E’ un trionfo il “Don Carlo” di Mariotti

Recensione:
Don Carlo
Don Carlo © Rocco Casaluci

Forte attesa per questo Don Carlo verdiano, apice della Stagione 2018 del Teatro Comunale di Bologna: dirige Michele Mariotti, ed è una garanzia; il cast promette bene (e mantiene meglio), e si fa strada una certa curiosità a scoprire la nuova regia di Henning Brockhaus.

La Spagna non si vede...

Alla prima il lato musicale ha suscitato vivissimi applausi, quello visivo invece molte perplessità, sonoramente contestato - non senza ragione - da una parte del pubblico. Intanto, poggia sulle scene di Nicola Rubertelli, imponenti ma cupe, e di modello passe-partout: buone cioè anche per qualsiasi altro spettacolo. I costumi di Giancarlo Colis portano agli Anni Trenta del secolo scorso, e sembrano pescati di fretta nei bauli d'una sartoria teatrale.

Le coreografie di Valentina Escobar sono dimesse. Ma soprattutto, quello che non gira è l'intervento di Henning Brockhaus, che galleggia in superficie del dramma, senza troppo approfondirlo, alternando illuminanti soluzioni registiche – poderoso e scultoreo l'Auto da fé – ad altre discutibili, come il randez-vous erotico di Filippo con la Eboli giusto prima di «Ella giammai m'amò»; o come il Grande Inquisitore – figura spietata, ma possente – trasfigurato in un'onnipresente maschera dai tratti grotteschi, assiso su un trono smisurato.


...ma la musica si sente!

Chiusi gli occhi, aperte le orecchie, ecco però un trionfo sonoro. La versione adottata è quella milanese del 1884, densa e sintetica: Michele Mariotti la dirige con slancio impetuoso e grande senso narrativo, in un teso arco drammatico. In più, procede con millimetrica accuratezza, leggendo la partitura in profondità e in trasparenza, soffermandosi su ogni singolo dettaglio sonoro -e sono mille, tutti stupefacenti- senza sacrificare una vigorosa visione complessiva del dramma.

Tra le soluzioni possibili per la figura di Don Carlo, Roberto Aronica sceglie la più consona al suo strumento: e dunque ecco un Infante macerato nell'animo, ma dalla vocalità generosa, dal timbro brunito e squillante Impulsivo nel carattere, irrefrenabile nella passione amorosa. Maria José Siri offre una Elisabetta un po' compassata – non s'avverte la suggestione melanconica del personaggio - ma vocalmente e stilisticamente adeguata.



Nel temperamento, e nell'elegante, aristocratica misura sta la forza dell'Eboli di Veronica Simeoni, superba nelle agilità, levigata nella linea di canto. Il Filippo II di Dmitry Beloselkiy evidenzia austera nobiltà d'accento e buona varietà di colori; il pastoso procedere del Grande Inquisitore di Luiz-Ottavio Faria non sfigura accanto a lui.

Il grande mattatore della serata è Luca Salsi: Rodrigo l'ha cantato nel 2015 a New York – versione parigina - mai però in Italia. Spicca la forte personalità, che sa ritagliare una figura cospicua, e parimenti la naturale inclinazione al cantar verdiano, sostenuta da copiosa colonna di fiato, ricercatezza di fraseggio, varietà di colori e d'accenti. Valide figure di contorno: Luca Tittoto (Frate), Nina Solodovnikova (Tebaldo), Massimiliano Brusco (Lerma), Rosolino Claudio Cardile (Araldo), Erika Tanaka (Voce celeste). Orchestra in forma smagliante, Coro ineccepibile.


Spettacolo: Don Carlo
Visto al Teato Comunale di Bologna.

 

Visto il 06/06/2018

Gilberto Mion

  Redattore

Studi ad indirizzo classico. Già collaboratore del quotidiano Il Gazzettino, della rivista Pagine Venete e di altre testate regionali, ha&n...

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