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Danza

Luciano Cannito: “Basta scuse! Dopo i numeri è tempo di riflettere...e agire!”

Intervista a Luciano Cannito. Non solo dati e statistiche ma interrogativi e proposte concrete. Il Presidente dell’Associazione Nazionale dei Coreografi Italiani ci parla della danza italiana, di cosa non funziona e di come si può cambiare.

Luciano Cannito
Luciano Cannito

Dopo pochi giorni dalla sua audizione in Senato il M° Luciano Cannito offre una fotografia ben nitida della situazione dei Corpi di Ballo delle Fondazioni Lirico Sinfoniche italiane. 

Si parte da numeri, leggi e statistiche fino ad arrivare a spunti di riflessione che potrebbero scardinare vecchi sistemi. Il Presidente dell’Associazione Nazionale dei Coreografi Italiani spiega come l’investimento sulla danza potrebbe essere un ottimo e agevole punto di partenza per lo sviluppo culturale ed economico del paese. Senza puntare il dito riflette, s'interroga e invita a pensare. Non solo parole e numeri ma anche proposte di soluzioni pratiche per la formazione artistica, la legislazione di settore e i criteri di ripartizione delle sovvenzioni statali.
 

M° Cannito, Lei sta combattendo in prima linea la battaglia contro la dismissione dei Corpi di Ballo delle Fondazioni Lirico Sinfoniche italiane. A che punto siamo arrivati?
Nonostante l’ampia dimostrazione di solidarietà, comprensione e oggettiva presa di posizione da parte di alcuni schieramenti non c’è mai un punto d’arrivo. Sto scoprendo che ciò che pensavo essere una scusa da esibire quando non si riusciva a ottenere un risultato è invece la realtà. Sto parlando di meccanismi molto difficili da scardinare, dei cosiddetti “poteri forti”, o meglio, di rapporti radicati e strutturati tra persone che detengono il potere politico, si conoscono da moltissimi anni, frequentano gli stessi ambienti di gestione e amministrazione e hanno come unici referenti loro stessi. Sia chiaro che con questa accezione non mi riferisco tanto al potere finanziario bensì a relazioni fortemente consolidate tra persone che hanno stima reciproca e che trascendono ogni tipo di altra scelta.

In sostanza sta dicendo che cambiano i ministri e le forze parlamentari ma i gruppi che hanno gestito per anni l’amministrazione della cultura e dello spettacolo restano?
Si, se il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, e quindi dello spettacolo dal vivo, afferma che non ci sono risorse economiche sufficienti per le Fondazioni Lirico Sinfoniche e i loro Corpi di Ballo nessuno si stupisce dell’illegittimità di tale affermazione. Sono scuse! È come se il Ministero della Pubblica Istruzione o il Ministero della Sanità dichiarasse l’insufficienza di fondi per realizzare i principali interessi pubblici come la formazione o la salute dei giovani, gli ospedali o le scuole. Allo stesso modo lo spettacolo dal vivo, quindi l’arte e la cultura, rappresenta un interesse altrettanto fondamentale per la collettività e l’educazione dei cittadini italiani.
 


A tale proposito, Lei in Senato, oltre a numeri e codici, ha spiegato in che misura è emerso a livello storico-culturale e antropologico il valore della danza in Italia. Qual è oggi la funzione pedagogica-educativa dell’arte tersicorea?
L’audizione in Senato come unica rappresentatività a livello autoriale del settore, è già di per sé un atto più che positivo. La danza, infatti, dinanzi al legislatore viene rappresentata solo sotto l’aspetto sindacale o gestionale. Ciò che manca è sicuramente un interlocutore tecnico che sappia esporre dati e problematiche attuali. Prima la danza non era sicuramente un fenomeno di così larga popolarità mentre oggi i numeri sono talmente alti che si potrebbe pensare ad essa come ad una sorta di “tesoretto” per lo sviluppo culturale del nostro Paese in quanto è un’arte che parla di educazione e cultura. La mia non vuole essere una mera analisi di giudizio che lamenta la chiusura dei Corpi di Ballo e la precarietà professionale dei danzatori. Io sto cercando di capire, senza alcun preconcetto nei confronti del Ministero, perché le Fondazioni che presentano una stagione di opera e balletto abbiano nel loro organico il coro, l’orchestra ma non il corpo di ballo che, invece, necessita di prendere spazio per offrire prodotti di eccellenza.

