ALCINA
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LO SPETTACOLO

Autore: georg friedrich haendel
Regia: robert carsen, direttore giovanni antonini
Genere: opera
Compagnia/Produzione: fondazione teatro alla scala
Cast: anja harteros, monica bacelli, patricia petibon orchestra e coro del teatro alla scala

Descrizione
nuovo allestimento, produzione opéra national di parigi
Scheda spettacolo a cura di
Francesco Rapaccioni

LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Rapaccioni

Milano, teatro alla Scala, “Alcina” di Georg Friedrich Handel L'INCANTO DI ALCINA Insieme a Orlando e Ariodante, Alcina è la terza opera di Händel che trae ispirazione dall’Orlando Furioso di Ariosto, il cui libretto è una variante del mito di Circe, incantatrice fatale che attrae gli uomini su un’isola paradisiaca e, dopo averli sedotti, li trasforma in rocce, animali, piante, flutti. La maga subisce però la metamorfosi della passione amorosa, che fa crollare il suo universo illusorio ed il suo magico potere: ne scaturisce tutta la tragica umanità e, quindi, l'autentica seduzione della donna abbandonata, vittima del suo stesso mito/destino. Scritta da Händel nel 1734 per il Covent Garden, Alcina arriva alla Scala per la prima volta, dopo una edizione in forma di concerto nel 1985. Il fortunato allestimento di Robert Carsen risale al 1999 per l’Opéra di Parigi, riproposto nel 2004 e ancora nel 2008 (al Palais Garnier). Carsen rilegge l'opera da un punto di vista borghese, la decontestualizza mantenendone i principi fondanti ed estraendone quanto di più attuale contiene; scava nella psicologia affettiva familiare, percorre fino in fondo i meandri tortuosi dell'amore e delle relazioni personali, giungendo a un risultato di profondo effetto e di grande introspezione. Alcina è il centro e il motore dell'azione; vive (prigioniera?) in un palazzo enorme e bianco, vagamente neoclassico oppure déco, sormontato da un impluvium, da cui a momenti, come dalle grandi porte aperte, appare un bosco verdissimo, volutamente antinaturalistico. Altrimenti solo nero, un nero totale che non concede possibilità e che alla fine assorbe tutto e tutti. Carsen trascura l’aspetto fantastico per concentrarsi sui temi insiti nell’opera: in primo piano le metamorfosi dell’anima, le ambiguità dell’essere e dell’apparire, le declinazioni o le illusioni dell’amore. Amore che collega e coinvolge tutti, in un complesso intrigo sentimentale: Oronte ama Morgana che ama Bradamante (Ricciardo) che ama Ruggiero che ama Alcina. Alcina è l'inizio e la fine di tutte le passioni e ogni personaggio in sé non è né buono né cattivo: tutti accusano emozioni e sentimenti contrastanti (vittime, forse inconsapevoli, ma non in senso verista). Nessuno è esente dall'illusione dell'amore. Alcina: ha amato fisicamente decine di uomini che trattiene solo grazie ai suoi poteri magici (in fondo ognuno sogna di essere schiavo di chi ama, dice Carsen nelle note di regia), ma l'unico di cui si innamora la distrugge. Ruggiero è avvinto da Alcina, i giuramenti fatti a Bradamante non lo convinceranno a seguire la sposa senza incertezze. Bradamante arriva in scena con la valigia in mano e il cappotto da viaggio, un po' Elvira in Don Giovanni, pellegrina dell'amore. Morgana è vittima della prepotenza e della forza innata della sorella; vive ridotta al rango di cameriera, non senza ironia: Morgana sogna si essere una “principessa” ed è assai divertente il suo vestirsi a strati con gli abiti eleganti di Alcina, uno sull'altro, divenendo goffa e dall'incedere papereggiante. Melisso attua tutte le strategie possibili per riconquistare Morgana (in amore è davvero tutto lecito?), prima di convincersi che la ama proprio per quello che è, e viceversa: Morgana può stare solo con Melisso (un maggiordomo). La cura della recitazione è estrema per tutti, cantanti, coristi e comparse, in ogni momento dello spettacolo ed in ogni punto del palco si trovino. Un esempio tra i tanti possibili. Nel second'atto Ruggiero ha riconosciuto Bradamante e tranquillizza Alcina per preparare la fuga; Ruggiero canta l'aria “Mio bel tesoro” ed abbraccia Alcina, mentre Morgana abbraccia Bradamante travestita da Ricciardo: lo struggente sguardo d'amore tra Ruggiero e Bradamante è emozionante, perfetto, pieno di significati molteplici. Scrive Carsen nelle note di regia: “gli amanti di Alcina sono vittime del desiderio che provano per lei, piuttosto che del potere che la maga ha su di loro”. Fin dall'inizio la camera di Alcina è popolata da figure maschili vestite, parzialmente svestite, nude. Figure in posizione fetale che si alzano lentissimamente, escono di scena come un lungo corteo di uomini trasfigurati, prigionieri della