Norma per l'ultima volta, e poi... addio alle scene

Recensione:
"Norma"
"Norma" © Michele Crosera

Aveva atteso a lungo, molto a lungo Mariella Devia per affrontare come protagonista la ”Norma” di Bellini. Glielo avevano chiesto in tanti e tante volte, ma lei: niet. Aveva altro da cantare: Maria Stuarda, Anna Bolena. Lucrezia Borgia. Nel 2013 la svolta, con il debutto a Bologna sotto la bacchetta di Mariotti. E poi la decisione di portare questo personaggio in giro per il mondo; ed infine la scelta di chiudere una carriera lunghissima e brillante con il capolavoro belliniano al Teatro la Fenice, là dove aveva cantato in tale figura già nel 2016.

Occasione per ricevere, tra una recita e l'altra, l'ambito Premio “Una vita per la musica”, assegnato a personalità di grandissimo merito e di fama mondiale. D'ora in poi, vita più tranquilla: solo l'insegnamento e qualche concerto.

LEGGI QUI: intervista a Mariella Devia


Neoclassica eleganza, morbida grazia, perfezione dell'approccio belcantistico

Riprendendo quanto già detto in occasione delle precedenti recite veneziane, in linea di principio questo ruolo non parrebbe adatto alla sua configurazione vocale. Almeno secondo la tradizione. Ma poi avviene una cosa straordinaria. E cioè che oltre a vantare ancor oggi – a dispetto dei dati anagrafici – un vigore vocale invidiabile, grazie alla Natura e ad un saldissimo bagaglio tecnico, il soprano ligure rende come meglio non si può le eteree e liquide linee vocali belliniane, asseverando perfettamente il suo personaggio.

E' una interpretazione stilisticamente originale e validissima – e pressoché unica - di Norma, in cui la voce suona come uno splendido, etereo strumento; senza però tralasciare un accuratissimo scavo psicologico del personaggio, reso in ognuna delle sue sfaccettature: nella gravità sacerdotale, nelle tenere confidenze amicali, nell'angosciato affetto filiale, nei tumultuosi dialoghi con Pollione attraversati da lusinghe e minacce. Ci mancherà molto, ne siamo sicuri. Basta vedere con quanto affetto e quanto calore è stata salutata alla fine di ognuna di queste recite.



Dalle foreste delle Gallie alla savana africana

Per quanto riguarda lo spettacolo, non c'è molto da dire: è sempre quello firmato dall'afroamericana Kara Walker, che trasporta Norma nell'Africa predata dalle potenze coloniali. Con i Galli tramutati in guerrieri masai, e i due romani in sahariana azzurra e schioppo in spalla, siamo a metà strada tra Cecil Rhodes e l'Hamingway di Verdi colline d'Africa. Grazie al suo piacevole grafismo illustrativo tanto i costumi che le soluzioni scenografiche appaiono a modo loro attraenti; tuttavia, latitando ogni sviluppo registico dell'idea iniziale, l'azione procede solo per inerzia, pigramente.



Valori musicali alle stelle

Riccardo Frizza concerta con fine sensibilità. Non si potrebbe delineare meglio questa partitura: lavorando in profondità, la rende drammaticamente vibrante e ne esalta tutti i suoi valori musicali, anche minimi. Basta sentire quanta levità e quanto trasporto emotivo ottiene dalla bravissima orchestra della Fenice nell'accorata introduzione all'atto secondo. E quale bella sintonia sappia trovare con questa e con gli interpreti.

Stefan Pop – sempre più imponente – non è che si sprechi a recitare; in compenso scioglie il suo Pollione con spavalda passione e limpida condotta di canto. Carmela Remigio ribadisce la sua toccante, virginale Adalgisa, vocalmente calda ed espressiva, tecnicamente irreprensibile. Poco più che sbozzato l'Oroveso di Luca Tittoto. Buona la Clotilde di Anna Bordignon, lagnosetto il Flavio di Emanuele Giannino.


Spettacolo: Norma
Visto al Teatro La Fenice di Venezia.

 

Visto il 16/05/2018

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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