Lo scorso 13 febbraio, numeri alla mano, ha riportato in Senato i frutti di un’indagine condotta sul Fondo Unico dello Spettacolo (FUS). Dalla legge Corona alla Legge Bray fino al nuovo Codice dello spettacolo quali sono le maggiori criticità della legislazione italiana in materia?
Anche se c’è stata un’importante ottimizzazione delle risorse destinate alla cultura esse restano le più basse d'Europa. Sicuramente il FUS quest’anno è aumentato ma nel nuovo decreto-legge di riordino presentato pochi giorni fa nel Consiglio dei Ministri non c'è alcuna menzione dei Corpi di Ballo. Il 50% del FUS è riservato solamente alle quattordici Fondazioni Lirico Sinfoniche. Si tratta di circa duecento milioni di euro! Come è possibile che con cifre così alte non si riesca a garantire al loro interno la sede d’eccellenza del balletto classico? La legge Bray è stata pensata in un momento di crisi per fronteggiare un’emergenza e porre riparo ai danni causati dai sovrintendenti tramite tagli del personale tecnico-amministrativo e razionalizzazione delle masse artistiche. Nei fatti però sono stati eliminati solamente i Corpi di Ballo e lasciati intatti gli amministrativi. Appare evidente che si sono attuati dei meccanismi per tutelare e garantire strutture di potere fortemente radicate all’interno del Ministero che avevano un modus operandi e delle finalità ben precise. 
 


Per ottenere risultati concreti va sensibilizzato maggiormente il pubblico o il legislatore?
Non credo sia necessaria alcuna opera di sensibilizzazione. È evidente che nei precedenti vent’anni di gestione del Ministero gli spettacoli di balletto stavano avendo un costante incremento di pubblico e ciò poteva facilmente scardinare situazioni e sistemi di gestione dei fondi della cultura. In alcuni paesi dove vige una legislazione finanziaria che prevede la defiscalizzazione totale degli investimenti lo stato accetta che i cittadini scelgano di destinare una parte delle tasse che sono tenuti a versare ai corpi di ballo piuttosto che ai teatri, agli ospedali o alle scuole ecc. Ciò non accade in Italia e di conseguenza non vi è modo di creare un ritorno culturale sul territorio. Un Corpo di Ballo significherebbe un rifiorire di molteplici attività artistiche culturali anche accessorie, oltre che di numerosi posti di lavoro. In Senato mi hanno chiesto perché sta accedendo tutto questo. Non dovrei essere io a rispondere ma io credo che si tratti di leggi vecchie, di idee vecchie che vedono la danza ancora relegata ad una fruizione d’èlite.

Come dovrebbe agire il Ministero a livello periferico? Ad esempio per i luoghi di formazione della danza?
Questa dei Corpi di Ballo, in quanto luoghi d’eccellenza del balletto, è solo la punta dell’iceberg della situazione della danza italiana. Per quanto riguarda la formazione l’Accademia Nazionale di Danza è l'unico istituto universitario a fronte degli oltre cinquanta conservatori presenti sul territorio nazionale. Ciò farebbe pensare che ci siano molti giovani musicisti e pochi danzatori. In realtà i primi sono appena un quarto rispetto ai secondi. Il diritto allo studio sancito dalla Costituzione Italiana appare, dunque, intaccato perché la presenza di una sola Accademia di danza limita fortemente i giovani danzatori che vorrebbero studiare danza ai gradi più alti dell’istruzione ma non possono permetterselo per ovvi motivi economici e logistici. Non potrebbe esserci un’accademia interna per ogni regione come accade per i conservatori o per ogni Fondazione visto che queste ultime detengono già il 50% degli stanziamenti del FUS per produrre opere d’eccellenza di opera e balletto?
 


In Senato Lei ha dichiarato che, nonostante la Legge Corona resti ancora la legge madre che cristallizza il carattere pubblico delle attività musicali, teatrali e di danza, il decreto del 2014 l'ha modificata  con un clamoroso esempio di discriminazione culturale. Può spiegarsi meglio?
Si parla dei criteri di ripartizione e degli indicatori di rivelazione della produzione. Le sovvenzioni da assegnare sono determinate dal criterio dei punteggi che il Ministero riconosce attribuisce alle varie forme di spettacolo. Più alti sono i punteggi, maggiori sono le finanze assegnate anche in base al personale artistico impiegato. Ma nel balletto nonostante le masse artistiche impegnate siano numericamente le stesse di altre forme di spettacolo, come ad esempio la lirica, il punteggio è dimezzato. Attraverso tale sistema si è deliberatamente adottato un metodo che disincentiva le Fondazioni dal prevedere un Corpo di Ballo nella loro pianta stabile, modificando quella che era la Legge Corona. Forse non è ancora chiaro il motivo per cui tutto ciò stia accadendo. Continuerò a combattere ma soprattutto a interrogarmi!

 

Roberta Leo

  Redattore

Nata nel 1992, Roberta Leo si perfeziona come ballerina presso l’Associazione Italiana Danzatori di Roma. Ballerina professionista in vari spettacol...

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