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Lirica

Fabio Armiliato: "La musica è importantissima nell'educazione, ed ogni famiglia deve sentirsi responsabile"

Uno dei tenori più famosi ed apprezzati dal pubblico di ogni parte del mondo racconta di sé e della sua carriera a Teatro.it 

Fabio Armiliato
Fabio Armiliato ©  Foto Antoni Bernad-Fidelio Artist 

E' chiamato a esibirsi nelle maggiori sale del mondo, Fabio Armiliato: da Vienna a Berlino, da Madrid a Barcellona, da Washington a Tokyo, e via di questo passo. In Italia è da sempre ospite abituale di tutti i grandi teatri. E calca volentieri i maggiori palcoscenici estivi, quali l'Arena di Verona ed il Festival di Torre del Lago. Un luogo, quest'ultimo, cui è da sempre molto legato avendovi interpretato più volte tutte le grandi opere pucciniane accanto alla sua compagna, l'indimenticabile soprano Daniela Dessì.


Fabio Armiliato è un famoso tenore, il fratello Marco un affermato direttore d'orchestra. E' solo un caso?
Veniamo da una famiglia dove la passione conta molto, e la voglia di far bene è sempre stata più importante di quella d'essere famosi. La musica è importantissima nell'educazione, e di questo ogni famiglia dovrebbe sentirsi responsabile. Anche proponendola ai propri figli nella maniera più ampia, in modo da non poter impedire loro di sviluppare il proprio talento in tutte le forme: musica classica o leggera non importa, ma sempre con grande preparazione, rispetto e cultura. Questo hanno fatto i miei genitori, e di questo li ringrazierò sempre.

Fra le sue doti, la grande musicalità, un registro acuto facile e limpido, una presenza scenica formidabile e una cura particolare per la parola. Per lei cosa conta di più?
Tutte insieme le cose che mi elencate: perché si comincia con la voglia di capire, poi si continua con la preparazione e con l’approfondimento. Quando poi la professione diventa un impegno, per dimostrare il proprio valore e comunicare qualcosa di importante al pubblico bisogna trovare il modo di applicare tutto quello che si è imparato, conciliandolo con la propria personalità. Oggi il teatro è sempre più esigente, e quindi bisogna sempre di più trovare dentro di noi la pulsione necessaria per diventare interpreti credibili: sia dal punto vista musicale, sia dal punto di vista vocale e scenico. 

Mario Cavaradossi in Tosca


Debutto avvenuto nel nome di Verdi. Anno 1984, con Simon Boccanegra. Poi molte ed impegnative figure verdiane, compreso un Otello da scintille. Quali ruoli ama di più?
I ruoli verdiani sono tutti assai impegnativi. Vengono da una scuola di canto, soprattutto nella vocalità tenorile, che richiede un approfondimento tecnico e interrogativo notevole. Non c'è un ruolo verdiano in cui mi sia identificato più degli altri; però ho amato molto quello di Don Carlo per la sua introspezione psicologica. E poi Alvaro ne La forza del destino, che avuto la fortuna di poter preparare con il grandissimo Carlo Bergonzi. Ovviamente al personaggio di Radames sono legati bellissimi ricordi, soprattutto all’Arena di Verona, la città di origine della mia famiglia.

Nel suo repertorio cè praticamente tutto il Puccini tenorile, da Des Grieux sino a Calaf. Cosa significa Puccini per lei?
Puccini ha trasformato l’opera lirica in teatro dei sentimenti e delle passioni più vicine alla sensibilità moderna. Le sue eroine ed i loro uomini ci portano e raccontano storie semplici, in cui emergono però tutte le nature più intime della sensibilità umana. E attraverso l’uso straordinariamente bello delle melodie, ha creato romanze e duetti indimenticabili che tuttora sono la forza del teatro lirico italiano in tutto il mondo.

Maurizio di Sassonia in Adriana Lecouvrer

 

Leoncavallo, Mascagni, Cilea. E poi il Giordano di Andrea Chénier, un ruolo che le calza a pennello. Si trova a suo agio nel repertorio verista?
Il Verismo applica ancora di più il teorema pucciniano di sposare il teatro con la realtà dei suoi tempi, anche se a volte le opere sono calate in ambienti storici del passato. Basta pensare a La cena delle beffe, Isabeau, Adriana Lecouvreur. Le passioni raccontate però sono comunque vere e reali, e la scrittura vocale in queste opere sconta l'esigenza di creare delle emozioni forti. Da qui la difficoltà di poterle rappresentare, e di eseguirle con qualità e intensità: non sono solitamente titoli che si prestino a giovani interpreti, ed il volerli a volte forzatamente rappresentare, facendo ricorso a loro, comporta il rischio di vedere giovani talenti bruciarsi in fretta. Cosa che anche oggi succede troppo spesso.

