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Musica

Alessandro Grazian, promessa del cantautorato italiano

Alessandro Grazian, promessa del cantautorato italiano
Inquieto, almeno artisticamente, crepuscolare, curioso ed introverso, così si definisce una promessa del cantautorato italiano, Alessandro Grazian. Fin da piccolo ha manifestato una indole creativa avvicinandosi prima al disegno e poi, come autodidatta, alla chitarra ed oggi ha raggiunto un equilibrio in cui può finalmente concedersi a pittura e musica con il giusto sentimento. Un percorso artistico intrapreso preservando una originalità che è tutta racchiusa nel primo lavoro, Caduto, uscito nell’ottobre 2005. Canzoni intime che sembrano appartenere ad una epoca remota, nelle quali vi è un recupero di parole desuete, basti pensare al brano “Prosopografie”: mi nascondo sotto ai miei lineamenti/questioni caprine di necessità/fiele in me, piume in me, e nell’amore scene a sé senza me. Questo giovane menestrello ammalia l’ascoltatore con una vocalità personale e talentuosa e lo trasporta in una dimensione parallela. Dopo una lunga tournèe che lo ha portato in giro per l’Italia, una serie di premi ricevuti, l’ultimo al Mantova Musica Festival 2006-miglior interpretazione, incontriamo l’artista padovano. Ad un anno dall’uscita di “Caduto” hai avuto un buon successo di critica e di pubblico, sono arrivati anche premi, l’ultimo al Mantova Musica Festival come miglior interpretazione, si fanno dei bilanci sul lavoro svolto? Ricevere premi in qualche modo rassicura sulla strada intrapresa, aiuta a crederci di più? I bilanci li ho fatti all’inizio quando non servivano, ora sto pensando al seguito. I bilanci “obiettivi” sono quelli che hai detto tu, il mio è positivo perché ho avuto la possibilità di liberarmi intimamente da questo disco, dopo tanto lavoro, e presentarlo fuori Padova e fuori dal Veneto, in posti che per una produzione indipendente sono già un traguardo, mi ha ristorato. Per quanto riguarda i premi, il valore che una persona dà alle proprie cose è diverso da quanto pensano gli altri, anche se i premi creano una condizione psicologica che ti carica, ti danno carburante, in momenti in cui ci credi un po’ meno, sapere che la cosa ha un significato anche per qualchedun altro fa crescere il progetto. La critica ti ha paragonato a Brassens, Buckley, De Andrè, Pagani, Endrigo, Tenco, Bindi, Branduardi, Fossati, Toquinho, Parente, come vivi questo continuo paragone, tra l’altro, con dei mostri sacri della musica internazionale e nazionale? Tutta gente che ho ascoltato, conosco i loro dischi, forse qualcuno era anche a corto di riferimenti, scherzo… mi fa molto piacere sono dei mostri sacri ma ci sono tante cose da fare, da dimostrare prima di potere effettivamente legittimare un paragone così, mi fa effetto ma cerco di non darci molto peso. A proposito di De Andrè sembra rivivere in canzoni come “Novizio”, me ne puoi parlare un po’? Quando ho iniziato a pensare a questo disco era molto forte in me un certo tipo di suggestione, di autori e De Andrè è assolutamente uno di questi, lui ha esercitato un fortissimo peso nel mio immaginario ed in quella che è la mia scrittura e trovo che in questa canzone ci siano degli elementi, delle soluzioni musicali, melodiche, armoniche, che possono ricordarlo. Ho cercato di dare un vestito a queste canzoni che avesse sì una suggestione di intimità cameristica ma con strumenti che conducessero ad una dimensione atemporale e da questo punto di vista De Andrè, soprattutto nel primo periodo della sua produzione, era un maestro, costruiva canzoni che potevano essere buone nell’anno mille come nell’anno zero, universali. “Novizio” è un po’ così, per cui è legittimo il paragone, anche se mi riesce difficile parlare di una singola canzone. Accanto al cantautorato sei anche un pittore ed un musicista di scena, la poliedricità è un tuo talento, quali sono vantaggi e svantaggi dell’esserlo? Ho sempre pensato che le persone poliedriche facevano troppe cose, che alla fine qualcosa non veniva bene, ma, allo stesso tempo, mi affascinavano. Per cui da un lato mi ha sempre spaventato questa mia caratteristica, anche se è nell’ultimo periodo che riesco a convivere meglio con queste diverse passioni e che cerco di riunirle sotto un’unica stella. Prima avevo periodi in cui facevo solo il pittore, solo il chitarrista, ascoltavo soltanto, o componevo, non volevo mischiare il tutto, ora, passo dopo passo, mi sento in grado di gestirle un po’ di più. I vantaggi della poliedricità sono che ti confronti con linguaggi diversi ed ognuno aggiunge qualcosa all’altro, all’inizio pensavo di disperdere energie ed idee, in realtà ognuno ha una propria ricchezza e richiama