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Danza

Paola Bedoni: "Nella danza non importa cosa si fa, ma come la si fa"

Alla presentazione del suo nuovo lavoro sulla scena teatrale romana, abbiamo incontrato e intervistato Paola Bedoni, danzatrice e coreografa di Some Disorder Interior Geometries.

Paola Bedoni
Paola Bedoni © Alberto Calcinai

Some Disordered Interior Geometries (parafrasi sul ritrovamento di un corpo) vuole essere un personale omaggio della coreografa Paola Bedoni alla fotografa Francesca Woodman. Il lavoro, suddiviso in sette quadri coreografici, coniuga danza e immagine intese come immaginario. In questa performance la danza è il mezzo attraverso cui un corpo in movimento diventa strumento e veicolo di lettura, riproduce drammaturgicamente storie, vissuti, suggestioni. 

Nel nostro incontro la danzatrice e coreografa illustra il suo particolare modo di "sentire" il corpo per raccontare qualcosa, la sua assoluta centralità, dai metodi compositivi alla fusione del teatrodanza con le attuali esigenze comunicative.
 

Paola, ti sei formata alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi e hai lavorato con i maggiori pionieri del teatrodanza, da Reinhild Hoffmann a Lucinda Childs. Ritieni con il tuo stile di essere andata oltre?
La mia formazione si è basata sullo studio approfondito del teatrodanza e della danza contemporanea in tutte le sue forme. Ho avuto la fortuna di lavorare con coreografi molto diversi da loro che negli anni mi hanno aiutata a capire quale fosse la mia cifra stilistica coreografica e interpretativa, quale fosse il mio gusto e la mia peculiarità. Considero il teatrodanza come un grande contenitore che racchiude tutte le sfumature che via via ha preso negli anni. Il mondo della danza è molto cambiato dai tempi di Pina Bausch e come coreografa e danzatrice non posso non tenere conto dell’evoluzione dei tempi. Quindi, è molto difficile definirmi e circoscrivere i limiti del mio lavoro.

Su cosa è basato il tuo processo di composizione coreografica?
Il mio processo creativo nasce sempre da una suggestione, da una o più immagini, da una ricerca. Raccolgo ogni tipo di materiale letterario, fotografico, pittorico, cinematografico e musicale. Mi pongo delle domande, attingo dal mio bagaglio culturale ed emotivo, poi uso lo strumento dell’improvvisazione per creare materiale fisico che poi assemblo come fosse un puzzle. 
Per me è fondamentale il ritmo con cui il corpo danza e spesso mi ritrovo a spingerlo in direzioni che non gli appartengono e a provocarlo per fare affiorare una vera necessità di esprimersi, danzare. Ogni gesto, ogni movimento che scelgo di mettere in scena per me ha un grande significato, perché rappresenta la mia urgenza alla comunicazione che filtra il mio essere attraverso il corpo e la danza.


Some Disordered Interior Geometries si ispira al lavoro della fotografa Woodman. Quale relazione hai costruito tra danza e fotografia?
Ero al primo anno di accademia di belle arti quando ho scoperto il lavoro di Francesca Woodman. Quello che mi colpì non fu la sua storia personale ma come in maniera così naturale nelle sue foto io intravedessi un pezzo di umanità e questo accadeva in modo educato; anche nella sue immagini più forti non c’è la volontà di provocare o colpire, semplicemente esistono. 
Trovo molte affinità tra la mia danza la sua fotografia. Ogni immagine racchiude un mondo che va molto più in profondità della semplice estetica. Non è per forza bella, è necessaria. Ho scelto alcune delle sue foto per interrogarmi su come io potessi restituire quel’atmosfera, quella grana, quell'essenzialità che vedo nella sua fotografia. 

Sei coreografa e interprete di questo studio sul corpo. C’è dell’autobiografico nel tuo lavoro?
C’è sempre dell’autobiografico nel mio lavoro, ma viene filtrato con il corpo, non c’è uno scopo narrativo, non voglio raccontare per forza una storia. Vorrei che il mio corpo si impregnasse del vissuto e restituisse quello che ho scelto di non dire a parole, ma attraverso la danza.

Cosa rappresenta il corpo nella tua ricerca artistica?
Il corpo è lo strumento che utilizzo come filtro per raccontare qualcosa. E’ una macchina che negli anni ho allenato con la tecnica per far sì che fosse pronto a restituire la mia espressività con la massima libertà e senza limiti estetici. Il mio corpo non si deve guardare allo specchio, deve “sentire” quello che fa e lo deve fare il più onestamente possibile. Il corpo è sempre in contatto con un “dentro”, con un intenzione. Luciana Melis, una delle mie grandi maestre, mi ha insegnato che è importante non “cosa” si fa ma “come” lo si fa.

 

Roberta Leo

  Redattore

Nata nel 1992, Roberta Leo si perfeziona come ballerina presso l’Associazione Italiana Danzatori di Roma. Ballerina professionista in vari spettacol...

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