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Musica

Paola Maugeri: "Come il rock mi ha cambiato la vita"

Intervista alla conduttrice radiofonica e giornalista, già volto storico di Mtv, che esordisce a teatro con lo spettacolo "Rock And Resilienza". Sul palco, le proprie esperienze e gli incontri - piccoli e grandi - che le hanno "salvato" la vita.

Paola Maugeri
Paola Maugeri © Giovanni Gastel

Rock and Resilienza è il titolo della spettacolo in scena in questi giorni al Teatro Menotti di Milano. In scena, un'esordiente speciale: Paola Maugeri. Alla sua prima prova teatrale, la giornalista e conduttrice radiofonica racconta le esperienze fondamentali della propria vita normalmente eccezionale, fra intimi ricordi ed esperienze non comuni. Di questo, di come abbia trovato nella musica e nel rock la forza e la capacità di adattarsi alle situazioni – la resilienza, appunto - per vedere realizzati i propri sogni e i propri ideali di vita, abbiamo la possibilità di parlare proprio con Paola...


Com'era la vita di una ragazza “rock” che voleva “stellare” a Catania, negli anni in cui tu sei stata quella ragazza?
Era la vita di una ragazza normale che però ha avuto anche la possibilità di vivere la rinascita culturale , negli anni '90, di una città come Catania che, ad un certo punto, è stata definita la Seattle del Sud da riviste come Billboard e Rolling Stone. Si poteva incontrare per la città Peter Buck, il chitarrista dei R.E.M, che in quegli anni vennero a suonare a Catania per ringraziarci del grande supporto che abbiamo dato loro portando come gruppo di supporto i Radiohead, o Steve Albini, produttore dei Nirvana. C'era la possibilità di frequentare artisti come Carmen Consoli o sperare di incontrare Franco Battitato. C'era moltissima musica, grazie anche a un produttore lungimirante come Francesco Virlinzi. E' stato un bellissimo periodo per Catania e io mi sono formata in quegli anni. Eravamo in una piccola città di provincia, ma baciati da fortune come questa.

E come guarda ora, anni dopo, quella ragazza un mondo musicale dove il rock - da musica per giovani, che era – è diventato quasi una nicchia rispetto a mode e fruizioni musicali completamente differenti?
Io non credo che il rock sia una nicchia. Semplicemente è diventata una musica per cultori perchè si è smesso di conoscerla, è mancato lo storytelling che è poi quello che sto tentando di fare tutte le mattine con Paola Is Virgin, su Virgin Radio. Un nuovo storytelling sul rock che possa far conoscere di più questa musica, che è sempre stata una forma di cultura altissima. Purtroppo molte persone non la conoscono abbastanza, mancando proprio quel "racconto" in grado di allargare e far allargare gli orizzonti del rock.

Oltre ad essere “leggero” (nel senso migliore del termine), "Rock And Resilienza" ha delle parti emotivamente molto forti e intime. Come hai vissuto il dare “carne e sangue” a qualcosa che fino a prima dello spettacolo era parola scritta?
Ho dato “carne e sangue” all'interno di Rock And Resilienza perchè più cresco, più imparo che non bisogna aver paura della propria vulnerabilità. E questo credo che il primo a dirlo in maniera assolutamente schietta sia stato John Lennon con un pezzo come Jealous Guy in cui mostra di essere una persona gelosa, possessiva, irruenta, anche a volte, proprio perchè amava in un certo modo. “Carne e sangue” erano anche i Rolling Stones, quando si davano completamente al loro pubblico, o quello che fa ora Bruce Springsteen quando suona per tre ore e mezzo su un palco. C'è un momento nella vita in cui riesci a darti del tutto perchè non temi più il giudizio altrui, ma sei forte della tua strada e del tuo percorso, anche di introspezione, e quindi non hai paura di condividere con gli altri la tua parte più sensibile e più vulnerabile.

La musica, seppur molto presente, non soffoca il testo: fra una bellissima versione strumentale di Femme Fatale e una You Can't Always Get What You Want che richiama Walk On The Wild Side, come hai scelto i brani da portare in scena?
I brani sono venuti fuori in maniera naturale, assolutamente spontanea, mentre provavamo. You Can't Always Get What You Want ho iniziato a canticchiarla per gioco, poi ci siamo resi conto che era perfetta. In Femme Fatale abbiamo scoperto lo stesso giro di Do che gli U2 hanno messo in One e abbiamo deciso di fare un mix tra le due. Ad esempio, Can't Find My Way Home è nello spettacolo perchè in quel momento della mia vita ero un po' persa, non avevo ancora trovato la mia strada. La Sonata in Sol Minore di Bach mi ricorda molto mio padre ed era perfetta per aprire quel momento. Sono venuti fuori per vibrazioni emotive ed emozionali, lasciandoci totalmente trasportare. Mentre While My Guitar Gently Weep, che costruisce l' intervista a George Harrison, è un po' l'impalcatura del mio sogno, del mio desiderio da ragazza. Amavo quel pezzo da bambina e quindi è venuta naturale la scelta.
 

