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Teatro

Anch'io volevo cambiare il mondo: intervista a Barbareschi

Anch'io volevo cambiare il mondo: intervista a Barbareschi
Luca Barbareschi è un uomo pieno di contraddizioni. Si definisce un solitario che non parla mai con nessuno. E' senza filtri, tanto da risultare volgare, troppo arrogante e aggressivo. Invece non solo è davvero così ma è anche un uomo dolcissimo, che coltiva infiniti sogni e tenta disperatamente di renderli veri, disperandosi quando non ci riesce. Quando ne va in porto uno, sorride felice per un po'.

Al Teatro Manzoni di Milano fino al 3 dicembre presenta "Il sogno del principe di Salina: l'ultimo Gattopardo". Sta terminando un film poliziesco in quattro puntate per la TV tedesca, "Donna Roma". Su RAI1 andrà in onda a breve "Giorni da Leone 2", quattro episodi di commedia brillante diretti da Francesco Barilli, con Lucrezia Lante della Rovere come partner.

Dopo Milano, questo tour prosegue a Siena, Pistoia, Varese, Savona, Carpi e Carrara. Ci sono cartelli di 'tutto esurito' ai botteghini. Il produttore ha spiegato che, grazie all'erede di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ancora vivente e abitante a Napoli, è stata recuperata tutta la documentazione storica con cui era stato scritto il romanzo, che sono fatti di cronaca, con personaggi tutti realmente esistiti con tanto di nome e cognome e con fotografie ad attestarne l'autenticità.

Mentre Luchino Visconti fece un'operazione hollywoodiana, dirigendo il celebre film degli anni '6o, qui il regista e sceneggiatore Andrea Battistini ha costruito una drammaturgia nuova, scritta col linguaggio di adesso, sulla base delle lettere originali. Neppure la recitazione somiglia a nulla di già visto o letto, perché è basata sui personaggi della realtà più che su quelli del romanzo.


Mancavi da Milano da un po'. Contento?

Il Teatro Manzoni mi ricorda tante cose, tante battaglie, tante polemiche. Ricordi bellissimi perché, oltre ad altri spettacoli, qui sono stato con "Amadeus" e Roman Polanski. Quando parlai di questo progetto, alcuni dissero: 'Polanski? Ma non è morto?'. Come no, difatti dopo un po' ha vinto 14 Oscar! Anche allora il progetto era nato senza soldi, ma alla fine ho restituito tutto. Come farò adesso, che di nuovo lavoro senza sovvenzioni pubbliche. Non mi danno mai nulla.

Cosa ti piace di questo 'Gattopardo'?

E' vero che si ride, e molto, ma nel Gattopardo ho ritrovato parole di bellezza, di sintesi, come certe pennellate di un pittore. Ho un'anima molto politica e questo è lo spettacolo che mi ha turbato di più nella carriera, nel senso che coincide con una piccola sconfitta della mia vita. La sconfitta del cinquantenne. Ho avuto tanto, perché la mia carriera è stata bellissima, però da giovane i sogni non erano pochi ed erano altri. Volevo cambiare il teatro, volevo cambiare il sistema del cinema, volevo cambiare tante cose. Poi c'è il punto di arrivo, in cui mi sono accorto che non sarei più riuscito a cambiare nulla. Probabilmente nessuno, da solo, potrà mai cambiare le cose. E, nel Gattopardo, questa malinconia coincide molto nelle cose in cui credevo.

In che senso?

Perché praticamente quello che accade oggi in questo Paese è molto simile a quello che accadeva cento anni fa: la Sicilia di allora è diventata l'Italia di oggi. Come vedere e non vedere quel che accade. Come a Napoli, no? Sembra che tutti, improvvisamente, ci siamo accorti l'altro ieri cosa c'è. Napoli è una tragedia dai Borboni a oggi, non è che sia cambiata in tre giorni. Per cui l'ipocrisia politica, la finzione, le balle dette continuamente, riportano ai dialoghi di questo Gattopardo.

Cosa pensi del tuo lavoro?

Sono l'unico che ha portato un format televisivo in America per cento puntate, un record imbattuto, con 'That's Amore'. Io aspetto, ma quando c'è un convegno non mi invitano. Sono l'unico italiano che recita in inglese suoi palcoscenici inglesi. Questo Gattopardo se lo traduciamo, lo porto all'estero con una compagnia nuova, perché sono l'unico a poter recitare in lingua. Mi mangio in insalata gli attori stranieri, ho un orgoglio italiano che va oltre l'arroganza. Che non mi si parli di questi dementi attori americani! Perché gli italiani si inginocchiano davanti a qualunque demente straniero? Noi abbiamo il talento naturale, superiore agli altri e ce lo dicono tutti quelli che vengono qua. Gli altri hanno solo un grosso impianto industriale dietro le spalle, ma noi possiamo vantare un Gianni Santuccio, un Salvo Randone, un Tino Buazzelli. Noi siamo figli di questa storia, di Edoardo De Filippo, di attori che vanno da Glauco Mauri a Gabriele Lavia. Abbiamo una storia meravigliosa, sedimentata nel tempo. Chi può fare il paragone tra me e un Burt Lancaster?

Lavorare con Roman Polanski ti ha emozionato?

Roman è il più grande regista del mondo, secondo me. E' un artigiano, una persona che, quando lavora con te, ha l'espressione di un bambino. Conservo le foto del programma di sala di 'Amadeus' dove Roman è appoggiato, durante le prove e ci guarda con dolcezza, semplicità. Lavorare con lui è bellissimo perché partecipa in tutto e sa che se c’è una certa gelatina ci sono i colori, che c'è il legno che può piegarsi fino a un certo punto e che il tulle ha una certa sensibilità. Perché questo è un lavoro che richiede capacità manuale e c'è la tradizione dell'artigiano, del tramandare di padre in figlio. Per questo è stato un privilegio lavorare con lui, come anche fare il musical 'Chicago', come vivere con altri che ho nel cuore.

Com'è questo Gattopardo così inedito?

C'è qualcosa che mi è piaciuto ed è l'ironia. E' un burbero, il Gattopardo. E' una persona che non sorride mai, che attacca sempre, brontola, si arrabbia. Perché era amareggiato, erano tempi che tra moglie e marito si davano del voi. Ho cercato di non fare il comico, perché non si ride sempre ma ci sono tante scene bellissime, di confronti tra il pensiero laico e quello cristiano, di scontri tra potere, famiglia. E la mia prepotenza nei confronti dell'Onnipotente è molto forte. Qui si parla di morte, si aspetta la morte, la si sfida, non c'è la paura di morire. Il dolore del Gattopardo è tremendo per via del bilancio della sua vita, come quando si chiede: 'Ma quanto ho vissuto veramente, al netto di tutto? Due, tre, quattro anni? Poi basta'.

Daniela Cohen

  EX-REDATTORE di MILANO

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