Van Halen - A Different Kind Of Truth - Interscope - 2012

Giuseppe
Moretti
Miniatura
Musica

Quando si dice la classe. “A Different Kind Of Truth” dei ben ritrovati VAN HALEN è album tutta classe. E tensione creativa. L'operazione commerciale che riporta in heavy rotation la band di Pasadena si regge infatti con lo sputo, visto che David Lee Roth ed Eddie, per loro stessa ammissione, son sempre sull’orlo di una guerra. E non nasce sotto i migliori auspici, in quanto acconciare vecchi demo dei Seventies per renderli attuali riporta alla mente l’episodio della vecchia imbellettata di pirandelliana memoria. O Hans uomo-talpa che si finge teenager all'università, fate voi.

Nonostante sia buon costume non riproporre ai convitati gli scarti della sera precedente, intervenendo però la riflessione a svelare l’essenza e la molteplicità dell’umana realtà, dopo la diffidenza epidermica “A Different Kind Of Truth” di comico non contiene proprio nulla. Nemmeno di umoristico, a parte i testi e talune esecuzioni vocali. Roth non è più la belva carnale di un tempo e non fa niente per celarlo. La verve cede il posto all’interpretazione, mentre l’ironia persiste. Diamond Dave gigioneggia (“Stay Frosty”), narra (“The Trouble With Never”), si assesta su tonalità consone per un prossimo venturo sessantenne. Non è più un diamante grezzo, ecco: nonostante qualche ruggito (“Blood And Fire”) e qualche cavalcata nostalgica (“As Is”) il rock-crooner navigato che ha sempre ambito divenire è quantomai realtà.

Eddie, di contro, con la chitarra può ancora permettersi tutto senza risultare buffo, anzi. Si lancia in sfuriate d'altri tempi (“China Town” e “As Is”, che richiama “Hot For Teacher” e nell'assolo celebra quel tapping da copyright, sono grandiose). Poi viaggia spedito (“Bullethead”, “Outta Space”). Avvolge i brani in un bozzolo di rame (la strutturata “Honeybabysweetiedoll” o “The Trouble With Never”, assolo smagliante come in “Big River”). Si diverte a ricercare il pezzo easy listening (“She's The Woman” e “You And Your Blues” sono ambo che diverte, con il bridge scanzonato della seconda davvero irresistibile). Imbraccia pure l'acustica e la doppia con un graffiante riffone boogie (“Stay Frosty”). Dall'insipida “Tatoo” – un giorno dovrò scoprire chi e con quale criterio sceglie i singoli – alla ricca “Beats Workin'” traspare un'atavica voglia di toccare la sei corde in ogni sua parte, con la sapienza di chi conosce tutti i trucchetti del caso per farla eccitare.

La scena è dei duellanti, zio e nipote Van Halen fanno il loro ma spariscono. Come le tastiere ottantiane: puff, svanite. Di quegli anni là persiste invece la membranofonia di un bongo, quando non di un secchiello da mare, in sostituzione del rullante. Poco male. Tredici tracce di classe, per chi ancora non l’avesse capito. Quella cosa che sublima la tecnica in canzone, il riff in ricordo, la musica in “ent-art-ainment”. Quella cosa che in troppi gruppi moderni latita, perché non si può tramandare né insegnare: is in the blood, blood and fire.

Giuseppe
Moretti