Teatro

Arturo Brachetti: "Il Teatro è come l'amore: bisogna farlo dal vivo"

Il più grande trasformista al mondo, con lucida consapevolezza, confida a Teatro.it le proprie incertezze sul presente, con uno sguardo di speranza sul futuro.

Arturo Brachetti
Arturo Brachetti © Paolo Ranzani

Dopo l’interruzione causata dalla pandemia anche Arturo Brachetti è tornato nei teatri italiani, per l’ultima stagione prima del tour internazionale dello spettacolo Solo – The Legend of quick-change: un one man show principalmente dedicato alla casa come luogo dei ricordi più preziosi. 

Ma anche un viaggio nella storia artistica del più grande trasformista al mondo, attraverso le altre affascinanti discipline in cui eccelle: le immancabili ombre cinesi, il mimo, la chapeaugraphie, la  sand painting e il sorprendente mix tra scenografia tradizionale e videomapping.

 

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E proprio nella Torino in cui è nato e cresciuto, il celebre trasformista ci ha dedicato un po’ del suo tempo per raccontarci in questa intervista le incertezze del presente ma anche per confidare, con la leggerezza che lo contraddistingue, in un futuro carico di energia e di speranza.
 

Arturo, bentornato a teatro: ti è mancato il rapporto con il pubblico?
Durante il periodo di lockdown forzato mi è mancato proprio il senso della vita, ovvero non sapevo più quale fosse la mia posizione sul pianeta. All’inizio eravamo a casa ad affacciarci tutti alle finestre, cantando “Fratelli d’Italia”, ma poi, passato un anno, mi sono domandato “finirà questa pandemia?” e soprattutto “cosa farò io?". Perché io so fare questo, gli spettacoli dal vivo.

Davvero non hai ancora trovato il costume più adatto?
Ma non esiste il costume più adatto! Il viaggio che ho compiuto attraverso oltre 450 personaggi mi ha permesso soprattutto di vincere la mia timidezza e di trovare praticamente me stesso, perché io sto meglio nella mia pelle adesso di quanto non mi sentissi a 25 anni. I miei costumi mi sono serviti come terapia… una terapia retribuita, tra l’altro!


Come sta reagendo il pubblico allo spettacolo, in questo periodo in cui sembra che stiamo lentamente uscendo dall’emergenza sanitaria?
Il pubblico è un po’ strano, perché in alcune città è euforico, in altre città la reazione cambia ogni sera. All’ingresso del pubblico in sala si percepisce un alone di tristezza che aleggia ancora sulle nostre città, e quindi magari la gente arriva in teatro con qualche timore, poi però si scioglie e resta entusiasta, perché Solo è uno spettacolo di evasione vera. Io spero nel contraccolpo, ovvero che a un certo punto si dica “adesso basta!” e si faccia anche più di prima. Certamente, le pièce teatrali drammatiche avranno vita dura, perché il pubblico ha bisogno di leggerezza.

Hai girato tutto il mondo con i tuoi spettacoli. Cosa pensi dell’attuale situazione del teatro italiano?
Il teatro italiano, prima della pandemia, se la cavava abbastanza bene. Quello che succederà dopo resta un mistero piuttosto oscuro.  Alcuni teatri italiani stanno seriamente investendo nello streaming, per offrire il teatro in diretta al pubblico. Però la fruizione del teatro attraverso il pc o, peggio ancora, il telefonino, non sarà mai come vivere il senso di comunione di un’esperienza dal vivo. Io dico spesso: “Il Teatro è come l’amore, bisogna farlo dal vivo”.


Se non fossi diventato un trasformista, avresti comunque lavorato in teatro? Con quale mansione?
Io ho lavorato come portiere d’albergo e mi piaceva molto, perché la reception era comunque un palcoscenico dove mettere in scena la città che veniva offerta ai turisti che alloggiavano in questo hotel. Io sognavo fin da bambino di fare qualsiasi cosa in teatro, anche il macchinista o il segretario di produzione. All’età di sette anni, ho ricevuto in regalo un teatrino di marionette e ci ho passato tutti i pomeriggi. Sono cresciuto nella periferia nord di Torino, dove esisteva un solo cinema, che per me era come un’insegna illuminata di Broadway.

Nel tuo spettacolo, la casa è il luogo dei ricordi, ma nella vita reale, qual è l’elemento di una casa che più ti rassicura?
Questa domanda non me la sono mai fatta. Potrebbe essere, per ovvietà, il letto, ma non ci passo tante ore a letto, passo molto più tempo al computer o, adesso, davanti a questo mega-televisore che sta soppiantando lo schermo cinematografico (e mi fa anche molta tristezza).


In casa mia ho passato tanti bellissimi momenti a guardare fuori dalla finestra, perché il palazzo si trova in una posizione strategica di Torino, per cui posso vedere la Mole Antonelliana e Palazzo Reale. Non ho avuto la televisione per anni, perché facendo colazione al mattino potevo osservare un panorama meraviglioso. In fondo il mio legame con Torino è più forte dei muri della casa.

Speri o immagini che in futuro possa arrivare un giovane Brachetti o pensi di rimanere il “solo”?
Sicuramente arriverà il giovane Brachetti che mi sotterra, è normale che sia così. Però, io penso anche a Fregoli, che fu il mio illustre predecessore, e lasciò dietro di lui un vuoto, perché i suoi imitatori non riuscirono mai a prenderne il posto. 
Non posso immaginare un trasformista giovane che faccia un personaggio che io non ho affrontato. Ho esaurito gran parte delle trasformazioni e delle referenze culturali conosciute. Mi sono anche travestito da cactus, da valigia... Colui che intende superarmi, dovrà veramente inventarsi qualcosa di nuovo, perché atteggiarsi a un personaggio precedente, con un suo mondo, non funziona mai.
 

DATE DELLO SPETTACOLO
Arturo Brachetti - Solo

Roberto Mazzone

  Redattore

Torinese, inizia a scrivere di spettacolo nel 2003 - e dal 2006 per l’allora Teatro.Org - specializzandosi progressivamente nel teatro musicale e ne...

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