E se Pamela Anderson fosse la felicità?

Recensione:
E se Pamela Anderson fosse la felicità?

Prendi un teatro dove ogni martedì sera arrivano novità che mai troverebbero posto nei circuiti tradizionali, prendi un’attrice giovane dalle mille abilità clownesche, uno spettacolo poeticamente ironico e il risultato si chiama “Holy Boobs di e con Serena Vergari.

Holly Boobs, sante tette

Tradotto in italiano il titolo dello spettacolo suonerebbe più o meno così e infatti a campeggiare, illuminata come un santino, è l’immagine di Pamela Anderson, vera icona della pruderie giovanile degli anni Novanta. Della giovane donna occhialuta e ciabattante che si muove in scena non sappiamo invece nulla, condensa in sé tutto l’anonimato possibile: consuma il suo tempo a ritagliare immagini patinate di donne formose, sperimentando maldestri e artigianali tentativi di lifting, divertentissimo quello con il rotolone di scotch da imballaggio.
Serena Vergari si muove a suo agio nei panni della bruttina stagionata anzitempo che attraversa il suo delirio di solitudine e ribellione al tempo stesso. La vediamo sotto i nostri occhi diventare una vamp, una star da night, un’affascinante donna predatrice finché il delirio implode in una dimensione onirica dalla quale la nostra protagonista si risveglia nelle vesti di creatura iperdotata: una vagina abnorme, cui fanno pendent due tette spropositate.

Attenti a quei due

Chi siano Serena Vergari e Paolo Gargiulo, regista dello spettacolo, lo apprendiamo dal web. Scopriamo così che la loro arte è quella della clowneria e del teatro da strada. “Holy Boobs è uno spettacolo che si serve di un palcoscenico ma ha i ritmi e l’interazione con il pubblico tipici di una performance da strada.
Gargiulo costruisce uno spettacolo su misura per la sua attrice, dosando con equilibrio i momenti più evidentemente clowneschi, gli esilaranti tentativi di riprendersi la ciabatta passando attraverso lo schienale della sedia per esempio, con frammenti di più complessa teatralità, la tenerissima scena della carta igienica che diventa velo nuziale o le voci poetiche che improvvisamente si diffondono all’apertura del cassetto. E se proprio un appunto si deve muovere è l’indugiare troppo nel rapporto con il pubblico, mettendo a rischio l’unità dello spettacolo. Ma quando la nostra protagonista si risveglia con le tette più grandi del mondo, così come aveva da sempre sognato, ci accorgiamo che una delle due è atrofica, malata e nera.
Il colpo è forte, il riso si spegne e la danza finale ha i tratti di una danza macabra: qual è il confine tra uomo e natura? E’ la domanda finale che ci accompagna all’uscita.

 

Visto il 12/12/2017

Angelo Callipo

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