AVEVO UN BEL PALLONE ROSSO
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Avevo un bel pallone rosso


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LO SPETTACOLO

Autore: Angela Demattè
Regia: Carmelo Rifici
Genere: drammatico
Compagnia/Produzione: TSB- Teatro Stabile di Bolzano
Cast: Andrea Castelli, Angela Demattè

Descrizione
Questo testo della giovane autrice e attrice trentina Angela Demattè ha vinto nel giugno 2009 la cinquantesima edizione del PREMIO RICCIONE PER IL TEATRO, il più prestigioso concorso italiano di drammaturgia contemporanea.
Il testo racconta, attraverso una serie di dialoghi tra padre e figlia che si svolgono dal 1965 al 1975, l’ultimo anno di università di Margherita Cagol alla facoltà di sociologia di Trento, l’incontro e il matrimonio con Renato Curcio, la presa di coscienza politica, il trasferimento a Milano nel 1969, l’entrata nella clandestinità e la fondazione delle Brigate Rosse, fino alla morte violenta della Cagol avvenuta in uno scontro a fuoco con i carabinieri il 5 giugno 1975.
In scena due personaggi: Margherita e suo padre. I loro dialoghi, tra dialetto trentino e lingua italiana, raccontano la vicenda della fondatrice delle BR e, soprattutto, delineano il rapporto concreto e drammatico tra un padre e una figlia.
Date repliche a cura di
Roberto Mazzone
Scheda spettacolo a cura di
Roberto Mazzone

LA LOCATION

COMUNALE (TEATRO STUDIO)
p.zza Verdi 40 - Bolzano (BZ)
Tel: 0471 304111
Email: info@teatrocomunale.bolzano.it Sito Web: www.teatrocomunale.bolzano.it


LE REPLICHE Posizionati sulla data per conoscere orario e prezzo max

Repliche passate (dal 11/11/2010 al: 26/02/2012)

LE RECENSIONI


La recensione di Roberto Rinaldi

Rosso simbolo di innocenza e tragedia umana

Ero un bel rosso innocente come lo è solo un bambino. Un innocuo pallone rosso per giocare e crescere: aveva davanti a se una vita di belle speranze come si conviene a una giovane donna appassionata allo studio, d’estrazione borghese e cattolica. Il matrimonio come legittimazione finale di un progetto esistenziale. Tutti gli ingredienti tipici per definirla una “ragazza di buona famiglia”. Eppure il suo destino cambierà il finale: il rosso del bel pallone si sarebbe trasformato nel sinistro nome di Brigate Rosse. Non più un gioco spensierato ma l’abbraccio mortale alla lotta armata. Si chiamava Margherita Cagol. Figura rappresentativa del movimento studentesco universitario trentino dove nasce la prima facoltà di Sociologia. Con Renato Curcio fonderanno il movimento armato delle Brigate Rosse. Sposato alle cinque della mattina in una chiesetta nascosta lontana dalla città. La morte gli separerà ben presto quando Margherita nel frattempo diventata Mara per scelta del nome di battaglia, perderà la vita in un conflitto a fuoco con la polizia. Il filo rosso della sua breve e fragile esistenza si tramuta in rosso sangue. Tra la sua nascita e la tragica fine di un’esistenza inquieta e rivoluzionaria l’amore paterno e l’affetto tra Margherita e il padre. Segnato dall’incomprensione e dall’incapacità di agire i propri sentimenti senza dover sempre rimuovere ostacoli ideologici come tante barriere protettive a difesa di un orgoglio irrinunciabile. I sentimenti sacrificati da entrambe le parti, tra un padre e una figlia in continua ricerca affannosa di accettazione reciproca e legittimazione del proprio ideale politico e sociale. Divisi tra volontà e ragione. Una storia accaduta negli anni ’70 rivive e prende forma sulla scena per merito di una donna trentina, Angela Demattè autrice e interprete in teatro con Andrea Castelli. Lei è la figlia ribellatasi alle convenzioni di una terra profondamente conservatrice e cattolica, lui nella parte di un padre a cui importa difendere il prestigio della sua posizione sociale. Un uomo “tutto casa chiesa e bottega”. Si assiste a un dialogo tra loro reso perfettamente realistico dalla scrittura drammaturgica in primis e dalla regia funzionale quanto fedele alle intenzionalità dell’autrice. Carmelo Rifici costruisce le dinamiche relazionali e affettive con sapienza e l’intelligenza necessaria per evitare di farne un manifesto ideologico (come espresso da Angela Demattè cui premeva l’intimo e non lo storico pubblico sulla base della vicenda politica), grazie al quale fa rivivere un ambiente borghese dove si giocano tutte le contraddizioni e i paradossi esistenziali di una famiglia anonima “sbattuta in prima pagina”, quando la morte della protagonista scatenerà la caccia alla notizia e farà soffrire negli affetti più privati, un padre malato di tumore (morirà a soli tre mesi di distanza dalla scomparsa della figlia), una madre che non appare mai e le due sorelle ancora viventi. Una di loro racconta un aneddoto accaduto realmente appena data la notizia dell’uccisione di Margherita/Mara. Un giornalista spacciatosi per amico della sorella riuscì a introdursi in casa Cagol, carpire dai parenti notizie riservate usate poi per scriverne un articolo scoop, come si usa definire in gergo giornalistico. L’interpretazione di Andrea Castelli è di un padre dolente incapace di ascoltare ed essere ascoltato, turbato dalle azioni commesse dalla figlia, impotente nell’esprimere i suoi reali sentimenti. Una recitazione registicamente sommessa. L’uso del dialetto trentino - come previsto dal testo che alterna l’idioma locale nelle relazioni padre-figlia a un italiano asettico e propagandistico, quando parla la terrorista Mara- è utilizzato per caratterizzare solo la difficoltà di comprendersi negli affetti. Il regista coglie a pieno la necessità di evitare il rischio di localizzare eccessivamente l'ambiente culturale in cui si genera la storia della Cagol. Nella parte di Margherita  Angela Demattè recita con naturalezza il difficile ruolo e credibile a tal punto da rassomigliarli perfino in viso come si può evincere da un ritratto conservato negli archivi giornalistici. Il risultato convince grazie anche ai contributi delle scene di Guido Buganza che disegna un ambiente borghese e il covo terroristico in una continua alternanza grazie a dei muri divisori atti a separare drammaturgicamente i due piani della narrazione, le belle luci di Lorenzo Carlucci creano le atmosfere da serene a drammatiche della vicenda, insieme alle musiche non solo come sottofondo sonoro di Ferdinando Baroffio, i costumi di Margherita Baldoni. Non è solo teatro civile è qualcosa di più: restituzione di una vicenda dolorosa e sofferta senza vincitori né vinti. Storie di umanità.

Visto il 12/11/2010 a Bolzano (BZ) Teatro: Teatro Studio/Teatro Comunale

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Voto: Voto del Redattore: Roberto Rinaldi

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