Redemption - This Mortal Coil - Inside Out/Century Media - 2011

Giuseppe
Moretti
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Musica

Un tizio conosciuto a un concerto, qualche anno fa, mi disse: «Conosci i Redemption? No? Beh, ricordati questo nome, son migliori dei mostri che stanno suonando». Quei mostri erano i Dream Theater, tra le mie band preferite, per cui non potevo lasciar cadere quel consiglio, pur ritenendolo (allora e tuttora) spropositato.

Cominciai col cerebrale “The Origins Of Ruin”, niente male. Andando però a ritroso mi accorsi che il notevole esordio “The Fullness Of Time” era tutt’altra cosa. Venne poi la volta di “Snowfall On Judgment Day”, fu colpo di fulmine. Ora mi ritrovo tra le mani il nuovo lavoro, “This Mortal Coil”. Sono tutti a distanza di due anni l’uno dall’altro, avrei dovuto aspettarmelo. Le notizie sul cancro del chitarrista Nick Van Dyk avevano però gettato un’ombra inquietante sul futuro della band.

Il peggio è ora passato, così come il tempo tra la dritta di quel tale e l’istante in cui scrivo. Dopo gli ascolti necessari per valutare correttamente un album progressive metal così profondo, posso constatare che i Redemption mantengono un continuum qualitativo elevatissimo. Il triplete “No Tickets To The Funeral”, “Dreams From The Pit”, “Noonday Devil”, o i dieci minuti della conclusiva “Departure of the Pale Horse”, bastano come certificazione di un talento raro nel riuscire a distruggere l’ossimoro che separa aggressività e meditazione.

Un concept sulle prospettive umane di fronte alla morte comporta atmosfere cupe e chitarre giù di qualche accordatura, ma la band non si snatura. Peccato però che non si sia ancora affrancata dai vizi di gioventù, accusando peraltro acciacchi di vecchiaia. Alla riverenza verso gli ultimi Symphony X e a quella mai sopita nei confronti dei Dream Theater (nel cd bonus di cover, tra tutte le gemme di sir Elton John proprio “Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding”, presente su “A Change Of Seasons”, dovevano andare a pescare?) si aggiungono l’estensione scricchiolante di Alder – sommerso dai chitarroni nelle bordate, impeccabile su prove atmosferiche tipo “Let It Rain” – e una produzione scialba.

Difettucci, per ora. “This Mortal Coil” è un album intenso che appagherà molti progster puri delusi dai mostri sacri: quel tizio, a suo modo, non aveva torto.

Giuseppe
Moretti