Trivium - In Waves - Roadrunner Records - 2011

Giuseppe
Moretti
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Musica

I Trivium sono una band che spacca.

Spaccano l’audience, giacché attorno a ogni loro uscita si solleva un putiferio. Con “The Crusade” vennero condannati al rogo da più parti per aver scopiazzato i Metallica. Con “Shogun” l’accusa fu di aver fatto un passo indietro inspiegabile dall'immediatezza thrash maturata nel 2005 al pesante metalcore tangente gli esordi. Nei confronti di “In Waves” già si sente dire tutto e il suo contrario. Le critiche minori le hanno ricevute con “Ember To Inferno” e “Ascendancy”, quando erano una discreta promessa senza fama. Chissà, forse perchè la moderna platea heavy metal sembra avere un brutto rapporto con la fama medesima: la rende scettica e autodistruttiva, ottenebrandone il giudizio asettico verso chi viene baciato dalla celebrità, meritevole o meno che sia.

I Trivium sono meritevoli della loro fama? Mah, vediamo. Di sicuro col nuovo lavoro hanno raggiunto un equilibrio importante tra l’efficacia melodica di “The Crusade” e la dirompente complessità di “Shogun”. Le canzoni sono brevi pur rimanendo condite da riff scavezzacollo, cambi di tempo e tecnicismi ispirati. Si è raggiunta la par condicio tra growl e clean vocals. Infine c’è spazio sia per la viscerale brutalità death, sia per la calcolata irruenza thrash, sia per i trucchi del repertorio metalcore. Un lavoro che spacca anche musicalmente, dunque. 

I brani più “straight to face” sono quel turbine metalcore condito da rullate, breakdown e blast beat chiamato “Inception Of The End”; il greve incedere marziale di “Dusk Dismantled”, assonante all’ultimo Cavalera Cospiracy; gli sposalizi tra scena svedese e NWOAHM, tra Soilwork e Lamb of God (“A Skyline's Severance”, “Forsake Not The Dream” e “Caustic Are The Ties That Bind”, quest’ultima con solo e cantato del break mutuati dai compagni di etichetta Dream Theater); l’immancabile tributo ai Metallica (“Chaos Reigns”), comunque Trivium al 100%.

Alla categoria “melodie ruffiane”, vero pomo della discordia tra detrattori e sostenitori, troviamo lineari ma scintillanti anthem quali “Watch The World Burn”, “Black”e “Built To Fall”, il lento decisamente sdolcinato di “Of All These Yesterdays” e il groove stritolante del valido singolo apripista “In Waves”, vicino agli ultimi Slipknot (ispiratori anche degli insalubri intro e outro).

Nel complesso sembra un buon lavoro: gonfio di groove come mai in passato, ben calibrato tra potenza e melodia, con gran parte dei brani riusciti e una produzione perfetta per farlo esplodere, con i quattro di Orlando probabilmente ancora più famosi e odiati di quanto già non siano. Che poi la fama sia una puttana è arcinoto: sovente si concede arbitrariamente, pudica coi capaci e lasciva coi paraculi, quindi attenzione su chi si posa. Ma gettare nel tritacarne chiunque raggiunga il successo, meritevole o non, è un atteggiamento che rischia di far spegnere il genere in questione con i dinosauri in via d’estinzione che l’hanno generato, gli unici in grado di mettere d’accordo ancora oggi fans di ogni credo e anagrafe.

I Trivium sembrano abbastanza meritevoli di fama e lodi per alcuni semplici motivi, che il valido “In Waves” conferma: sanno suonare, sanno comporre canzoni efficaci (citando con gusto le indubbie influenze di Metallica, In Flames, Annihilator) e hanno saputo conquistare parte di pubblico, colleghi e critica (“The Crusade” è finito in volumi sui migliori dischi thrash di sempre). Con possibili margini di maturazione, vedendo l’età, la tecnica e il talento sul piatto. Poi è legittimo che possano non piacere: ad alcuni spaccano semplicemente i suddetti, ma de gustibus

Giuseppe
Moretti