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Teatro

Emanuele Conte: “Il teatro è unione: questo ho imparato da mio padre”

Dopo la scomparsa di Tonino Conte, il figlio Emanuele, regista e presidente della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse di Genova, offre a Teatro.it il suo ricordo personale e artistico.

Emanuele Conte
Emanuele Conte © Laila Pozzo

Ha cominciato a lavorare in teatro giovanissimo con il padre Tonino Conte (qui l'articolo sulla sua scomparsa), cofondatore con Emanuele Luzzati di quel luogo aperto che è ancora oggi il Teatro della Tosse di Genova. Emanuele Conte ha fatto la gavetta, da tecnico a scenografo, da direttore allestimenti scenici fino a direttore artistico e regista.

In questa intervista a Teatro.it, Emanuele Conte attraversa il ricordo umano e professionale, per giungere a riflettere su un presente difficile per tutti.
 

Che cosa ti ha trasmesso tuo padre?
Posso provare a fare un elenco delle cose che amavo di mio padre e che riconosco in me. Innanzitutto, l'importanza della lettura, che arricchisce, affranca e rinfranca. Poi, una profonda considerazione per la dignità umana e un’incontrollabile allergia ai dogmi e al moralismo; l'ironia, il desiderio di vedere le persone nella loro essenza, oltre le apparenze; una certa simpatia per i perdenti e gli antieroi, il fascino per la ristrutturazione di vecchie case, il grande rispetto della natura. Infine l'amore per Genova, dove non nacque ma in cui visse e morì. Una sua poesia chiude così: “Genova, vecchia troia, dove è giusto che io muoia”.

Tonino Conte


Dal punto di vista artistico, cosa pensi abbai dato alla cultura?
È stato un teatrante atipico. Alla cultura non si dà, semmai se ne prende. Insieme a Emanuele Luzzati ha creato un linguaggio teatrale originale e antiretorico, con l'obiettivo di parlare a ogni tipo di pubblico. Ha fondato e condotto per oltre trent'anni il Teatro della Tosse facendone una delle realtà artistiche più importanti a livello nazionale e non solo. 
La Tosse ha portato artisti nuovi per Genova, ma spesso anche per l'Italia, come Momix, Lindsay Kemp, Jango Edwards, Carolyn Carson, Thierree & Chaplin, Maguy Marin, Nekrosius, per citarne qualcuno. Ha spalancato una finestra sul mondo aperta ancora oggi. Eppure il grande amore di mio padre era la scrittura, se davvero lo si volesse conoscere bisognerebbe leggere i suoi libri.

Ti ha trasmesso la “vocazione” di regista? 
Esiste una vocazione alla regia? In generale, non credo a nessun tipo di vocazione. Mio papà non è nato con l'idea di fare il regista, voleva fare lo scrittore, il teatro è stato un incidente di percorso. E nemmeno io, a dodici anni volevo fare il giornalista o il meccanico... 
Il teatro è luogo di incontro fra personalità diverse, è questo a renderlo speciale. Si impara da tutti. 
Quando il teatro era meno professionalizzato era anche una specie di refugium peccatorum per giovani che venivano dalle più diverse esperienze. È stata la mia più grande fortuna conoscere quel mondo ormai quasi scomparso. C'erano ex professori di liceo, giovani scappati di casa, pregiudicati, ex circensi, figli di papà annoiati, elettrotecnici sull'orlo di una crisi di nervi. Una comunità eterogenea ricca di umanità. Anche loro sono stati miei maestri.

Tonino Conte da giovane


La sala principale del teatro è intitolata ad Aldo Trionfo…
Aldo Trionfo fu uno dei registi più importanti del Novecento, anche se oggi pochi lo ricordano. Ebbene lui entrò in teatro perché la sua omosessualità non era accettabile nella società borghese della Genova anni '50. Il teatro si apriva a tutti con amore, purché vi si dedicassero con tutta l'anima, senza chiedere altro che accoglienza e libertà, mica poco. 

Il tuo lavoro con Tonino Conte? 
Abbiamo lavorato insieme per oltre vent'anni in centinaia di allestimenti. Ho cominciato come tecnico (come lui tanti anni prima alla Borsa di Arlecchino), imparando a “bottega”, come si diceva un tempo. Ho firmato il progetto luci di quasi tutti i suoi spettacoli. A partire dalla fine degli anni '90 ho progettato per lui molte scenografie, spesso collaborando con Emanuele Luzzati, di cui sono stato a lungo assistente.
I lavori più emozionanti sono stati i grandi allestimenti all'aperto, dagli spettacoli al Forte Sperone ai Persiani alla Fiumara fino agli Uccelli di Aristofane alla Diga Foranea e ad Apricale. Ero il direttore degli allestimenti, il che consisteva nel rendere possibile il teatro ovunque, dalle pratiche della sicurezza e agibilità dei luoghi fino all'allestimento scenico e alla gestione di un pubblico sempre in movimento. Si trattava di realizzare un sogno ogni volta diverso in un posto diverso. Una responsabilità spesso da non dormirci la notte... Ma come diceva Luzzati: “il teatro si può fare dappertutto, perfino in un teatro”.

Emanuele Conte


C’è qualcosa che avresti voluto fare con lui e non hai fatto? 
Abbiamo lavorato tanto insieme e non è stato sempre facile, anzi, non lo è mai stato. Mi sarebbe piaciuto avere più dialogo ma si sa, i rapporti padre/figlio possono essere estremamente complicati. Ma insieme abbiamo fatto un sacco di belle cose. 
Sto pensando però che non abbiamo mai fatto un viaggio o una vacanza insieme, da quando ho memoria, e questo oggi mi sembra così strano.

Come cambierà il lavoro del Teatro della Tosse dopo l’emergenza coronavirus?
Il teatro si fa in pochi sul palcoscenico e in molti, si spera, in platea. Finché ci sarà distanza fra le persone non potrà esserci teatro. Certo, si possono fare spettacoli anche per un solo spettatore, ma non sarebbe sostenibile una stagione così. Penso che il teatro sia prima di tutto comunione. 
Come tanti altri abbiamo attivato una serie di iniziative in rete perché riteniamo il teatro un servizio fondamentale. Il teatro, come la lettura, l'arte in generale, sono mongolfiere cui aggrapparci, soprattutto nei momenti di difficoltà, per elevarci, arricchire le prospettive, accrescere le capacità critiche. Però quello che si vede in video non può essere teatro, quindi la speranza è che si possa tornare presto ad una qualche forma di normalità, certi che nulla sarà più come prima. Sperando che presto verrà consentito riaprire le porte dei teatri, quanto ci metterà la gente a ritrovare la fiducia nel contatto, nella vicinanza? 

Si tornerà nelle sale rimanendo distanti?
Da millenni il teatro si trasforma insieme alla società, come sarà è tutto da scoprire, lo faremo insieme.
A proposito del futuro, nei prossimi anni vedremo decine di spettacoli su distanza, isolamento, attesa, epidemie. Già immagino La Peste di Camus a “reti unificate”. - Solo che per Camus la Peste era metafora del fascismo. - Il rischio di cadere nella banalità, nella retorica è già in agguato.

 

Simona Griggio

  REDATTORE di MILANO

Giornalista e critico di spettacolo. Comincia la sua attività nel 1995 a Milano collaborando con il magazine Madame Class Figarò, ed in seguito con ...

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