Molto rumore per nulla? No, Baruffe Chiozzotte

Recensione:
Molto rumore per nulla? No, Baruffe Chiozzotte

Chioggia è un microcosmo tra terra e mare. In terra le donne baruffano e si riappacificano infilando l'ago nel loro tombolo, gli uomini invece giungono dal mare: per Paron Fortunato e gli altri c'è solo il duro lavoro della pesca, niente chiacchiere o pettegolezzi da strada. Su questa doppia direzione si muovono le “Baruffe Chiozzotte", che il Teatro Stabile del Veneto produce per la stagione 2017/18 affidando la regia a Paolo Valerio e l'interpretazione ad un gruppo di collaudati attori veneziani come Piergiorgio Fasolo, Stefania Felicioli e Michela Martini.

Lo diceva anche Goethe

Il giudizio di Goethe è riportato sul foglio di sala. Peccato però che la "vivacità, bonomia, trivialità...", che tanto avevano colpito il poeta, appaiano nella regia di Valerio narcotizzati all'interno di uno spettacolo/contenitore dove il vociare popolare straripa nelle urla guascone del Beppo di Riccardo Gamba o negli scatti machiettistici del Paron Vincenzo di Leonardo De Colle.

Insomma, "Molto rumore per nulla" verrebbe da dire, quando il finale dello spettacolo ci regala una coreografia da "Sette spose per sette fratelli" dove gli attori si limitano a battere stancamente le mani tenendo il ritmo e accennando qualche strofa. Una messa in scena senza nerbo, senza guizzi di vivacità, senza quella seconda invenzione che la regia dovrebbe assicurare. Tutto è scontato, i dialoghi sono dialoghi, i movimenti sono movimenti, niente di più di quello che già significano: nessuna traccia per esempio della malinconia che sempre nel foglio di sala viene indicata come chiave di lettura.

Onore al servo di scena

Tutto si consuma in un ambiente chiuso da mastodontici tendaggi aperti una sola volta, quando si intravede la barca di Paron Fortunato. Sbarcato il pesce però, i tendaggi si richiudono per tutta la durata dello spettacolo, lasciandoci una sensazione di assoluta immobilità e la fastidiosa visione del cordame cascante mai più utilizzato. I protagonisti si spendono generosamente in scena e riescono in più occasioni a risollevare il ritmo dello spettacolo: Fasolo è misurato e sornione, Michela Martini è viscerale, Margherita Mannino è una Checca fresca e credibile.

Lo spettacolo invece rimane spettatore delle relazioni che si consumano tra anelli e matrimoni, promesse e gelosie, differenze di censo e testarde furberie. Il pubblico di Venezia è ben disposto, in scena ci sono beniamini della città, un Goldoni non maltrattato come nell'Arlecchino di Latella, un dialetto veneziano che fa il verso al ciosotto: risate e consensi sono. E quando l'applauso scroscia finanche per il servo di scena che sposta nella penombra sedie e scrivanie, allora il cerchio è chiuso: abbonati soddisfatti, sbigliettamento notevole, pomeridiana salva. E' tutto.

 

Visto il 19/11/2017

Angelo Callipo

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