AMLETO
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LO SPETTACOLO

Autore: da William Shakespeare
Regia: Maria Grazia Cipriani
Genere: tragedia
Compagnia/Produzione: Teatro del Carretto

Date repliche a cura di
Massimiliano Zeuli
Scheda spettacolo a cura di
Massimiliano Zeuli

LA LOCATION

DEL FUOCO
vico Cutino - Foggia (FG)
Tel: 0881 568278
Email: teatrodelfuoco@email.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 16/03/2012 al: 16/03/2012)

LE RECENSIONI


La recensione di Francesco Rapaccioni

Nella mente di Amleto

Il Teatro del Carretto mi folgorò vent'anni fa con "Iliade", momenti che non ho mai dimenticato: l'inizio con la pecora che allatta l'agnellino poi colpita da una lancia che cade dall'alto, oppure l'addio alle porte Scee con una solitaria Andromaca dalle lunghe braccia. In quegli anni il lavoro della Compagnia era basato sull'utilizzo di marionette e pupazzi che creavano effetti di straniante dolore; poi, successivamente Maria Grazia Cipriani (regista e adattatrice dei testi) e Graziano Gregori (scenografo e costumista) ne hanno diradato l'uso, orientandosi verso produzioni più centrate sugli attori ma che mantengono un forte valore iconico e simbolico di scene e costumi.

Il loro Amleto è un percorso interiore, un viaggio nell'anima del protagonista, che narra una vicenda presente nei propri pensieri. Amleto è l'unico sempre in scena, gli altri vanno e vengono da tagli (stile Lucio Fontana) nella scenografia, muri rossastri che paiono di gommapiuma, come in certe situazioni manicomiali.
Non ci sono dubbi che tutti gli altri personaggi siano proiezioni dell'inconscio, materializzazioni dei fantasmi e delle inquietudini interiori di Amleto, che all'inizio è seduto davanti a una scacchiera con sopra delle marionette, gli altri attori in piedi fermi a fondo scena; con un colpo di mano Amleto butta per terra tutte le marionette e, simultaneamente, tutti gli attori cadono per terra. Poi l'azione ha inizio e la storia è quella shakespeariana, riveduta ed adattata, lasciando però gli snodi essenziali in modo da mantenerne il senso ed il significato, affidati a significanti assai suggestivi: suoni, costumi, gesti, movimenti.

Tre i colori: rosso, bianco e nero (sangue e passione, innocenza, delitto). Le luci di Angelo Linzalata sono di taglio laterale e disegnano sinistre ombre oppure riverberano gli attori di luce accecante dall'alto. Fondamentale il suono curato da Hubert Westkemper, i rumori sinistri ed inquietanti perfettamente evocano le paure e le inquietudini di Amleto.
La corona è simbolo di ambizione, di voglia smodata di potere; gli scarponi di Rosencrantz e Guildenstern fanno rumore sulle tavole, mentre gli altri sono sempre a piedi nudi. Poetico il ruscello di carta bianca a pezzetti per l'addio di Ofelia che recita la sua stessa morte di Sirena (frammenti che Amleto va spargendo da prima, prendendoli dalle tasche).
Il monologo celeberrimo è recitato con la mano che gioca con la polvere. A seguire lo scheletro, elemento chiave del finale: piccolo in mano al protagonista ma replicato nelle maschere orrorifiche degli altri.
Un Amleto smarrito nella vita ed in se stesso, un Amleto sensibile e dunque preda di incubi, agitato, nervoso, ferito nei sentimenti. "Il resto è silenzio".

Tutti parimenti bravi gli attori. Alex Sassatelli è un Amleto tormentato e credibile, mai eccessivo; negli altri ruoli Elsa Bossi, Giacomo Vezzani, Giacomo Pecchia, Nicolò Belliti, Carlo Gambaro, Jonathan Bertolai.

Visto il 08.12.10 a porto san giorgio (fm) Teatro: vittorio emanuele

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Voto: Voto del Redattore: Francesco Rapaccioni


La recensione di Alessandro Grieco

Quale occhio può vedere se stesso?

E' esemplare l’Amleto immaginato dal Teatro del Carretto, un affresco gotico e melò, in cui gli interpreti, guidati con estro ed efficacia dalla direzione registica e coreografica, spendendosi totalmente nella tensione e nel confronto, ricreano la tragica vendetta del principe tradito, l’epilogo drammatico di un duello archetipico ed eterno che sempre si propone tra ciò che appare e ciò che è, tra l’ombra vagante che si dichiara in vita e la vita dispersa che si rabbuia nell’ombra. Seguendo una tradizione ormai consolidata per il gruppo, il progetto elaborato da Maria Grazia Cipriani si muove anche in questa circostanza tra momenti di trasfigurazione fantastica e visionaria della modernità e l’estetica sovrabbondante di una scenografia che, accordandosi in maniera significativa ed armonica con la messinscena, si offre come vera e propria installazione d’arte, restituendo allo spettatore l’impressione di un’esperienza artistica composita, a tratti totale, in cui si incontrano e si fondono diversi codici e diversi sistemi di segni, il cui unico obiettivo resta quello di mettere in evidenza il dramma dell'uomo oppresso dalle ben note speculazioni esistenziali. L’uomo oppresso dai fantasmi, dal dubbio, dall'essere e dal non essere. L’anima di Amleto, avendo compreso di non poter più ridurre l'universo a semplici formule, orfana della propria ragion d’essere, emerge crucciata quale protagonista dell’intera vicenda, annaspando talora a fatica nelle sabbie mobili di un destino assai ambiguo, e vive, non senza sofferenza, la propria condizione schizoide ma innegabilmente umana, la propria organica incoerenza, il proprio altalenante essere nell'essere e nel non essere, nel fare e nel non fare, nell'agire e nel restare inerte. Alle spalle di Amleto, il canto di Gertrude – una magnifica Elsa Bossi - ed il ghigno del Re; davanti ad Amleto, un teatrino in miniatura con i personaggi del dramma che vanno svanendo ad ogni colpo mortale: “Proveremo a leggere il testo nella prospettiva del protagonista – spiega la regista - con le altre figure, fantasmatiche o reali, filtrate dalla sua sensibilità o dalla sua immaginazione: proiettando il dramma come in un sogno in una riscrittura che attraverso spostamenti, cesure e montaggi caratterizzi una struttura che pur dal taglio quasi cinematografico, metta in evidenza o infranga ogni convenzione teatrale, sempre sovrapponendo moto tragico a moto”. L'intero dramma viene calato in una dimensione onirica, una certa visionarietà performativa evoca perfino la copula rilkiana dell’Engel Und Puppe poiché, sebbene non siano automi quelli in scena, la prospettiva d’osservazione manifesta qualcosa di gnostico, di arcanamente suggestivo: il profilo universale del protagonista, le sue ombre interiori, i suoi tormenti, il suo sempre attuale vacillare, la dichiarazione che tutti noi “sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo ciò che potremmo essere”.

Visto il 17/03/2010 a Roma (RM) Teatro: India

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Voto: Voto del Redattore: Alessandro Grieco

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