Teatro

Gabriele Lavia: 'Il teatro non si impara, si ruba'

"Il cellulare che suona durante lo spettacolo? E' troppo volgare. Io questi spettatori li ucciderei, però a mani nude": intervista a uno dei mostri sacri del teatro italiano, tra cultura, libertà, vecchie usanze in teatro e il concetto di vecchiaia.

Gabriele Lavia: 'Il teatro non si impara, si ruba'

Intenso incontro con Gabriele Lavia, uno degli ultimi mostri sacri del teatro italiano, durante la serata organizzata al Teatro Manzoni di Milano, per la rassegna "Manzoni cultura" curata da Edoardo Sylos Labini.
Lavia ripercorre una lunga carriera iniziata da bambino, in Sicilia, quando suo padre lo portò insieme ai suoi fratelli a Palermo, a vedere il Cyrano de Bergerac di Gino Cervi. E da lì nacque il suo amore per il teatro.

In una recente intervista lei ha detto: "Il teatro è il luogo in cui l'occidente ha deciso di svelare l'essenza insondabile dell'uomo". E' per questo che essere attore è un mestiere così difficile?
Beh, certamente anche per questa ragione. Non mi ricordavo di aver detto questo, però mi riconosco in questa frase. Me la dia dopo, me la voglio scrivere.

In un'altra intervista ha datto che la vecchiaia è abietta. Ma non è saggezza e consapevolezza?
No. L' unica cosa che non è. Certamente non è saggezza e non è consapevolezza. Semmai è follia e incoscienza. Abiezione sicuro. Questo lo posso confermare.
 


Come sarà il centenario Lavia quando non calcherà più le scene?
Non credo che arriverò a cento anni, perché l'età è genetica e nella mia famiglia nessuno è arrivato così avanti negli anni. La vita è troppo corta per poter fare qualcosa di buono. Possiamo avere fortuna, più o meno.

Parliamo della cultura italiana. Lei ha una posizione privilegiata, costituita dalla risposta del pubblico che negli anni ha frequentato i teatri. Un declino inarrestabile oppure no?
Negli anni ho visto non un declino, ma una catabasi, si potrebbe dire. Una caduta. Una caduta inarrestabile.
Non so, forse una guerra, ma una guerra terrificante potrebbe arrestare questa caduta. Probabilmente la teoria secondo la quale a volte le guerre hanno una demoniaca forza di rinascita potrebbe essere corretta. Non è che auguro una guerra a nessuno, ma sono sicuro che la nuova forza del mondo non nascerà nei paesi in pace e opulenti.
Non so quale sarà la nuova Atene del mondo... forse Lampedusa può salvarci. Sicuramente la nostra razza verrà salvata da questi che arrivano a chiedere aiuto, pane, lavoro e che, magari sono considerati un fastidio. Invece la razza nera è più bella della nostra: sono più alti, hanno più capelli, hanno muscoli genetici. Non come noi che siamo stati rovinati dal benessere, tanto che per essere belli dobbiamo andare in palestra a fare pilates. Loro non fanno pilates. E sono bellissimi.
 


La libertà è coscienza di se stessi, è poter decidere avendo davanti a sè tutte le opzioni. Oggi chi non studia sta chiudendosi in gabbia da solo?
La libertà è l'estrema gabbia, l'estrema limitatezza. Libertà non è fare quello che si vuole. Uno crede di esser libero. Questo orologio (indica quello che ha al polso, ndr) è libero di essere un orologio, cioè deve stare qui dentro, avere un cinturino. Oggi un uomo che sta nel mondo, in questa strana cosa che noi chiamiamo mondo, se è libero è libero di essere nel mondo. Quindi i confini sono strettissimi per la libertà. La libertà è l'estremo legame. Quando Ulisse è libero? Quando si fa legare all'albero della nave. E solo allora può ascoltare le sirene. Ma siccome oramai nessuno studia più e nessuno sa spiegare le cose, ecco che il mondo è finito.

Due dei suoi figli, Lorenzo e Lucia, sono attori. Qual è stato il primo insegnamento e la prima regola teatrale che ha dato loro?
No, no... il teatro è troppo difficile e io non so insegnar nulla. Il teatro non si impara, si ruba, come faceva Picasso. Diceva: "Io non copio. Rubo". Ai miei tempi, quando ero giovane, c'era questa usanza: attori giovanissimi stavano dietro le quinte e rubavano, rubavano dagli attori importanti. Adesso non si fa più. Meno male, così ancora ho speranza di poter lavorare...
 


Chiederle cosa pensa dei cellulari a teatro penso sia superfluo. Cosa si potrebbe dire per convincere gli spettatori a spegnerli per un paio d'ore?
Se io potessi li ucciderei. Però a mani nude. Se suona il cellulare durante i miei spettacoli mi fermo. Una volta sono anche sceso in platea. No: questa proprio non la perdono. Il cellulare non è perdonabile. E' troppo volgare. Sono cose che succedono solo in Italia. Questo la dice lunga. Speriamo che, adesso che vengono da Lampedusa in su, glieli rompano. Glieli rubino, così telefonano a casa. (Ride, ndr).


Qui I PROSSIMI I SPETTACOLI DI GABRIELE LAVIA

 

Federico Serretta

  Redattore

"La vita la si vive o la si scrive" recitava Luigi Pirandello, circa un secolo fa. Il teatro è forse l'unico luogo in cui sia concesso fare...

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