maga. E, nel finale, dopo la morte di Alcina, finalmente liberi, si vestono di nero e se ne vanno, scomparendo nel buio totale. Finalmente liberi di vivere, di tornare ad amare. Alcina non muore, ma si suicida tra le braccia di Ruggiero, infilzandosi sulla sua bacchetta magica ormai privata di ogni potere. E, in ultimo, Ruggiero non torna indietro con l'amata Bradamante: le loro mani si sfiorano, Bradamante avverte un brivido lungo la schiena, un soffio freddo che le scuote l'anima, costringendola a stringersi nel cappotto. Poi si volta e se ne va. Ruggiero, rimasto solo nel vuoto, nel buio, si guarda intorno e si avvia verso il fondo scena. Solo. E scompare. Inghiottito da quel buio. Le scene e i costumi di Tobias Hoheisel sono di suggestiva bellezza, il palazzo di Alcina è una bianca scatola con il soffitto e le pareti che si aprono per inquadrare immagini di verde. Le pareti, muovendosi, consentono lo svolgimento dei vari momenti: si aprono per mostrare quadri viventi illuminati da una luce caravaggesca, l’amore lussurioso degli amplessi carnali di Alcina a confronto con l’amore casto della sposa fedele Bradamante; si chiudono per isolare i personaggi e le loro passioni; scendono dall’alto in una progressione prospettica di cornici concentriche per creare l’illusione di una teoria di saloni (galleria ideale) in cui Alcina, come un’ombra nera, avanza al rallentatore per sorprendere l’amante che sta fuggendo ai suoi poteri. Le luci di Philippe Giraudeau sono caravaggesche, si posano sui corpi, li scolpiscono, li mostrano prepotentemente in rilievo: l'attenzione di Alcina è sul corpo, ma l'unico uomo di cui si innamora le fa perdere tutti i poteri. Allora le luci virano su toni lividi e freddi, le ombre si caricano di nero minaccioso e il chiaroscuro è nettissimo, un contrasto quasi doloroso. Toccante l’immagine di Alcina quando, consapevole di non essere più amata, si stringe su sé stessa appoggiata a due sedie, con un dolore quasi voluttuoso, mentre la sua ombra incombente si staglia sulle pareti, prima dominate dalle ombre smisurate di due sedie. Struggente la lunghissima aria “Ah, mio cor! Schernito sei!”, quando Alcina è sola in una stanza senza vie di uscita, le porte si chiudono una dopo l'altra, impedendole ogni possibilità: schiacciata contro la parete di fondo canta con immenso dolore e, piano piano, scivola nell'ombra. L'amore non c'è più, che senso ha continuare a vivere? I poteri magici non sono nulla di fronte alla perdita dell'amore, dell'unico amore, immenso e vero nel confronto con gli amanti-larve. Come si diceva, il finale non è trionfante, domina il senso di morte, oscurità, incertezza. La morte di Alcina comunica commozione e turbamento, amplificato dal fatto che anche Ruggiero preferirà le tenebre al cammino con la sua sposa Bradamante. Giovanni Antonini rende l'esecuzione un capolavoro, con l'orchestra in ranghi ridottissimi, convertita alla difficile musica barocca con l'apporto dell'arpa barocca per il basso continuo con cembalo e violoncello. Il Maestro dirige con vivacità e levità, però ponendo al centro la malinconia dell’opera. Il suono è sussurrato, giocato su palpiti, accenni dalla grande forza emotiva, trasmettendo un pathos fortissimo, perfetto per la regia di Carsen. Anja Harteros ha accusato una indisposizione e non ha cantato; l'ha sostituita Inga Kalna senza reggere il confronto: la voce è aspra nei toni alti, l'espressione tende ad essere poco screziata e soprattutto manca del fascino atto a rendere il personaggio sensuale e struggente che Carsen mette al centro della scena, un po' diva anni Quaranta. Monica Bacelli ha voce splendidamente scura, avvezza al repertorio settecentesco, capace di vocalizzi di grande spessore per quel che concerne la pasta vocale ma al tempo stesso di leggerezza ariosa per quel che concerne la mobilità verso l'alto e il basso. Patricia Petibon è la Morgana cameriera civetta, ironica e birichina, ma dalla voce insufficientemente piccola, non in grado di affrontare le colorature della parte e non bastano le doti attoriali a promuoverla. Kristina Hammarström è efficace nel ruolo en travesti di Bradamante, la voce è nitida e di timbro mediamente scuro. Jeremy Ovenden ha voce morbida e disegna un Oronte elegante e distante, dall'aplomb inglese. Non convince il Melisso di Alistair Miles, maggiordomo nella casa di Alcina. Uno spettacolo di grande poesia che commuove. Applausi finali, soprattutto per Monica Bacelli e il direttore. Visto a Milano, teatro alla Scala, il 25 marzo 2009 FRANCESCO RAPACCIONI
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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni

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