QUESTI FANTASMI
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Questi fantasmi

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La maschera tragicomica di Silvio Orlando, nei panni del fallito sognatore Pasquale Lojacono, riassume perfettamente la poesia di questo capolavoro ...

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LO SPETTACOLO

Autore: Eduardo De Filippo
Regia: Armando Pugliese
Genere: commedia
Compagnia/Produzione: Nuovo Teatro
Cast: Silvio Orlando, Carlo Di Maio, Mimma Lovoi, Daniela Marazita, Antonio Milo, Lello Radice, Maria Laura Rondanini, Tonino Taiuti

Descrizione
Nella vicenda di Pasquale Lojacono che accetta in casa, scambiandolo per un fantasma benefico, il ricco amante della moglie, Eduardo intreccia il tema del triangolo amoroso con la situazione, esplicitamente comica, dello scambio di uomini e donne in carne ed ossa per fantasmi. Le occasioni di farsa che ne derivano non devono trarre in inganno: «i fantasmi non esistono, li abbiamo creati noi» dichiara Pasquale in una battuta del testo. E lo stesso Eduardo aggiungerà: «i fantasmi siamo noi, ridotti così dalla società che ci vuole ambigui, ci vuole lacerati, insieme bugiardi e sinceri, generosi e vili».
Date repliche a cura di
La Redazione
Scheda spettacolo a cura di
La Redazione

LA LOCATION

GIORDANO COMUNALE
p.zza C. Battisti 21 - Foggia (FG)
Tel: 0881 773883


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 01/02/2007 al: 02/02/2007)

LE RECENSIONI


La recensione di Damiano Verda

Sono di scena i fantasmi, questa sera, al teatro della Corte. Ed è chiaro da subito, fin dalla prima scena, che i fantasmi ci sono, eccome, altro che fantasie, e che fanno paura. Raffaele, infatti, portiere della casa che pare essere infestata, fa di tutto per trattenere in sua compagnia, all’interno dell’appartamento i due facchini incaricati di portare gli ultimi mobili prima dell’arrivo del nuovo inquilino: Pasquale Lojacono. “Aspettate ancora un attimo signori…che, avete fretta? Perdete tempo? E se il tempo lo guadagnate che fate allora, lo mangiate?”. Si comincia a capire fin da ora che sul palco si agita anche un altro fantasma, quello della povertà. “Sapete, a restare soli qua dentro…aspettiamo che arrivi questo Lojacono…poi potrete scendere a portare su l’ultimo armadio…che volete, sono il portiere, non posso mica lasciare la casa sola, incustodita…ma qua dentro da solo non ci voglio stare”. Tutte sciocchezze, dice Pasquale, interpretato da un eccezionale Silvio Orlando che merita i fragorosi applausi del pubblico, i fantasmi non esistono, qui sono e qui resterò, che fortuna aver trovato un appartamento così grande. Il proprietario però ha rivolto a Pasquale, per bocca di Raffaele, delle strane raccomandazioni. Bisogna farsi vedere allegri, canticchiare alla finestra, sbattere i tappeti, insomma sfatare il mito di una casa stregata, questo vuole il proprietario. “Ah, e ancora una cosa, qua le cose spariscono. Sono i fantasmi…guardatevi bene dal denunciarli però, che quelli picchiano…” così soggiunge il portiere e i fantasmi cominciano a sembrare un po’ più umani. Eppure il professore, quello dell’appartamento di fronte, quello che sta sempre alla finestra, dice che li vede, i fantasmi: un guerriero, una testa di elefante, del fumo. E anche Raffaele racconta a Pasquale una triste storia sulle anime dannate di un cavaliere ed una damigella, murati vivi proprio in quella casa. Fatto sta però, che tra un equivoco e l’altro, tra un fraintendimento e una mezza parola, Pasquale ai fantasmi comincia a credere davvero, ma sono fantasmi con cui tutto sommato impara a convivere. E cerca di tenerli lontani da sua moglie, Maria, che però pare non vederli. E a mano a mano che lo spettacolo prosegue, in un crescendo di risate e di ironia a volte anche amara, fantasmi e persone si confondono, e sembrano tutti tremendamente umani. Invece ci sono altri fantasmi che prendono corpo e vigore, e questi sì, fanno proprio paura. Quelli della miseria, della tristezza e dell’orgoglio. Da questi è difficile, difficilissimo liberarsi perché non hanno corpo, nemmeno un lenzuolo bianco ad identificarli e scivolano in ogni anfratto, in ogni angolo lasciato libero da un attimo di debolezza o di rabbia. Pasquale cerca in ogni modo di liberarsi da questi fantasmi, chiedendo aiuto anche al guerriero, alla damigella e soprattutto al nobile cavaliere, senza aver capito e forse senza curarsi di ciò che realmente sta succedendo, ma soltanto della felicità sua e di Maria che, perché no, passa anche per il denaro. Il finale lascia stupiti e inteneriti, fa sorridere e riflettere, ed è la degna conclusione di uno spettacolo classico, ancora attualissimo.
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Voto: Voto del Redattore: Damiano Verda


