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La passione del Barocco
La passione del Barocco

Prende il via a Genova in questi giorni il Festival di Musica Antica, “Suoni d’arte” curato dal maestro Luca Franco Ferrari, creatore e direttore dell’Ensemble Il Concento, una formazione genovese da anni impegnata nella riscoperta, nello studio e nella realizzazione concertistica e discografica del repertorio musicale preromantico meno conosciuto. E in particolare nella musica barocca.
Proprio in concomitanza con l’evento genovese ho voluto incontrare Luca Franco Ferrari per scambiare qualche battuta sulla sua attività.
Perchè ha scelto di specializzarsi nella musica barocca?
Provengo da una famiglia di non musicisti, quindi la mia passione per la musica l’ho costruita tutta da solo, basandomi moltissimo su ciò che la mia sensibilità, passo dopo passo, mi suggeriva. Inizialmente ad affascinarmi del repertorio barocco fu la magniloquenza sonora e la freschezza melodica. Dopo un primo periodo di avido e forsennato ascolto di esecuzioni da parte di orchestre con strumenti moderni ebbi una “rivelazione” ascoltando le Stagioni vivaldiane eseguite dal The English Concert di Pinnok.
La cosa che più mi colpì fu proprio l’assoluta e naturale corrispondenza tra le note in  partitura e quel tipo di sonorità “originale”. Da lì ne seguì un approfondimento metodico al repertorio, che mi portò poi a intraprendere, parallelamente a quelli classici, studi musicali orientati alla pratica musicale filologica.
Quali sono le particolarità di quel periodo della storia musicale e quali aspetti possono maggiormente interessare il pubblico?
C’è da dire intanto che nella storia della musica occidentale il barocco è il periodo storico in assoluto più ampio. La varietà quindi di stili è enorme, e assolutamente affascinante.
Altro aspetto interessantissimo è la diffusione che la musica ebbe in Europa, e le influenze di una cultura sull’altra.
Mi sono, per esempio, occupato molto di repertori “non convenzionali”, come la musica barocca sudamericana all’epoca delle riduzioni gesuitiche o dell’esportazione di musicisti italiani in Russia all’epoca di Caterina la Grande. In tutti i casi è interessantissimo riscontrare come si realizzi la contaminazione tra lo stile nostrano(che poi era, eccezion fatta per la Francia, quello dominante in Europa) e la musica tradizionale autoctona.
E proprio con quelle intersezioni possono spiegarsi moltissime delle attuali forme e consuetudini musicali di quei paesi.
Quello che potrebbe interessare moltissimo il pubblico è anche una rivalutazione della musica cosiddetta “antica” rispetto a quelli che furono gli albori della riscoperta della prassi esecutiva filologica. Mi spiego. Negli anni ’60 circa del secolo scorso si realizzò una “renaissance” del repertorio preromantico eseguito con strumenti originali attraverso soprattutto la rottura con quelle che erano le radicate convenzioni interpretative sia della musica classica strumentale che di quella vocale, con particolare riferimento all’opera. E come attuare tutto questo se non con l’applicazione un poco sterile e pedante dell’esatto diametro opposto? Tutto ne risultava forse un poco statico e rarefatto, con esecuzioni in cui le voci erano fisse, gli strumenti avevano sonorità esili e l’interpretazione molto “trasparente”.
Ma è proprio grazie a quel taglio netto che possiamo godere oggi dell’evoluzione dell’interpretazione “originale”: applicare pedestremente la filologia (fermo restando che, nonostante la trattatistica e alcune descrizioni cronachistiche dell’epoca, non ne potremo mai conoscere fino in fondo le caratteristiche esecutive) senza tener conto dell’evoluzione del gusto e dell’estetica sarebbe un esercizio sterile e anacronistico!
Ed ecco quindi che un repertorio considerato luogocomunisticamente monocorde, freddo e “in superficie” lascia invece trasparire tutta la rutilante e coinvolgente portata delle passioni che lo attraversano, e l’estrema attualità e modernità di repertori (emblematico il ‘600, in cui per esempio le variazioni su basso ostinato riportano immediatamente alla pratica jazzistica dell’improvvisazione e degli strandard) in cui dall’autore molto era ed è lasciato all’estro e alla creatività dell’interprete.
Lei ha collaborato anche con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI. Pensa che la musica classica goda di sufficiente diffusione radiofonica e televisiva?
Questo è un tasto davvero dolente.