Ha reso benissimo anche il Donizetti romantico di Lucia e quello neoclassico di Poliuto. Poi basta... non le interessa?
Ho sempre pensato che il mio temperamento artistico si presti di più alla vocalità romantica ed a quella verista: questo è un po’ dovuto al mio carattere, alla generosità del mio canto; e forse anche per la mia esuberanza scenica. C’è anche stata, dopo la metà del secolo scorso, un’eccessiva classificazione degli stili vocali quasi a “compatimenti stagni”. Creando così delle specializzazioni stilistiche molto forti che hanno portato alla creazione di cliché da cui non ci si è più potuto staccare. Una volta un tenore che cantava Rossini e Bellini, cantava anche Verdi e Puccini senza scandalizzare nessuno, portando anzi nel repertorio più moderno la cultura vocale del belcanto. Principale e unico denominatore comune era però la preparazione tecnica e il senso del fraseggio adatto ad ogni stile, cose che nei tempi moderni sono diventate sempre più lacunose.

Nel 2008 a Bologna l’abbiamo sentita in Norma. Era il debutto della Dessì. Il resto del repertorio belliniano non lha interessata? Potrebbe essere un Gualtiero (Il pirata) molto interessante.
Il ricordo di quella Norma rimane una delle cose più belle della mia carriera, una sensazione davvero forse irripetibile. Come ho detto prima, si è un po’ entrati in una classificazione stilistica molto rigida, e se un cantante viene considerato “romantico” oppure “verista” , raramente riceve l'offerta di potersi cimentare in un repertorio diverso. Riconosco però che per affrontare ruoli belliniani occorre avere una vocalità particolare, con la capacità anche di saper affrontare estensioni vocali molto acute con sicurezza.

Fabio Armiliato e Daniela Dessì in Fedora


Quali ruoli non le hanno mai proposto sinora, ma le piacerebbe affrontare in teatro?
Non ho mai cantato I racconti di Hoffmann, e mi piacerebbe molto interpretare il ruolo di Hermann ne La dama di picche di Čajkovskij, musicista che io adoro. Non ho mai pensato al repertorio tedesco: credo che sia indispensabile una vera padronanza della lingua, e ci sono già interpreti bravissimi che hanno fatto sempre la differenza in questo repertorio.

Tecnica solidissima e finissimo gusto interpretativo. E questo che lha portata a tenere master classes in giro per lItalia? 
Mi piace assai insegnare, perché mi è sempre piaciuto informarmi molto e ascoltare moltissimo. Ho interpretato un repertorio assai vasto, e l’ho potuto affrontare con tanti direttori d’orchestra di grandissimo livello, e con registi di straordinario valore. Ho avuto la fortuna di lavorare in un periodo storico dove la qualità era un aspetto fondamentale. Un periodo di grandi competenze, che mi ha fatto crescere professionalmente, apprendere tanto, e vivere tantissime esperienze da raccontare ai miei allievi. Ho vissuto e lavorato vicino a Daniela Dessì, uno dei più grandi soprano del mondo dell’opera, un vero trattato di canto vivente. Insieme a Daniela ho potuto approfondire al meglio i più diversi aspetti dell'interpretazione, e quindi porto con me tutto il bagaglio delle esperienze vissute insieme. Soprattutto, il periodo della mia vita insieme a lei mi ha insegnato a scoprire la voce femminile negli aspetti più intimi e profondi. Cosa che per un potenziale insegnante è fondamentale.

Lei ha una figura snella ed atletica, diversa da quella di certi suoi colleghi. Fa ancora parte della Nazionale Italiana Cantanti di calcio?
Faccio orgogliosamente parte di questa Nazionale. con cui ho un legame davvero forte per la condivisione dei suoi obiettivi di solidarietà, ma col tempo ho preso a giocare un po' meno. Bisogna capire quando certe cose è meglio non farle più… si rischia prima di tutto di farsi del male, e poi soprattutto di diventare anche poco credibili. Un principio che, secondo me, sarebbe da applicare ad ogni disciplina della vita.

 

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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