La recensione di Gianmarco Cesario

Nella produzione drammaturgica di Eduardo De Filippo “Questi Fantasmi” occupa un posto di primo piano nell’immaginario del pubblico. E’ fra le opere più tradotte e rappresentate in tutto il mondo, ha avuto due trasposizioni cinematografiche, ed è stato portato in scena in Italia anche dal grande Enrico Maria Salerno alla fine degli anni ‘70, quando il suo autore ancora in vita non dava con piacere e faciltà i permessi di rappresentare le sue opere ad altri artisti connazionali. A questo aggiungiamo che la scena di Eduardo nei panni del protagonista affacciato al balcone occupato ad illustrare le qualità del caffé napoletano al suo invisibile dirimpettaio è una delle più conosciute anche dal pubblico televisivo, grazie alla continua messa in onda dell’edizione anni ’60 della commedia. Impresa ardua, quindi, per Armando Pugliese e Silvio Orlando portare in scena questo testo senza rischiare ovvi e rischiosi paragoni. Ma tant’è che per la terza stagione la compagnia degli Ipocriti propone con grande riscontro di pubblico questo spettacolo, per la seconda volta ospitato da una sala napoletana. Và detto che la regia di Pugliese risulta interessante e molto stimolante, per lettura dei personaggi, delle situazioni e soprattutto per l’ottimo uso dello spazio teatrale. Purtroppo non altrettanto convincenti sono invece le interpretazioni degli attori in scena, che formano un cast decisamente sottotono ed inadeguato alla levatura del testo ed all’ambizioso progetto registico. Infatti oltre all’onesta prova di Silvio Orlando, un Pasquale Lojacono originale e tanto distante dall’inarrivabile modello Eduardiano quanto vicino all’idea che lo stesso autore aveva del personaggio, se si pensa che nella versione cinematografica da lui diretta scelse come protagonista Renato Rascel, vanno citati positivamente Francesco Procopio, nel ruolo dell’antagonista, un dongiovanni da strapazzo, affascinante e allo stesso tempo ridicolo, e soprattutto Tonino Taiuti, che strappa meritatissimi consensi da pubblico e critica nel ruolo del gaglioffo Michele, portiere gretto e mellifluo, che, pur strizzando l’occhio all’interpretazione che fu di Ugo D’Alessio, risulta la migliore prestazione in scena. Oltre c’è praticamente il nulla. Interpretazioni monocordi, alcune al limite del filodrammatico. Eppure siamo certi che fra giovani e meno giovani, di attori che avrebbero volentieri partecipato ad una così appetibile rappresentazione Pugliese e gli Ipocriti ne avrebbero trovati a iosa. Il perchè di certe scelte rimane avvolto in un incomprensibile mistero. Napoli, TEATRO BELLINI – 20 Febbraio 2007
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Voto: Voto del Redattore: Gianmarco Cesario


