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A Dance Tribute to the Art of Football: lo sport che valica la platea
A Dance Tribute to the Art of Football: lo sport che valica la platea

© Lorenzo Passoni

Non è la prima volta che in questa estate meteorologicamente strana dei Festival italiani, accade che si debba correre letteralmente “ai ripari”, e ricollocare a poche ore dalla programmazione uno spettacolo in una location diversa da quella prevista, a causa della pioggia attesa e puntuale. Se da un lato, dunque, in questo ultimo weekend di Teatro a Corte, si è dovuto rinunciare al piacere di ritrovarsi a Venaria Reale per A Dance Tribute to the Art of Football della norvegese Jo Strømgren Kompani, dall'altro si può dire di aver sperimentato piacevolmente un'atmosfera agostana particolarmente fresca ed inattesa, oltre che la precisione e la professionalità nel riuscire in poche ore a riallestire una scena in condizioni del tutto diverse, ed in un teatro piuttosto che negli spazi della Reggia.

Dall'esordio di questo spettacolo, di recente rinnovato, sono passati già 16 anni ed un notevole successo di tournée; i quattro danzatori (Jean Nicolai Wesnes, Mikkel Are Olsenlund, Caisa Strømmen Røstad, Sverre Magnus Heidenberg) impersonificano con la loro danza uno degli sport più amati al mondo, affrontandone con realistica minuzia soprattutto alcuni aspetti (oltre ai momenti tecnici come quelli dell'allenamento e dell'agonismo) su cui si concentra l'attenzione di gesti ed espressioni: la ritualistica, il tifo e la crescente estetizzazione cui va soggetto questo ambiente negli ultimi anni.

I danzatori non trascurano di lasciare segni propri dell'unione fra danza e teatro che via via hanno messo a punto, occupando anche la scena con il disegno di gesso delle linee del campo, correndo e provocando scontri e simulazioni e fino alla doccia di fine partita, un momento classicamente “maschio” che viene violato dalla scoperta che uno di loro è una donna, come del resto era sempre stato ben comprensibile durante le fasi coreutiche. Uno degli aspetti che colpisce, è che viene disegnato un mondo fatto soprattutto di primedonne e gregari, nel quale manca completamente il totem del gioco di squadra: i quattro conservano sempre il tratto del proprio personaggio che non solo è distinto, ma anzi viene contrapposto quasi sempre al suo compagno e/o avversario; di altrettanto interesse è che durante il paesaggio sonoro di Lars Årdal, che dai rumori dei tacchetti spazia all'heavy metal ed alle urla degli hooligans, ci si sposti lungamente sull'aria Come un bel dì di maggio da Andrea Chénier di Luigi Illica e su Una furtiva lacrima, da L'elisir d'amore di Gaetano Donizetti, una scelta che potrebbe suggerire approfondimenti, prontamente smontati quando la si legge nel tratteggio del quadro generale di superficialità ambientale, di certo meritato, che fa il pari con l'essere sempre molto pronti a sfondare il confine della volgarità e della rozzezza ad imitazione dei protagonisti veri del calcio, alquanto scontata e con gesti ed atteggiamenti fra l'ironico e l'immaginario pseudovirile collettivo.

In Mehr guten Sport, Brecht si chiedeva perché il teatro e lo sport non producessero gli stessi effetti nel pubblico, dal momento che hanno il loro fulcro su elementi comuni come la performance, l'enfasi sulle virtù tecniche dei protagonisti e la vicinanza con gli spettatori: oltre alla mancanza del carattere nel pubblico, che lo mantiene separato dalla realtà del vissuto agonistico, una delle risposte che colse viene riprodotta dalla compagnia norvegese nel momento in cui simula ciò che sembra interpretare concretamente, ovvero il coinvolgimento della platea nei cori e nel tifo da stadio, punto focale per la stessa importanza che il calcio assume nella società, creando anche quell'effetto di straniamento (Verfremdungseffekt) per la circostanza di sapere tutti di essere non dei fan, non nella bolgia di un catino urlante, ma al sicuro nel proprio posto a teatro.

Fra i momenti più riusciti della performance, senz'altro i tableaux delle fasi di gioco che appaiono e scompaiono nel lights design di Stephen Rolfe (sebbene a volte poco realistici, nel delineamento dell'azione rappresentata), e soprattutto le fasi della slow motion, riprodotte con grande cura dei dettagli espressivi.

Inserita il 04 - 08 - 14
Riccardo Limongi
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