Purtroppo il target di fruitori del repertorio classico in Italia oggi è molto ristretto e particolare. Pertanto anche il palinsesto di programmazione televisivo e radiofonico ne risente non poco. Di solito la messa in onda di riprese di concerti od operistiche avviene in orari improponibili e “non di cassetta” (privilegiate le ore notturne, come se gli appassionati di musica classica soffrissero di epidemiche forme di insonnia…).
Un poco diverso è il discorso radiofonico, meno commerciale dell’ambito televisivo, in cui si possono trovare buone trasmissioni dedicate anche in orari diurni.
Alcuni concerti in programma nella stagione dell’Orchestra Sinfonica della Rai venivano per esempio trasmessi in diretta radiofonica sul terzo canale nazionale, e quindi in prima serata.
Bisogna segnalare poi alcuni tentativi di divulgazione del repertorio classico (soprattutto di quello lirico) anche a fasce di pubblico televisivo più eterogeneo. Il risultato però è spesso grottesco e fuorviante perché, attraverso compromessi “accattivanti” per chi pratica solo il repertorio “leggero” o “pop”, si snatura l’essenza e il linguaggio di quel tipo di musica, facendo forse più danni concreti che reale giovamento.
Quella che manca è la cultura musicale di base, a partire dalle scuole dell’obbligo, qui in Italia per nulla allineata con i programmi didattici europei.
Soliti argomenti. Non resta che attendere tempi migliori, cercando nel proprio piccolo -per chi ne ha la possibilità- di divulgare il più possibile una risorsa ricchissima e imprescindibile per la crescita culturale di ogni paese.
Che rilevanza ha il patrimonio musicale genovese antico che lei valorizza con i suoi concerti?
Al di là del fascino della ricerca e della riscoperta, e della possibilità di far rivivere note ascoltate solo centinaia di anni fa, io trovo che il patrimonio culturale locale sia fondamentale per la definizione di un’identità personale.
Non sempre compositori legati esclusivamente alla storia locale e poco conosciuti lo sono meritatamente. L’oblio spesso non coincide con la qualità della produzione musicale, ma è purtroppo frutto di una complessa concomitanza di fattori politici, sociali e culturali.
Per chi come me studia sistematicamente il repertorio musicale genovese o comunque legato all’ambiente culturale cittadino è facile imbattersi in partiture di altissima qualità, nate dalla penna di compositori all’epoca magari conosciutissimi e stimati in tutta Europa, e ingiustamente eclissati dalla luminosa figura di loro più illustri contemporanei.
Ne è eclatante esempio una delle partiture che ho rinvenuto nel Fondo Brignole-Sale della Biblioteca Berio e che sono riuscito ad attribuire (per chi fosse interessato vi è un mio articolo in merito nel n°2, luglio-dicembre 2011, della rivista semestrale “La Berio”) al compositore tardo settecentesco genovese Luigi Cerro. Il manoscritto per orchestra presenta “Le ultime sette parole di Cristo in croce”, in cui evidenti sono le somiglianze sia per struttura che per orchestrazione con l’omonima e più conosciuta composizione di Franz Joseph Haydn, scritta per Cadice nel 1786. Il dato sorprendente è che la prima anticipa la seconda e più famosa di ben sedici anni!
Quali sono i consigli che darebbe a un giovane musicista che si avvicina alla musica barocca?
Lo studio degli strumenti antichi oggi non è più come agli inizi della riscoperta filologica, quando per alcuni musicisti poco talentuosi tutto questo rappresentava forse una sorta di esotico “ripiego”. Anzi, oggigiorno il virtuosismo in quell’ambito è molto apprezzato e riconosciuto, possedendo lo strumento originale caratteristiche strutturali e tecniche che rendono l’esecuzione musicale molto più difficoltosa rispetto al suo corrispettivo moderno.
Pariteticamente ha grande importanza anche la pratica dello stile, imprescindibile fattore differenziante.
Per quanto riguarda la possibilità di studio oramai il violino barocco piuttosto che l’arpa doppia o la viola da gamba posseggono cattedre stabili nei principali conservatori italiani, ove si sono costituiti interi dipartimenti dedicati alla Musica Antica, e dove lo studente ha la possibilità, attraverso anche lo studio di discipline strettamente connesse, di formarsi validamente all’esecuzione del repertorio antico.

Inserita il 09 - 10 - 12
Simonetta Ronco
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