Il visitatore

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La ragione, affannata e sperduta, sussurra dubbi e paure all’orecchio di Sigmund Freud, che cerca conforto nel dialogo, tra le mura domestiche, con la figlia Anna. Nel frattempo, fuori, si fa largo la storia, ostentando spavalda, in quei giorni di fine anni ’30, a Vienna, un volto che non ha nulla di umano.

Non resta che fuggire, prima che sia tardi. All’anziano professore, in virtù della sua reputazione scientifica e delle amicizie all’estero, basterebbe, per ora, soltanto una firma. Sarebbe sufficiente attestare, con il peso del suo nome, che lui, ebreo, non ha mai avuto nulla da temere dalla Gestapo. Mentire. Soltanto questo, lo implora Anna: una menzogna, per fuggire.

Ma il professore non si decide: sente su di sé il peso di chi resterà, di chi non potrà fuggire e sarebbe colpito a morte, una volta di più, dal suo gesto. Anche Anna, pur impaurita, è orgogliosa: talvolta addirittura, quasi suo malgrado, reagisce con sdegno, quasi con sfida, alle frequenti e intimidatorie ispezioni della Gestapo. Forse, una volta di troppo.

Ed è proprio nella notte più cupa, quella in cui il destino della figlia sembra in pericolo, che Freud, solo, si trova di fronte un misterioso visitatore. Il loro dialogo, magistralmente interpretato da Alessandro Haber e Alessio Boni, anima la coinvolgente e curata rappresentazione del testo di Emmanuel Schmitt.
I contorni dell’inventore della psicanalisi (un illustre studioso, un padre in ansia per la propria figlia), così come le sue parole, sono netti, ben definiti. Nonostante una salute cagionevole, nonostante la paura, lo sostiene, è egli stesso a ricordarlo, un incrollabile amore per la verità.

Il suo stravagante ospite è invece completamente avvolto nel mistero: è un pazzo, convinto di essere Dio? O forse Dio sente davvero la necessità di manifestarsi a chi da sé ha voluto estirparlo, (credendo così di trovare se stesso) e, in una notte come questa, una notte d’orrore, non può che farsi uomo nei panni di un folle?  

Sembra quasi che Freud si trovi a confrontarsi, quasi pirandellianamente, con un altro suo volto: quello che di sé, con più ostinazione, vuol negare. In quello specchio, forse anche per le incessanti e selvagge grida che giungono da fuori e non accennano a placarsi, scorgiamo come l’idea di verità, assoluta, possa condurre alla superbia, alla cecità. Come concedersi il lusso di un dubbio, persino di un errore, sia necessaria premessa non alla mera individuazione di un’ipotetica via maestra, che si presume tracciata, ma all’incessante e operosa costruzione di un tratto di percorso condiviso.

Visto il 15/12/2015
drammatico

Informazioni principali

Autore
Éric-Emmanuel Schmitt
Regia
Valerio Binasco
www.damianoverda.it Genovese, classe 1985, ingegnere informatico, appassionato tanto di scrittura quanto di teatro. There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche giocare,...