppure riservata, l’aspetto da ragazzo della porta accanto. E’ un artista che non si stanca di provarle tutte e ora propone al pubblico una possibilità preziosa: scoprire come si possono imbrogliare gli spettatori mostrando un video in cui gli attori non sono dove sembra. Tutti vedono bene che è grazie a un marchingegno, dotato di videocamera che riprende di volta in volta modellini che appaiono reali grazie a un meccanismo, il Chroma Key, per il quale gli attori dal vero recitano con un fondale azzurro e sono pure ripresi, mentre un grande schermo fa vedere l’illusione perfetta di una storia combinata con tanti personaggi, fantasmi compresi. La storia, francamente, non è molto appassionante ma quanto accade sul palco è intrigante al massimo. Non ti stanchi di inventare cose al limite del possibile? Non ho mai perso la curiosità di lavorare in modi diversi, con opere musicali o compiendo confronti diversi con la scena. Ho ancora la voglia di raccontare storie e lavorare con attori che amano prepararsi per il loro ruolo. Come si preparano? La trama diventa un’esperienza vissuta sulla scena: ogni situazione avviene solo in quel momento lì e permette alla gente di riconoscersi in quello. Cosa cerchi di rappresentare? E’ il teatro. Un luogo dell’invisibile dove può apparire ciò che è nascosto, che non viene mostrato ma vissuto e improvvisamente ci appare: è nel corpo degli attori e nella poesia. Quali autori ti ispirano? Leggo di tutto ma ora solo la Divina Commedia, perché mi permette di scrivere quello che voglio. Sto proprio lavorando su un nuovo progetto e leggere questo testo mi aiuta, mi fa sentire libero. Quali artisti ti hanno ispirato? Faccio riferimento a tutta la tradizione dell’avanguardia, da Stanislavskji stesso a Grotowski e altri. Ma in effetti, più che maestri, li vedo come se facessero parte di una storia personale, come immagini in una galleria di ritratti d’artisti che ho avuto la fortuna di conoscere. E’ un rapporto legato alla fantasia. Come vedi il teatro oggi? In questi anni credo ci sia stato un genocidio di giovani artisti, considerando le difficoltà del mestiere. Ma io ho visto poetiche molto ricche e molto belle espresse in spettacoli creati da giovani. Ci sono tanti artisti diversi, con personalità diverse. Tu stai facendo anche altro? All’Odéon di Parigi ho messo in scena Gertrude di Howard Baker, un contemporaneo e sto già lavorando su un testo scritto da un giovane drammaturgo cinese. Questo lavoro debutterà al Festival di Singapore e poi viene qua, al Festival di Napoli il 6 giugno e avrà attori italiani e cinesi. Devo scegliere il cast in questi giorni. Il testo è scritto in tre lingue e in ogni Paese si sottotitolano le battute delle altre lingue. Ora però lavoro con Olivier Py, un francese. Ma non ti fermi mai? Lavoro senza sosta, ma ogni tanto mi riposo. Per Pasqua sono stato fermo due giorni… Vorresti insegnare i tuoi originalissimi metodi di lavoro? Sì, ma insegno soprattutto lavorando. Lavoro con attori giovani, che poi crescono e diventano grandi attori, con tecnici che magari diventano registi, aiuti scenografi che diventano scenografi importanti. Alcuni mi seguono mentre faccio, perché il nostro è un mestiere artigianale: molto ha a che fare col pensiero e si impara meglio facendolo. Cos’altro puoi dirci ancora di ‘Tra la terra e il cielo’? Che è anche una commedia morale, riflette sul bene e sul male ma induce a riflettere anche su che cosa è il teatro, cosa la rappresentazione. E che cos’è? Il teatro è un lavoro che si fa giorno dopo giorno. Io scolpisco nell’aria, trasmetto solo col lavoro e solo così, in modo diretto e sofferente, faccio. Nel tempo. Una volta sfidavi la gravità e ora? Beh, guarda qui (e mostra il poso sinistro tutto gonfio) sono invalido, praticamente. Ho rotto gambe, braccia e rovinato i polsi… Perché volevi muoverti in modi impossibili? Ho sempre pensato, come nella pittura, che la prospettiva non fosse necessaria. Era nato il cubismo, poi l’arte contemporanea. Così sul palco ho voluto usare tutte le direzioni, anche verso l’alto, sopra e sotto, in diagonale… Il salto con performance fisica, per attori che facessero un percorso fisico, spirituale e tanto tanto divertimento. Se un attore è preso nel corpo e nella mente, si prende meglio il pubblico. Non possono esserci percorsi solo mentali o solo fisici ma tutto insieme. Ho fatto, non a Milano, alcuni lavori con dei circensi e ora invece sono di nuovo alla ricerca del racconto. Ma scardinandone i canoni tradizionali. Come in questo spettacolo? Qui infatti uso immagini e virtualità con il Chroma Key, che permette tutta una serie di giochi per gli attori molto concreti e reali. Il pubblico può vedere un aspetto completo ma illusorio oppure pezzi di verità non finita, è così? Si parla dell’impossibile, sì, come il teatro, che per me è il luogo dell’impossibile e dell’invisibile. Il pubblico è davvero di fronte a un evento: l’attore trasformato e il luogo deformato, è il luogo della poesia che si fa. Per questo non ci sono limiti, è un luogo non convenzionale e di grande libertà. In teatro si può creare un universo autosufficiente, che in qualche modo ci parla con un altro sguardo del nostro mondo, della nostra vita. Come fatto insieme al pubblico. Eppure sei andato altrove, ricordi? Mi piace molto lavorare anche in spazi non teatrali, come ho fatto anni fa sui treni milanesi da Cadorna alla Bovisa o alla Stazione Leopolda di Firenze. Ho costruito pedane rotanti per un pubblico a cui mostrare i diversi punti di vista degli avvenimenti. E i tempi di ‘Camera Astratta’, il primo incontro con Studio Azzurro, sono indimenticabili. Ed eccovi oggi ancora insieme in una nuova avventura. Ti diverti sempre? Molto. Sono stato molto fortunato a fare ciò che mi piace e mi diverte e ogni volta in maniera differente. Questo mio mestiere ha a che fare con la necessità di raccontare e di farlo con altre persone. Questo è il suo bello e la sua maledizione: bisogna essere almeno in due per fare teatro e da lì ci si può complicare ancora. Hai mai pensato di riproporre vecchi allestimenti? Ripetere vecchi spettacoli richiederebbe un lavoro infinito, come conservare le scenografie o rifarle. Non posso, costerebbe troppo. Io sono nomade, non ho luoghi fissi e magazzini. Questo karma di essere nato in Italia, così ci ha messi. Ma va bene lo stesso, solo che non ci resta mai niente del passato. E tutto si ricicla. Sei riuscito a farti una famiglia tutta tua? No, perché viaggio molto. Ma ho degli affetti… Sì, ho una vita privata ma molto tempo è preso da questo viaggio continuo fra un teatro che invade i confini di altre arti, muovendosi all’infinito.

Daniela Cohen

  EX-REDATTORE di MILANO

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