La recensione di Petra Motta

“C’era un vecchio con la barba – ricorda Eduardo – che veniva a casa quando ci trovavamo fra amici perché raccontava di essere uno specialista di sedute spiritiche. Per convincermi, mi diceva che spesso, tornando a casa sua, trovava un tipo che usciva e lo salutava. Diceva di essere un fantasma. Io gli chiesi: ‘Lei è sposato? E sua moglie non dice nulla?’. ‘Non se ne accorge – mi rispose – non lo vede’. Così nacquero ‘Questi fantasmi!’.” Al Teatro Donizetti di Bergamo non c’era un vecchio con la barba, ma Silvio Orlando, piccolo, goffo, quasi caricaturale, che ha interpretato un Pasquale Lojacono moderno, a dispetto dell’ambientazione Anni ’40. In un grande androne diviso in due arcate da un’alta colonna, nel quale regna la penombra, con i soli occhi verso l’esterno nei due balconcini verso la platea, si è svolto il dramma del protagonista interpretato da Silvio Orlando, un omettino tra il fanciullesco e il diabolico, che mai fa capire al pubblico se la sua sia vera ingenuità o perfida premeditazione, e degli altri personaggi, tutti interpretati con convinzione e partecipazione. Orlando-Lojacono si aggira nella grande casa, che tutti credono infestata dai fantasmi, con circospezione, ma anche con una certa dose di sicurezza, perché i fantasmi “l’hanno preso in simpatia”. Gli regalano denaro, mobili, cibo, fiori. Gli permettono di aprire la pensione con la quale conta di potere finalmente vivere un’esistenza agiata, lontana dalla miseria del dopoguerra. Si manifestano, è vero, nelle sembianze di Alfredo-Francesco Procopio, l’amante della moglie, in quelle della famiglia di costui, entrata di soppiatto per cercare di convincerlo a tornare, nel portiere Raffaele (un divertente e amaro Tonino Taiuti) che sottrae ai padroni di casa quello che può. Ma sono presenze discrete, che, in cambio, lasciano doni e speranze. Ci si chiede costantemente se Orlando-Lojacono non si accorga della truffa che sta subendo, della tresca che contribuisce a mantenere. Perfino il dirimpettaio, l’invisibile professor Santanna, presenza muta ma fondamentale, con il quale il protagonista intrattiene un rapporto a distanza dal balconcino di casa, con le sue parole cerca di avvisare il protagonista che nella casa succedono cose strane. Indugia sulla parola ‘becco’ riferita da Orlando alla caffettiera, ma interpretata dal Santanna come sinonimo di ‘cornuto’. Gli consiglia di fingere di partire e di nascondersi sul terrazzino per aspettare l’arrivo del fantasma-amante della moglie. Succede tutto come pronostica il professore, quasi un dio che vede al di là della finzione, ma Lojacono-Orlando sembra non voler vedere. Lojacono-Orlando è uno di noi, uomini del XXI secolo, che preferiamo non vedere la realtà, ma nasconderci nell’illusione che tutto vada bene, che il mondo sia un piccolo posto felice, in cui tutti hanno l’automobile, il telefonino, una casa di proprietà, un lavoro sicuro. Preferiamo credere in chi ci promette che tutto andrà bene, in chi ci dà la speranza senza la certezza. Preferiamo credere ai fantasmi, senza accorgerci che noi stessi ci siamo trasformati in fantasmi. Fantasmi come Maria-Maria Laura Rondanini, la moglie di Lojacono, una presenza afflitta e silenziosa, un’ “anima perduta”, come la chiama Eduardo, svuotata della sua personalità e sballottata tra l’amante e il dovere di moglie. O come Armida (la possente e tragica Daniela Marazita), la moglie di Alfredo, un’ “anima triste”, che attende il ritorno del marito in una casa di campagna con i due figli e due anziani e ricorda la Nicole Kidman di “The Others”. Lojacono-Orlando, alla fine della piéce, mentre conta il denaro lasciato da Alfredo-fantasma per l’ultima volta, scoppia in una risata sguaiata e folle che assomiglia ad un urlo di dolore, quasi volesse ammettere a se stesso di conoscere la provenienza di quel denaro. Non è il dono di un fantasma, è il denaro con cui Alfredo voleva fuggire con Maria e Lojacono-Orlando lo sa, ma non può fare a meno di illudersi, di sognare, perché la realtà è troppo meschina e crudele. Bergamo, Teatro Donizetti, 8 dicembre 2006
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Voto: Voto del Redattore: Petra Motta