Paola Maugeri


Nello spettacolo, anche tu come Wenders, dici che il rock ti ha salvato la vita. In che modo lo ha fatto?
Il rock è stata la musica che ho amato e che amo di più. Mi ha salvato la vita perchè mi ha dato un afflato, un anelito, un desiderio. Ma ho amato moltissimo anche il jazz, all'inizio della mia adolescenza. Diciamo che la musica in genere e poi il rock, nel quale mi sono specializzata, mi ha dato il desiderio di vivere la vita in un altro modo. E poi iniziare a conoscere le rockstar e frequentarle mi ha fatto capire che potevo vivere all'altezza dei miei sogni e che non dovevo avere paura di dimostrare chi sono veramente. Ovviamente devi crederci fino in fondo, in questo sta la forza del rock e in questo senso mi ha salvato la vita.

E come immagini avrebbe potuto essere la tua vita se alcune delle possibilità che hai avuto non fossero andate come poi, di fatto, sono andate?
Se avessi indovinato il materiale “di quel minchia di obelisco” probabilmente ora farei la giornalista o probabilmente, chissà, la professoressa di filosofia visto che ho sempre amato filosofia. O magari mi sarei iscritta al conservatorio, visto che per un certo periodo ho suonato il corno francese. Ma non credo che alla fine mi sarei accontentata di fare la giornalista “non musicale” e probabilmente sarei tornata a dedicarmi, in altre forme, alla musica.

Oltre alla preparazione e alla forte passione, qual è “l'ingrediente” di Paola Maugeri che le permette da sempre di entrare in così forte empatia con l'artista intervistato?
L'ingrediente che mi permette di entrare in empatia è sicuramente l'ascolto e, non meno importante, anche un linguaggio non verbale che dimostri in qualche modo all'intervistato che “ci sono”, che sono pronto ad ascoltarlo e che ho desiderio di conoscere la sua storia più profonda. Mettersi in un rapporto di apertura totale interiore fa la differenza ed è questo il mio ingrediente “naturale”.

Non hai mai temuto - o avuto la sensazione - che, con il tempo, il “voler intervistare” potesse diventare un “dover intervistare”, ovvero un lavoro in cui la fredda professionalità finisse per scavalcare la passione?
Non l'ho mai temuto perchè spesso ho detto di no. Una volta dovevo andare a intervistare Beyoncè a New York, ma in quel momento non ero interessa alla sua evoluzione artistica e ho detto di no. Ora invece mi piacerebbe intervistarla. Poi ci sono delle interviste che devi per forza fare, ma l'essere umano in realtà, alla fine, mi interessa sempre.

Con oltre 1300 interviste nel curriculum, immagino ci sia stato qualche artista che ti ha fatto pensare “Questo non avrei mai dovuto intervistarlo”...
Gli unici artisti di cui mi son pentita sono i Blur. Li ho intervistati sei volte e per sei volte mi hanno sempre risposto yes e no. Avevano quella tracotanza e quella aggressività tipica delle giovani band inglesi di quei tempi, erano insopportabili. Però adesso, a distanza di anni, è un aneddoto che racconto e che mi fa anche sorridere quindi va bene così. Come si dice nel buddismo, nulla è sprecato nella vita.

E, invece, chi ti piacerebbe oggi poter incontrare, ma ancora non ne hai avuto l'occasione?
Io oggi sbavo per intervistare tre persone: Neil Young, Paul McCartney ma soprattutto, se ne dovessi scegliere solo uno, senza dubbio Eric Clapton.

Un'ultima domanda, forse criptica per chi non ha ancora visto Rock And Resilienza... Ma di cosa era fatto, alla fine, “quel minchia di obelisco”??
L'obelisco, grazie al cielo, non è di travertino come avevo immaginato, bensì di granito. Evviva!

 

Alessandro Bronzini

  CAPOREDATTORE

“Bronz” (a parte i genitori, a memoria d'uomo pare che nessuno l'abbia mai chiamato Alessandro) è cultore di cinema: sacro il quartetto Walter Ma...

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