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Teatro

Gioele Dix: "Il teatro deve essere un rito"

Dio non lo ha mai abbandonato. Così Gioele (che sia chiama come uno dei profeti dell'Antico Testamento) oggi racconta la sua domanda al pubblico del teatro con il riuscitissimo spettacolo La Bibbia ha (quasi) sempre ragione

Gioele Dix: "Il teatro deve essere un rito"

«Mio nonno mi ripeteva "Dio ti guarda sempre". Quella frase ascoltata da piccino, Gioele Dix (al secolo Gioele Ottolenghi, cognome che ne indica l'origine ebraica) se l'è portata dentro sino ad oggi. «Chi è questo Dio? Che me ne faccio di Lui?». 

Dio non lo ha mai abbandonato. Così Gioele (che sia chiama come uno dei profeti dell'Antico Testamento) oggi racconta la sua domanda al pubblico del teatro con il riuscitissimo spettacolo La Bibbia ha (quasi) sempre ragione, che approda a Piacenza domenica sera (ore 21,30), per la rassegna Il cavaliere azzurro, diretta da Paola Pedrazzini, sostenuta dall'assessorato alla cultura e ospitata nel cortile di Palazzo Farnese. «Me ne hanno parlato come di un luogo molto bello. Per questo mi sono convinto a fare lo spettacolo, che di solito concedo poco» ci confessa Dix. 

Il fatto di centellinare le repliche non gli nasce da snobismi o pigrizie (Dix, attore e drammaturgo colto e rigoroso, non ne sarebbe capace). E' semmai un modo per custodire la parola teatrale. 
«Perché non è linguaggio quotidiano, perché il teatro deve essere rito» ci suggerisce lui. Tanto più per questo monologo (anzi dialogo, visto che sul palco Dix duetta con il musicista Cesare Picco), la parola è addirittura la Parola, quella del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. 

Perché quel "quasi" nel titolo? 
«Se non ci fosse quel quasi, non ci sarebbe dialogo con questa verità. Non un confronto. Il vero saggio non è quello che dà rispostine ma che sa porre buone domande». 

Quale domanda è alla base del suo desiderio di costruire un'opera sulla Bibbia? 
«Da vari anni mi sperimento sulla narrazione. È scattata la necessità di confrontarmi con testi alti, di spessore. Non un chiacchierare del più e del meno. Il confronto con Franco Parenti e Andrée Ruth Shammah hanno fatto il resto. Prima il libro poi lo spettacolo. Con Sergio Fantoni abbiamo lavorato anche sulla tragedia greca (per Edipo.com, premio dell'associazione nazionale critici di teatro, transitato nella stagione di prosa di Fiorenzuola, ndr). L'abbiamo raccontata senza tradirla. Lo stesso facciamo con il materiale biblico. La reverenza per la sacralità del Libro rimane, io sono credente, mai farei una parodia della Bibbia. Ma me la voglio sentire addosso. La mia è una Bibbia sporca di sugo. Ho avuto la fortuna di leggerla sin da piccolo, perché mio padre è sempre stato interessato, perché mio nonno mi ricordava Dio che mi guardava. L'altro nonno, sfacciatamente ateo, sa che mi disse invece? "Ricordati che io e te siamo atei... Ringraziando Iddio"». 

Paradossi, anche la Bibbia ne è piena. La drammaturgia che ne ha ricavato è salda ma aperta. Uno spettacolo compiuto, ma dinamico. 
«Sì, anche in questo caso con il mio compagno di viaggio (Picco, al pianoforte, ndr) abbiamo scelto di aggiungere un brano che da un po' non facevamo, quello sull'apparizione di Dio a Sara ed Abramo. Dio le promette un figlio. Sara ride in faccia a Dio. Che poi le darà un figlio. Isacco significa figlio di una risata. Mi piace ricordare il valore fecondo del riso». 

Il pubblico conosce la Bibbia? 
«Ho parlato di recente con il cardinale Bertone (futuro Segretario di Stato del Vaticano) che mi ha invitato in cattedrale a raccontare la storia del Profeta Giona. Sulle Sacre scritture ci siamo trovati d'accordo sul fatto che la Chiesa non abbia facilitato l'accesso ai Testi. Pensiamo alla messa in latino. Per questo oggi c'è tanto stupore sulle mille storie della Bibbia». 

Nella Bibbia si racconta anche la violenza. In Israele continua la violenza. Ci sono buone domande da porre a questa situazione tragica? 
«Giacobbe litiga con il fratello Esaù, si odiano. Fanno pace quando Giacobbe si mette ai piedi del fratello. La Bibbia parla molto della difficoltà degli uomini di accettare il mondo degli altri. Penso che, come diceva Giovanni Paolo II, sia necessario "trovarsi nelle differenze"». 

Questo spettacolo raggiunge i cuori semplici come le menti elevate. Quale indicazione dare al teatro italiano tout court? 
«Da teatrante mi interessa lo sforzo per trovare un linguaggio altro. Evitare le astrusità, ma anche la facilità. Quando vado a teatro voglio partecipare ad un rito. Toni Servillo ha reso Eduardo e anche Marivaux, testi tradizionali, con un'energia e una consapevolezza della parola non comuni. La parola del teatro non è la parola quotidiana. E' poetica. Non è la realtà, anche se ti permette di leggerla. Non dobbiamo smettere di impreziosire questa parola».

Michela Pigola

  Redattore

Milanese d'adozione, amo i fumetti e il teatro, soprattutto se ci sono commistioni e trasposizioni. Ho perso 7 diottrie per i troppi libri letti, ma ...

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