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Teatro

Arianna Porcelli Safonov: “L’Italia ha bisogno di narratori e di satira responsabile”

Dal blog e da YouTube fino al teatro con Rìding Tristocomico. L'intervista a questa straordinaria performer dal graffiante e mai banale senso dell’umorismo.

Arianna Porcelli Safonov
Arianna Porcelli Safonov

Se googli il suo nome – e prima di entrare nel suo sito – l’anteprima in cui ti imbatti è: “Intrattenitrice si può dire o pare brutto?”. Un’auto-descrizione che ti dà già la misura della sua cifra stilistica, tanto che Arianna Porcelli Safonov lo dice forte e chiaro: “Far ridere è la mia missione".

Questa bravissima entertainer, per dirla all'inglese, nasce a Roma, si laurea in Storia del costume e lavora per un decennio nell'organizzazione di eventi, viaggiando molto e assorbendo materiale per quello che diventerà poi il suo lavoro, che oggi appassiona decine di migliaia di persone grazie al suo punto di vista graffiante, irriverente e mai banale.

Nel 2008 inizia a studiare teatro comico e apre un blog di racconti umoristici e da qualche anno vive in un piccolo fienile nell'Oltrepò Pavese, osservatorio privilegiato dove scrive monologhi comici sulla vita della campagna "incontaminata" contrapposta alla confusione della città. Ora, dopo il lungo stop dei teatri imposto dal Covid, Arianna riporta in scena il suo Rìding Tristocomico (INFO e DATE), definito “uno show a metà strada tra reading e performance d'improvvisazione”.
 


Ci racconti che cosa troverà lo spettatore che viene a vedere questo spettacolo?
La proposta è prima di tutto informale: un ennesimo tentativo di eliminare la distanza tra pubblico e proscenio attraverso la lettura di racconti inediti che ho scritto per descrivere le abitudini di costume sociale più diffuse, in questo momento. E a mio avviso non c’è nulla di potenzialmente più divertente dell’uomo urbano inserito nel suo contesto sociale. 

Hai detto che far ridere è una missione sociale, e in fondo tutti noi abbiamo bisogno di ridere. Ti è mai capitato però che non la prendessero sul serio anche in questa tua mission?
È capitato più spesso che mi prendessero troppo sul serio! Specialmente in rete, contesto in cui non si ha la possibilità di percepire le sfumature di cui gode il live, certo pubblico spesso parte dal pregiudizio che ciò che ascolta in un monologo sia il pensiero personale di chi lo pronuncia!
Nel mio lavoro spesso è così: amo mettere in scena ciò che penso, ma nella maggior parte dei casi, la proposta è una descrizione della realtà che ci circonda e leggere commenti di lettori che la pigliano sul personale, immaginandomi su un piedistallo a giudicare qualcosa sul quale mi dichiaro superiore e, come ovvia conseguenza incazzandosi di tanta arroganza presunta, svilisce il lavoro narrativo e mi addolora.
La mia satira prende per il sedere me stessa come anello del sistema sociale. Nessuno viene personalmente accusato, ma siamo tutti sotto accusa. 


Satira: come sta andando in Italia?
Spiace molto che nel nostro paese manchi l’aspetto missionario che la satira ha in molti altri paesi, come Francia, Inghilterra e persino Stati Uniti, quel ruolo di indicatore dei mali importanti e pericolosi, di accusa che non teme censura, a servizio del pubblico che non sempre ha accesso alla verità.
In Italia ascoltiamo un comico per dimenticare i problemi poiché applichiamo questa attitudine a tutti gli altri contesti: mangiamo per non pensare, ammiriamo le bellezze architettoniche straordinarie della nostra terra, accendiamo la tv, lavoriamo, andiamo in vacanza e viviamo con l’obiettivo di distrarci dai compiti sociali. Perciò c’è bisogno di satira responsabile… altrimenti è cabaret. E soprattutto c’è bisogno di spazio alla satira nei principali media poiché quando questa scompare dai palinsesti, il pubblico abbassa la guardia.  