La recensione di Francesco Rapaccioni

Macerata, teatro Lauro Rossi QUESTI FANTASMI CHE SONO IN NOI “Scrissi Questi fantasmi per dire che i fantasmi non esistono, i fantasmi siamo noi, ridotti così dalla società che ci vuole ambigui, ci vuole lacerati, insieme bugiardi e sinceri, generosi e vili” (Eduardo De Filippo). Presenze reali e immaginarie si agitano tra le stanze di un antico palazzo napoletano. La scena (di Bruno Buonincontri) presenta un alternarsi di pieni e di vuoti, uno spazio immobile che però dà l’illusione che fuori dalla scena viva un altro spazio. Molta l’atmosfera creata nelle stanze dalle luci crepuscolari di Cesare Accetta. Pasquale Lojacono è un poveraccio che si fa convincere ad andare ad abitare gratuitamente in una casa di diciotto camere, solo per sfatare le voci secondo cui vi abitano dei fantasmi, a cui lui non crede. Ma, dopo i primi racconti di Raffaele, il portiere dello stabile, comincia a ricredersi, anche se l’unico fantasma che gira per casa è uno finto, poiché si tratta di Alfredo Marigliano, amante di Maria, moglie del protagonista. Pasquale è un piccolo borghese (ma non un “borghese piccolo piccolo”), ha un aspetto spaesato, come se fosse capitato per caso sulla terra, un aspetto clownesco e sognante; in parte è un’anima semplice, ingenua, incapace di sopravvivere da solo nel mondo degli arrivisti e degli interessati, superiore a quei sentimenti che ci condannano a vivere l’uno contro l’altro, a tradirci; forte è la sua capacità di resistere senza mai voltarsi dall’altra parte, rimanendo saldo, eroicamente, senza scappare davanti ai propri fantasmi, che poi sono quelli della solitudine (Pasquale e Maria non hanno figli) e della miseria (lui non riesce a mantenersi un lavoro stabile). Silvio Orlando rende visibile il dato caratteriale di Pasquale: cammina sul palcoscenico rumorosamente, strascinando i piedi, sta spesso con le spalle al muro, si muove nella penombra con circospezione, guardingo. Infatti fino alla fine non si ha mai la certezza se Pasquale crede oppure no ai fantasmi. Silvio Orlando dà un’interpretazione divertente e convincente del protagonista, furbo e fesso, ma sempre intelligente. La messa in scena di Armando Pugliese è piacevole, perché pulita, tradizionale, rispettosa della forza del testo di Eduardo. Infatti viene mantenuto il dialogo diretto del protagonista con il pubblico; ha risalto la figura di Raffaele (un bravo Tonino Taiuti); viene sottolineato l’uso del doppio senso, impiegato con esiti comici ma anche per evidenziare l’incomunicabilità fra i personaggi. A questo proposito è particolarmente divertente la scena dell’arrivo in casa Lojacono di Armida (moglie di Alfredo, un’incisiva Daniela Marazita), seguita da una “corte dei miracoli” composta dai figli e dai vecchi di casa: Pasquale si rivolge a loro come a dei fantasmi e Armida intende tutto come riferito alle sofferenze causate alla famiglia dall’abbandono di Alfredo. Ma, al di là delle trovate comiche e delle paradossali situazioni grottesche, qui si racconta un vero dramma, con tanti risvolti amari, compreso quel “… è probabile .. .speriamo…” che chiude lo spettacolo, foriero di altri drammi a venire. FRANCESCO RAPACCIONI Visto a Macerata, teatro Lauro Rossi, il 13 gennaio 2005.
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