a sé un certo percorso. Ci sono tanti Grazian quante le arti che cerca di interpretare o c’è un unico Grazian che si divide … E’una domanda marzulliana, affascinante, io penso che ce ne sia uno e con ogni linguaggio con cui si confronta può sbocciare qualcosa e poi sente se può esserci in esso un prolungamento di sé e quindi costruisce oppure sente che alla fine non gli appartiene. In genere voglio provare a fare da solo le cose, voglio provarci io a fare il mio quadro, la mia canzone, ci sono attività per cui sento questo tipo di slancio. Da fine novembre sarai impegnato in un tour teatrale come musicista di scena nello spettacolo “Romeo e Giulietta/Nati sotto contraria stella”, prima tappa 28 novembre a Concorezzo (MI), ce ne puoi parlare? Ho fatto un concerto a Milano che ha visto Dario Buccino, musicista, lui aveva fatto già due tournèe con questo spettacolo e stava cercando qualcuno che lo sostituisse, perché non poteva fare la nuova, mi ha corteggiato artisticamente perché mi riteneva la persona giusta per assumere quel ruolo ed ho accettato. E’ per me una grande opportunità, il circuito è autorevole ed altamente professionale, anzi è la prima volta che mi capita di poter vivere un’esperienza di questo tipo, insomma io sono abituato a spaccarmi la schiena, a centinaia e centinaia di chilometri per avere un rimborso spese, a dormire in macchina, invece in questo caso non è così. Professionalmente mi farò guidare da qualcuno, sarò un attore che suona. “Caduto” è stato definito "intimo, ingenuo, urgente", c’era un rimando autobiografico, ora che stai lavorando alle nuove canzoni sono più legate alla visione di un mondo circostante piuttosto che intimo? Sono diverse, ho sentito l’esigenza di uscire da certi contenuti, da una certa tipologia di scrittura, sono comunque canzoni che scrivo in solitudine, non nascono con una band in sala prove, ma se in “Caduto” c’era un concetto che mi stava a cuore, e su cui ho costruito il tutto, nel prossimo lavoro si partirà dai singoli oggetti. Anche i testi cambieranno, non ci sarà quasi mai “io”, è stato un po’ asciugato l’utilizzo di alcune parole, ma è stato un processo molto naturale. Per quanto riguarda la strumentazione ci saranno comunque degli elementi di continuità, accanto a cose nuove, un po’ meno da camera, ma clarinetto, violoncello, arpa ci saranno. Ed i musicisti di “Caduto” saranno presenti? Con Enrico Gabrielli (dei Mariposa, fiati e wurlitzer) e Giambattista Tornielli (violoncello), ho costruito quasi come una band il primo disco, sono due persone con una estrazione classica ma una confidenza e complicità con il mondo del pop in generale che ha permesso una collaborazione stimolante, non difficile come a volte accade con musicisti di quella provenienza. Con loro parti a parlare di un accordo e finisci con un quadro. Enrico ci sarà anche nel nuovo disco, Giambattista un po’ meno perché è andato a vivere all’estero, ma ci sarà comunque e nel frattempo ho iniziato a collaborare quest’anno con un violinista che si chiama Nicola Vanzan. Prima di “Caduto” hai ascoltato da Arturo Benedetti Michelangeli a Flavio Giurato a Piero Ciampi, grandi compositori, cantautori “sfortunati” o “maledetti”, mi puoi parlare un po’ di queste scelte? In casa ascolto il coro della SAT diretto da Benedetti Michelangeli, ho sempre avuto curiosità, non ho preconcetti nei confronti dell’ascolto, sono però legato al passato, secondo me c’è una freschezza nella musica degli anni ’60 che oggi non c’è più, poi ho sempre una curiosità testuale, vado a scoprire chi ha suonato quella musica, con quali collaboratori, chi li ha ispirati, a quale genere appartenevano, insomma, non mi sono mai fermato. Sono cresciuto suonando la chitarra ma ho sempre ascoltato anche dischi di solo pianoforte, clarinetto, cori di voci. Non ho mai amato molto invece il crossover, quel genere in cui metti un po’ tutto assieme, cerco di filtrare, di ricostruire delle identità, dei percorsi. La tua vena interpretativa colpisce sempre molto, sei stato anche premiato per la tua verve, come te lo spieghi? Non ho mai studiato in senso accademico canto, chitarra e musica in generale, perché ho sempre voluto difendere qualcosa di mio. Credo che quindi ci siano in me ingenuità ed elementi irrisolti, ma l’intenzione è quella di costruire una originalità che con un percorso più accademico non aveva senso mettere assieme. Arrivare a fare delle cose per conto mio, creare un’identità personale che viene fuori nell’esecuzione, insomma credo che ognuno abbia una sua storia e in genere un cantante ti piace proprio perché è lui e non perché ti ricorda qualcun altro. Grazie.

Silvia Gorgi

  Redattore

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