Classica

Alessandro De Marchi, un raffinato italiano in Tirolo

Il nostro incontro con il musicista, direttore artistico e sovrintendente dell''Innsbrucker Festwochene der Alten Musik, una delle più importanti rassegne europee di musica antica

Alessandro De Marchi
Alessandro De Marchi

Ha studiato musica a Roma negli anni '70 Alessandro De Marchi, ma nella sua formazione di base rientra anche quella della tradizione napoletana dei 'partimenti'. Anche per questo – oltre che per l'intelligenza e la grande maestria artistica - è a buon diritto uno dei maggiori esperti della grande tradizione musicale italiana, che a Napoli aveva il suo fulcro. Il suo repertorio spazia da Monteverdi a Stradella, da Pergolesi e Scarlatti ed arriva a Mozart ed Haydn, sino a toccare il belcanto del primo '800: Donizetti, Bellini e soprattutto Rossini. 

A luglio sospende la sua girovaga attività di direttore, e si ferma nella capitale del Tirolo per il 'suo' festival, l'Innsbrucker Festwochen der Alten Musik. E' qui che l'abbiamo raggiunto per la nostra intervista.
 

Maestro, lei è molto noto quale specialista del repertorio sei-settecentesco, da Monteverdi a Mozart. Come si è avvicinato a questo genere?
Tutto è cominciato in giovanissima età: al Conservatorio di Roma, il professore di organo mi mandò a far lezione di armonia con Domenico Bartolucci, all'epoca direttore perpetuo della Cappella Sistina. Bartolucci, che aveva imparato la musica con l'antico sistema dei conservatori napoletani - quello dei 'partimenti' - mi insegnò a realizzare i bassi d'armonia direttamente al piano, invece che scriverli. Quindi con lui, senza saperlo, feci un corso di accompagnamento con il basso continuo, essendo così in grado - a soli 16 anni! - di interpretare e suonare a vista qualsiasi linea di basso cifrato.
Poi venni a sapere che un certo Sergio Siminovich, sulla falsariga di quanto si faceva a Londra, organizzava alla Chiesa Valdese di Piazza Cavour, una domenica al mese, un concerto "a prima vista", aperto a tutti. Alle 14 si vedeva chi c'era, si sceglieva in base a ciò cosa suonare, e dopo mezz'ora di prova alle 17 cominciava il concerto. Mi presentai, volle sapere cosa sapevo fare, e io dissi d'essere organista. Mi chiese se sapevo leggere un basso cifrato, e io dissi di sì. Parve dubbioso – la cosa non era affatto comune, specie in un ragazzino – però mi prese. E da allora suonai con lui un mucchio di cose: gli oratori di Händel e Bach, le cantate di Bach e Buxtehude: tante pagine lette e 'macinate' anno dopo anno senza aver modo di approfondirle. In questo modo però a 22-23 anni ero già entrato in un mondo nel quale sono poi rimasto per tutta la vita. Ho suonato con il Centro Italiano Musica Antica di Roma, che è stata la prima orchestra barocca italiana (fondata nel 1979, ci sono passati Rinaldo Alessandrini, Biondi, Enrico Gatti, n.d.r.), mi sono perfezionato a Basilea con maestri importanti e di varie tendenze fra cui il grande Jesper B. Christensen, ho cominciato a dirigere io stesso, ho fondato un mio gruppo (l'Accademia Montis Regalis, n.d.r.) ed eccomi qua.

Si ha in effetti l'impressione che lei improvvisi sul basso continuo, quando sul clavicembalo accompagna un recitativo...
Certamente! E lo stesso vale per i musicisti che lavorano con me. Come i jazzisti, siamo abituati a realizzare al momento il continuo. Abbiamo sotto una linea di basso e dei numeri – che sono l'equivalente degli accordi – e su quelli improvvisiamo. Con grande libertà ma anche con coscienza stilistica, adattandoci magari al momento contingente: quando il cantante cambia qualcosa, quando è diversa la dinamica, o solo se la serata è differente, in un costante scambio di idee musicali durante il concerto.

Lei affronta talvolta il repertorio lirico del primo '800, fra cui Rossini, di cui ultimamente ha offerto il “Barbiere”. Non le interessa spostarsi più avanti nel tempo?
In realtà io sono noto come specialista del barocco, proprio perché qui a Innsbruck raggiungo la mia massima esposizione mediatica. Qui arrivano giornalisti da tutto il mondo... Però se guarda bene la mia attività, si scopre che dirigo non solo molto Mozart, ma anche un ampio repertorio sinfonico, da Beethoven per arrivare sino ad un Schinttke, per dire. Per cui mi considero ormai un direttore 'normale', che però ha una sua coscienza stilistica derivante dal lavoro sinora fatto. Applicando cioè non solo l'intuizione personale, ma lavorando anche sulle fonti storiche.
 