Stand-up comedy tra ieri e oggi. In cosa siamo migliorati?
Non conosco bene l’ambito della stand-up… con franchezza, in Italia siamo sempre troppo impegnati a imitare format che arrivano dai nostri “coloni” statunitensi e il risultato, almeno di ciò che ho visto, è una pantomima che solletica il pubblico attraverso l’abuso di parolacce e di tematiche sempre vicine al sesso e al razzismo spietato; forse è il metodo proprio della stand-up ma proprio e anche per questo motivo, perché farla? 
L’Italia ha bisogno di narratori; gente che urla cose di cattivo gusto ne abbiamo in esubero. 


Pare che far ridere possa andare bene solo in campo artistico. Che il sense of humour di una donna, dotata magari anche di bell'aspetto, non sia apprezzato in altri contesti lavorativi e non porti a essere credibile. Come la vede?
Vero, di rado la donna viene considerata credibile e di fatti, quando capita che raggiunga il vertice di potere in un qualsiasi contesto, viene vista come un essere quasi sovrannaturale. 
Personalmente vi sono alcuni ambiti in cui mi diverto molto a umiliare questo pregiudizio ancora insito sia negli uomini che nelle donne (assurdo ma vero): dal ferramenta o dal meccanico, ad esempio, mi piace andare preparata almeno su ciò di cui ho bisogno. Se mi presento accompagnata da un uomo è ovvio che il ferramenta o il meccanico si riferiranno a lui, guardandolo con complicità; io lascio parlare, mi godo il piccolo show e poi picchio duro con argomentazioni tecniche. E infine, come punizione finale, richiedo regolare fattura. 
Non so ancora per quanti anni, ma dovremo abituarci ad affrontare la questione della scarsa considerazione femminile in due soli modi: con l’umorismo (che salva la vita, in generale) e con la propria considerazione personale che, se noi per prime dequalifichiamo, difficilmente verrà qualificata dagli altri. 

Ma c’è differenza di sense of humour tra uomo e donna?
La differenza tra uomo e donna è biologica, non intellettuale. Le nostre abitudini creano etichette. È tutto lì.

Come scrive i suoi testi?
Viaggiando. Sia per lavoro che per (quando capita!) per piacere, ho sempre l’urgenza di segnarmi sul taccuino le situazioni e le ossessioni più bizzarre che crea l’essere umano in società; dopodiché, torno a casa e ordino le idee sul computer. Ma prima di ciò, tutto nasce da carta, penna e umanità. 


Chi sono i suoi maestri?
Amo Adriana Zatti, scrittrice quasi monastica che esalta purezza, disciplina, spiritualità e scarpe sporche di fango. Amo David Sedaris, il suo talento nel raccontare cose miseramente ordinarie rendendole, con un suo personale incantesimo, assolutamente straordinarie. Sono contenta di vivere ancora in Italia sapendo che personaggi come Antonio Rezza, Daniele Luttazzi e Michela Murgia non siano ancora espatriati. 

Che cosa la fa davvero, ma davvero ridere?
Le persone quando cadono in luoghi affollati e prestigiosi! Quando inciampano e restano sospesi in aria e si esibiscono in mosse assurde. Poi i cani quando vengono sgridati perché hanno rubato da mangiare, certi bambini viziati quando piangono per questioni ridicole, me stessa quando guido in Lombardia usando le tecniche romane, gli uomini vanitosi e i loro profilo da soap opera, mia madre quando dice che sono un verme ignifugo, Jim Carrey quando sfida i paparazzi mettendosi il bikini di sua moglie ed Eddie Murphy in Coming to America. Sinceramente, però, io ho la risata parecchio facile. 
 

Fabienne Agliardi

  DIRETTORE EDITORIALE

Direttore Editoriale Teatro.it ...

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