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Musica

Andrea Mirò: "Impossibile non amare Gaber, è ancora attuale"

Polistrumentista, cantautrice e direttrice d'orchestra. Abbiamo incontrato e intervistato Andrea Mirò, ora protagonista a Teatro con lo spettacolo di Gaber.

Andrea Mirò
Andrea Mirò

Un'artista eclettica come pochissimi altri in Italia. Ha otto dischi all’attivo, pubblicati tra il 2000 e il 2016. Negli anni precedenti, il lavoro in studio e le esibizioni live si sono alternate a collaborazioni con Eugenio Finardi, Mango, Roberto Vecchioni, Ron, Enrico Ruggeri. 

Andrea Mirò ha una preparazione musicale classica e una competenza nel saperne utilizzare i codici che le ha permesso di cimentarsi in un compito che al 90% è riservato esclusivamente al popolo maschile: la direzione d'orchestra.

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Ha partecipato al Festival di Sanremo 4 volte come artista, vincendo nel 2003 il premio come miglior testo con “Nessuno tocchi Caino”, diretto l'orchestra per Enrico Ruggeri, Nina Zilli, Andrea Nardinocchi, Zibba, Perturbazione, ed è stata Presidente di giuria alle selezioni di SanremoLab nonché Giurato di Qualità.

L'abbiamo incontrata a Milano, in occasione della stagione Invitro (stagione teatrale on demand: sette spettacoli messi in scena da sette teatri milanesi e ripresi appositamente per la piattaforma e disponibili on demand) dove sarà in scena con lo spettacolo Far finta di esser sani di Giorgio Gaber.


Una lunga carriera: cantante, produttrice, direttore d’orchestra, polistrumentista. Com’è stata la tua crescita artistica?
La mia carriera nasce dalla musica classica, passa attraverso un fortuito approdo alla musica pop-rock da giovanissima e prende l’abbrivio nel momento in cui mi rendo conto che voglio fare esperienza, che voglio scrivere musica e non voglio essere un’interprete. Ho stracciato contratti discografici molto vantaggiosi (quelle cose da non fare mai) e ho fatto la gavetta lavorando a contatto con grandissimi nomi che sono, come sempre, quelli che ti danno più informazioni. 
Lavorare a stretto contatto con grandi artisti, con 20-30 anni di carriera, significa imparare. Ti permette di portarti dietro un bagaglio di esperienza. Partendo dalla musica classica, ho sfruttato tutte le mie conoscenze per diversificare le uscite.

Qual è l’evento che ti ha fatto emozionare maggiormente, sul palco o anche giù dal palco?
Sono stata direttore artistico e maestro concertatore della “Notte della taranta” nel 2018, che è stata una delle esperienze che mi ha emozionata di più perché erano presenti 200 mila persone, un mare di gente che non vedi facilmente.

La notte della Taranta (2018)


Un’altra altrettanto importante è “Amiche per l’Abruzzo” a San Siro, organizzata dalla Pausini. Lì fu ancora più emozionante per quanto riguarda il rapporto con il pubblico perché un conto è vedere un mare di gente, ma San Siro è fatto in verticale, quindi tu non hai solo lo spazio del prato, ma hai un muro, un’onda gigantesca di gente, 70 mila persone. Una delle emozioni più grandi. Avevo il cuore in gola, ma allo stesso tempo la voglia di non voler più scendere.

E invece un tuo momento personale?
Un momento personalissimo è stata la prima volta che ho scritto per l’orchestra e ho diretto la mia musica: quella è stata veramente un’emozione fantastica. È come sentire, da un’analogica come me che scrive a mano, che tutto quello che viene suonato dal vivo era quello che per te ha suonato nella testa. Una cosa incredibile.

Cosa ti affascina di più lavorativamente?
Sicuramente lavorare in teatro, recitando, suonando e cantando, per me è il top, perché sono le cose che io amo fare. Per quanto riguarda la recitazione ho imparato sul campo, non ho mai studiato recitazione. Mi ricordo Lucia Vasini a cui, dietro le quinte, dicevo di arrivare ad alcune cose tecniche solo facendole e lei mi ha risposto “non importa, è proprio quello il bello, non devi imparare niente, sai già tutto”. Ed è vero, ci sono delle persone che hanno dentro di sé la capacità di stare sul palco, per loro è una cosa naturale, nonostante la tensione del momento. Hanno proprio il piacere di raccontare qualcosa, di far partecipi gli altri. 

(© Matteo Nardone)


D'altronde, il lavoro dell'artista è trasmettere un'emozione tramite l'arte.
Ti posso raccontare quello che per me significa il racconto: mi capitò tutta una parte in una storia gucciniana in “Talking Guccini” per poi iniziare a cantare a cappella “Il vecchio e il bambino”. C'era una frase all’interno della canzone che per me aveva un significato particolare e ogni volta che arrivavo in quel punto mi mettevo a piangere: quella cosa era talmente forte, talmente mia e talmente vera che anche la gente lì davanti piangeva. Emozione pura.

