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Teatro

Annig Raimondi e il genio maledetto di Antonin Artaud

Annig Raimondi e il genio maledetto di Antonin Artaud
Ha cominciato a recitare a 18 anni e ha fondato il Teatro Arsenale di Milano con Marina Spreafico e Kuniaki Ida nel 1979. Da allora si è sempre dedicata con profondo impegno all’interpretazione di ruoli difficili, spesso dimenticati. Piccola di statura, è fortissima di carattere, specie mentre si incarna nel pensiero di autori come Eschilo, Oscar Wilde, Harold Pinter, Marguerite Yourcenar, Yukio Mishima, Shakespeare, Allen Ginsberg, Pirandello e tanti altri. Cinema ne ha fatto poco: con Maurizio Nichetti ‘Domani si balla’, con Federico Fellini ‘La voce della luna’, per Gioia Benelli ‘La Famiglia’. Oggi insegna tecnica teatrale, tecnica vocale, educazione corporale, è regista e attrice. Lo scorso anno, il PAC di Milano ha dedicato un’importante mostra ad Artaud e le ha proposto di affiancarvisi con un evento teatrale. In prima nazionale, Per farla finita col giudizio di Dio è al Teatro Arsenale fino al 17 dicembre. Perché hai scelto questo testo? Antonin Artaud è stato commediografo, attore e direttore di teatro, ha scritto per la radio e le sue opere sono servite anche al cinema. Ho voluto scegliere e ho trovato valanghe di cose fantastiche, che nessuno ha mai fatto. Ho proposto ‘Per farla finita col giudizio di Dio’, come performance, mentre ancora lavoravo sullo spettacolo dedicato a Cèline. Due artisti completamente diversi ma che fecero uso del corpo in prima persona. Artaud, che ha vissuto la seconda guerra mondiale, attraversava i luoghi della storia urlando profeticamente sotto le bombe frasi che sembravano insulti ma erano l’esempio del marcio e della devastazione verso cui l’uomo sta andando. Cosa ti ha colpita maggiormente? Ho pensato che fosse interessante entrare nella materia di Artaud, che scrisse Il teatro e il suo doppio, oggi superato anche se ha dato tanto. E’ un mito intoccabile. Artaud vuole lo spogliarsi di tutte le forme per trovarne di nuove, genuine. Aveva bisogno di ripercorrere i cliché del teatro come vita, il che è impossibile perché c’è sempre ‘anche’ la rappresentazione, come ci sono il rito e il mito. Nel 1947 gli commissionarono un’opera radiofonica e Artaud scrisse ‘Pour finir avec le jugement de Dieu’, subito censurata. E’ un genere di ‘apocalissi capovolta’, utile per arrivare alle più alte verità metafisiche. Lui morì a Parigi nel marzo del 1948, da solo in sanatorio e la censura su di lui venne tolta in Francia solo nel ’94. Nel ’99 questa opera fu trasmessa da Radio France, ma solo su satellite. . E’ così offensivo? Lui, in questo grande urlo-proclama, si scaglia contro le gabbie, che sono non solo le carceri e i manicomi, ma i domini coloniali, la famiglia, le norme, gli usi, i costumi… Voleva avvertire, a modo suo, che stiamo andando verso la catastrofe, che bisogna ritrovare un modo più reale di esistere. Io ho costruito il testo includendovi appunti provenienti da ‘I Cenci’ e dal giudizio di Tantalo, con la tragica storia di Beatrice Cenci come la vide Shelley. La drammaturgia, non dimentichiamo, nasce da una storia vera del Cinquecento, dove un padre ammazza i figli, violenta la figlia che poi lo uccide. Lei viene processata e infine condannata. Ci sono ancora gli atti processuali. Qui la famiglia si crea regole proprie e io l’ho usata come filo conduttore per il ‘Giudizio di Dio’. Artaud, in modi diversi, parla sempre della stessa cosa. Di cosa? Porta alla luce il suo pensiero: l’uomo vive dentro coordinate che gli impediscono di essere pienamente uomo, di vivere sé stesso. Si è ridotto a un surrogato d’uomo, non può più essere autentico. Ci fanno credere che esista un’altra vita, un altro mondo, ma intanto questa vita è una falsità. Aveva inventato una lingua perché quella che usiamo, che ci è stata insegnata, non serve ad esprimere il nostro vero sé. Come docente universitario, riuscì a farsi mandare in Messico e poi in Irlanda per tentare di scoprire il linguaggio dell’uomo, ma proprio in Irlanda fu denunciato. In seguito fu arrestato, messo in camicia di forza e internato in diverse cliniche dove lo sottoposero a oltre 50 elettroshock. Smise di nutrirsi, creò il ‘Teatro della crudeltà’, di cui includo un pezzetto all’inizio, per ripulirsi da tutto ciò che crea dipendenze. Non coltivava l’orrore né il sadismo ma intendeva che dal punto di vista dello spirito ci volesse rigore, applicazione, decisione assoluta, implacabile. A te sembra pazzo? La lucidità del suo pensiero, l’ho capito a stargli dietro, è pericolosa. Non per la sua follia ma proprio per la lucidità estrema del suo pensiero, che porterebbe all’anarchia se accettato come tale. Noi conosciamo solo la capocchia di uno spillo tra le poesie che ha scritto, apparentemente incomprensibili. Mentre il suo vero obiettivo era farsi capire da tutti, soprattutto dalle persone semplici. Diceva: 'E' per gli analfabeti che io scrivo'. Era sempre alla ricerca di qualcosa, ha creduto che la radio servisse meglio del teatro, poi c’è tornato. Perfino pronunciare i suoi testi è difficile e ascoltarlo ancora di più, credo. Lui aggrediva il pubblico pensando di dover ‘rifare’ tutto e accedere a una sensibilità più alta. Come vivete l’interpretazione di questo testo? Ho un obiettivo, nel praticare il teatro, cioè dire: questo è quanto è passato a me, a noi. Una materia complessa, come questo testo, ha portato sul palco me, Riccardo Maria Magherini e Yumi Seto ad adoperare cinque diversi modi di riferirsi ad altri tra cui gli Stati Uniti. Nel ’47, esprimersi così non doveva essere comune. La sua tematica è ancora molto attuale. Con le installazioni sceniche di Ernesto Jannini, il video di Virginio Liberti, le musiche di Maurizio Pisati, le luci disegnate da Fulvio Michelazzi e i costumi di Ambra Rinaldo, abbiamo inserito un lavoro tecnologico importante per quel che avviene in scena. Abbiamo proposto l’anteprima a Nerviano e, con grande sorpresa, abbiamo dovuto giustificarci col sindaco locale, spiegando quali sono le ragioni culturali che rendono valido il nostro spettacolo. Pare che il titolo avesse disturbato la parrocchia… e siamo nel 2006! _____________________________________________ Per la recensione del nostro redattore, cliccare sul link: http://www.teatro.org/spettacoli/dettaglio_spettacolo.asp?id_teatro=21&id_spettacolo=5415#recens

Daniela Cohen

  EX-REDATTORE di MILANO

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