San Giovanni Battista  di Stradella (Innsbruck 2017)


A Innsbruck ha appena riesumato Didone abbandonata di Mercadante. Un lavoro molto “rossiniano”  - è coevo di Semiramide - di un autore oggi ingiustamente trascurato.
Sono assolutamente d'accordo, la sua è tutta musica molto bella. Specie questa Didone - titolo dimenticato, ma estremamente interessante - al quale ho dedicato tantissimo tempo, non solo per lo studio e la preparazione, ma anche perché ho dato una mano non indifferente alla revisione critica. La quale è stata molto complessa perché la partitura – conservata in autografo a Torino - è stata scritta un po' velocemente da Mercadante, ed ha richiesto uno sforzo notevole di lettura. La revisione era pronta solo pochi giorni prima delle prove, ma poi abbiamo continuato a correggerla e sistemarla sino alla terza recita.

Parlando di un repertorio più ampio, quali nuovi autori le piacerebbe accostare?
Verdi senz'altro... e senz'altro Puccini. Sono convinto che mi starebbero benissimo. Sono però meno convinto di poter fare un lavoro serio e approfondito (come faccio per il barocco, per Mozart e per il belcanto) con quel tipo di cantanti. Perché è un repertorio in cui il vincolo della tradizione, e la presunzione di dire «si fa così, e basta» sono molto forti. C'è una così tale mole di registrazioni che, bene o male, fanno testo, che resta pochissimo spazio per la ricerca. Quindi mi interesserebbe molto quel repertorio, ma mi spaventa un po' l'incontro con cantanti che si ritengono specialisti e depositari della “verità”.

Forse l'ambiente ideale sarebbe quello di certi festival, come Bad Wildbad o Glyndebourne, dove si sperimenta, senza magari grandi divi...
In effetti mi interesserebbe di più un certo approccio storicistico, di vero approfondimento. Di certo non debutterei, per esempio, con un titolo verdiano a Parma, dove se magari non assomiglia a quello - che so, di un disco della Callas - il pubblico degli appassionati non ti risparmia le critiche. Che magari ben vengano, però, se se servono ad avviare una discussione, ed a smascherare dilettantismi e cialtronerie.

Dal settembre 2009 lei è direttore musicale dell'Innsbrucker Festwochen, e dal 2016 ne è anche sovrintendente. La impegna molto l'organizzazione del Festival? 
Per fortuna ho un team formidabile, che lavora assai bene e che mi aiuta tanto, moltissime cose sono automatizzate. In più dispongo di un direttore amministrativo – Markus Lutz, in comune con il Tiroler Landestheter – molto efficiente e competente; e sopra tutto del mio braccio destro, Eva-Maria Sens. Quale betriebsdirektorin, è lei di fatto il fulcro su cui ruota ogni cosa. Dato che durante il resto dell'anno giro il mondo facendo il direttore, lei ha delega per quasi tutto, e provvede a quanto io non posso fisicamente fare. Io imposto il programma generale, scelgo gli artisti, insomma do la mia impronta al Festival. E mi tengo carta bianca solo per le opere. I singoli eventi li organizziamo insieme, se serve anche con il nostro drammaturgo. Senza il suo supporto, e senza il lavoro della mia équipe, il mio doppio ruolo non sarebbe possibile, ed una macchina così complessa (il Festival prevede uno o più eventi ogni giorno, per due settimane, n.d.r.) non andrebbe avanti così bene.

Il suo mandato è stato confermato al 2021. Le sta dando molte soddisfazioni il Festival di Innsbruck?
Moltissime... E' per me il momento più difficile e faticoso dell'anno, ma anche il più bello. Si respira un'atmosfera di festa, c'è musica diversa ogni sera, e la scoperta di inediti o di cose insolite è un elemento fondamentale del Festival. Ci sono tanti gruppi – e molti sono di giovani - che vanno e vengono, con un'offerta ed un livello artistico in aumento ogni anno. Lo vediamo anche nella crescente qualità dei concorrenti al Concorso Cesti, giovani cantanti che di anno in anno sono sempre più bravi.

E' stato lei a proporre il Cesti-Wettbewerb e la sua particolare formula?
In effetti è stata una delle prime idee che ho proposto come direttore musicale. Addirittura nel primo pranzo di lavoro: appena seduti ho detto che intendevo istituire un concorso vocale dedicato al canto barocco. Ed hanno subito accettato. La formula ha una doppia finalità: selezionare i migliori giovani cantanti barocchi, facendoli conoscere a livello europeo; e fare casting per l'opera “young” in cartellone per l'anno successivo. Per questo i concorrenti sono tenuti a presentare un doppio programma: una parte è libera, l'altra prevede l'opera scelta dal Festival. Quest'anno è stata l'Ottone di Händel, che sarà in scena nel 2019. Il concorso ha avuto grandissimo successo, e vediamo già carriere ben avviate di vincitori e finalisti. Cantanti che ora girano per il mondo; e spesso tornano a cantare qui a Innsbruck.