Sei stata anche ‘Maddalena’ in Jesus Christ Superstar di Piparo, raccontaci la tua esperienza teatrale.
Una cosa che ho fatto legata al teatro è stato il musical, con la regia di Piparo, che aveva l’orchestra. “Jesus Christ Superstar” è un’opera rock, non un musical. Si sono accaparrati il tema più forte di tutta la storia dell’umanità. Lì ho cominciato ad imparare cosa significava stare sul palcoscenico non a suonare o solo a cantare, ma stare sul palco avendo una funzione, un ruolo e determinate posizioni all’interno di un gruppo. Quello è stato il primo approdo, vero e proprio.

Nell’ultimo anno le maestranze del mondo dello spettacolo sono state le più colpite dalla pandemia. In merito alle manifestazioni e agli interventi a sostegno del settore, cosa ti ha colpito positivamente e cosa negativamente.
Positivamente, il fatto che nell’ambito musicale e teatrale si siano finalmente accorti di questa fascia di lavoratori. Io mi sono stufata, come tutti i lavoratori dello spettacolo del resto, di sentire politici che dicono che 'con la cultura non si mangia', che 'gli artisti ci allietano', che 'ci fanno divertire' senza considerare che è un lavoro serio con cui gli artisti e tutti i lavoratori del settore mantengono una famiglia, pagano i mutui e le bollette. Finalmente si inizia a prendere atto che il mondo dello spettacolo è fatto di lavoratori. 
Non è vero che con la cultura non si mangia, ma soprattutto senza la cultura moriamo. Senza lo spettacolo, l'arte, il teatro, siamo delle macchine o degli animali che nascono, crescono, si riproducono e poi muoiono. Siamo tanto altro! E lo dice la storia.


Parlaci di INVITRO, il progetto di spettacoli online messi in scena da alcuni teatri di Milano.
INVITRO è un’esperienza interessante che promuove ciò che purtroppo, per la pandemia, si è fermato, ma che noi avevamo voglia di mettere in scena e che metteremo in scena. È un modo per arrivare a persone che non si possono muovere, per tanti motivi che siano legati alla pandemia oppure no, e quindi non hanno la possibilità di vedere degli spettacoli teatrali. 
Chi non li può vedere live può farlo attraverso lo streaming, di cui io non pensavo grandi cose, ma può essere un mezzo che va in parallelo a ciò che sarà il live. E’ una buona promozione per quello che poi sarà il teatro live.

Su invitro è possibile quindi vederti con lo spettacolo “Far finta di essere sani” di Giorgio Gaber: cosa ti ha maggiormente colpito dell’artista Gaber.
“Far finta di essere sani” è uno spettacolo della madonna con degli artisti sul palco entusiasti, perché noi siamo tutti fan sfegatati di Gaber. È un autore che io ho eseguito anche al di fuori di questo spettacolo, parecchie volte, proprio a diretto contatto con Fondazione Gaber. Ho avuto l’onore di sentirmi dire da Luporini, dopo l’esecuzione di due pezzi (Il luogo del pensiero e Il conformista), “il mio genio”.
Io da bambina ero innamorata di lui. Amo di lui l’attualità dei testi, la focalizzazione sull’essere umano è micidiale: mette in scena l’essere umano sotto tutti i punti di vista, andando ad aprire ferite, che sono a volte anche non rimarginabili, mettendo il dito nella piaga, ma esaltandone anche le grandezze. 
Niente di Gaber è lasciato al caso, neanche una virgola. Lui utilizza due formule: la grande ironia e la tragedia, i momenti tosti, non dimenticando tutti il gergo. È impossibile non amare Gaber, perché parla di oggi. 

Far finta di esser sani (2021)


Si parla ormai da tempo di fruizione di spettacoli online. Tralasciando il fatto che lo spettacolo dal vivo debba rimanere dal vivo, tu cosa pensi sia giusto fare?
Questa è una cosa nata sull’onda del lockdown, quindi sicuramente vive la sua stagione in questo momento e se rimarrà qualche cosa ancora dello streaming sarà per essere di supporto per lo spettacolo dal vivo. Non possiamo pensare che sia diversamente, per chi non può andare, per chi è impossibilitato. Come lo sono sempre state le macchine: un’estensione di quello che l’essere umano è in grado di fare.

Con quale artista non hai mai lavorato e che vorresti invece intraprendere una collaborazione artistica?
È difficile perché ce ne sono tanti, a volte anche stranieri. Uno però mi è rimasto nel cuore, ma con cui purtroppo non ho potuto collaborare, l’ho solo conosciuto quando ero ragazzina: Franco Battiato. L’ho amato davvero tanto, ci mancherà.