Un custode pinteriano

Recensione:
Un custode pinteriano

Fabio Banfo, Riccardo Margherini e Antonio Rosti sono gli interpreti di una nuova messa in scena di uno dei testi di Pinter che hanno avuto più successo: Il custode. La traduzione adottata per questo spettacolo è quella di Alessandra Serra, in cui risuonano concisione e sobrietà dell’originale inglese. Il risultato è uno spettacolo ben costruito, canonicamente “pinteriano”.

Una stanza e tre uomini

Secondo le note di regia dello stesso Pinter, la stanza in cui avviene tutta la scena si compone di oggetti accatastati, un paio di letti e una finestra rotta. Una lampadina appesa e un secchio che pende dal soffitto completano lo scenario. Da questo panorama vengono evocati i tre personaggi che si battono per conquistare quell’angolo di mondo, un luogo in cui sembra possibile arrivare una pace definitiva, lontana dagli altri esseri umani e da qualsiasi infiltrazione esterna. Così il rifiuto assoluto del diverso da sé genera la violenza sommessa che costituisce i rapporti tra i tre individui.

Atmosfera e recitazione

Musiche, luci e spazio danno il contributo maggiore nel rendere allarmante l’atmosfera, cosa non del tutto sostenuta dalle scelte recitative. C’è da chiedersi ad esempio se presentare Aston, il fratello affetto da disturbi psichici, immediatamente così catatonico, non chiuda delle possibilità al testo. Sempre con la recitazione si sarebbe forse potuto dare più significato anche alle gocce d’acqua a cui, mai in maniera casuale, Pinter chiede di cadere nel secchio appeso al soffitto, tanto quanto alle infiltrazioni d’aria così importanti per l’azione scenica. Nel complesso comunque lo spettacolo offre un gradevole incontro con uno degli autori che nel Novecento hanno cambiato le sorti della drammaturgia mondiale.

 

Visto il 09/02/2018

Claudia Grassi

Autore:

Claudia Grassi

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