Lei sta presentando a Innsbruck una serie di splendidi oratori barocchi. Ma hai mai diretto qualcosa del grande (e trascuratissimo) Perosi?
Sì, ho diretto a Parigi, alla Salle Pleyel, Il Natale del Redentore... ma non in pubblico! E' stata una delle cose più belle della mia vita, quella splendida partitura l'ho imparata a memoria, è un pezzo meraviglioso che ho nel cuore. Però è successo che dopo l'ottima prova generale – che per fortuna è stata registrata - è stato improvvisamente dichiarato uno sciopero di tutte le orchestre francesi, compresa la mia. Io avevo già il frac infilato, quando venne in camerino il primo violino che mi salutò dicendo «Maestro, è stato un piacere lavorare con lei», ma il concerto non l'hanno fatto. Una specie di aborto per me, tanto che ho avuto il mal di stomaco per un mese. Da allora sono alla ricerca di un'occasione per riprenderlo. Ci sono un paio di orchestre interessate, ma essendo una partitura monumentale c'è bisogno di uno sforzo notevole e non sarà facile arrivarci.

Anche l'anno prossimo potremo contare sulla riscoperta di un altro oratorio barocco?
Si, e sarà senz'altro un lavoro di Händel, ma il titolo sarà annunciato più avanti. A tale proposito, metto in evidenza una questione sulla quale si riflette poco: i compositori del tempo sapevano che le opere teatrali venivano necessariamente imparate a memoria, mentre gli oratori si potevano leggere, quindi si sono presi più libertà espressive e maggiori complessità compositive; e nelle parti del coro si sono permessi cose impossibili sulla scena. Molto spesso perciò la sostanza musicale degli oratori risulta maggiore di quella delle opere teatrali. Non si può negare.
 

Didone abbandonata (foto Rupert Larl)


Certi registi amano essere provocatori, sino ad accentrare l'attenzione sul fatto scenico, a volte a discapito di quello musicale. Che rapporto ha con le regie più estreme? 
Io sono dell'opinione che tra la regia per così dire 'storica' – quella che magari cerca di ricostruire lo spirito di un'epoca – e quella supermoderna, ci sia tutta una tavolozza di possibilità, che un festival come il nostro deve assolutamente presentare, Non ci si può fossilizzare su un solo genere di regia. Se guardiamo insieme quanto fatto qui a Innsbruck in questi ultimi dieci anni, ogni opera mostrava un suo tipo di regia e un'estetica diverse. Io tengo moltissimo a questa varietà, sapendo comunque che in ogni caso è impossibile far contenti tutti. Ad esempio, quest'anno la Didone abbandonata di Mercadante ha diviso nettamente la stampa: da una parte aspre critiche, dall'altra entusiastiche recensioni. Io credo però che se un grande regista come Jürgen Flimm prende delle decisioni estetiche, bisogna rispettarle. Abbiamo collaborato con molta tranquillità: lui aveva il suo spazio, io avevo il mio, e ci siamo aiutati dove era necessario. Con un buon risultato, mi pare.

Com'è il suo rapporto con la critica? La ritiene di solito obiettiva?
Sereno, accetto ogni osservazione. Anche se a volte leggendo e confrontando diverse critiche uno pensa: ma dove sono stati questi che scrivono? Sono stati forse in due posti diversi?

Ultimissima domanda. Lei è umbro di origine, ma nato a Roma. Ora abita in Germania, in una località vicino a Stoccarda. A parte la frequentazione artistica, le manca l'Italia? 
In realtà anche mio padre - benché la sua famiglia venisse da un piccolo paese dell'Umbria (Trognano di Cascia, n.d.r.) - è nato a Roma. Mentre la mia nonna paterna era siciliana, e tutta la famiglia materna era invece napoletana. Un fritto misto, diciamo! Io invece abito in Germania ormai da 25 anni, mia moglie è tedesca, e la mia vita è ormai definitivamente lì. E' evidente che comunque c'è un rapporto di amore molto forte con l'Italia dove, per fortuna, negli ultimi anni mi hanno “riscoperto”. E quindi ora mi si presenta di frequente l'occasione di tornare a lavorarci. Sono molto felice quando sono in Italia, ci sto bene. Poi ritorno a casa mia (ride) e sono felice anche lì...

 

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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