Rage - 21 - Nuclear Blast Records - 2012

Giuseppe
Moretti
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Musica

“21” come ventuno album. Il numero capeggia nel titolo perché parla da sé. Ventuno ingressi in sala di registrazione sono traguardo da band longeva e inossidabile. Siamo ai livelli di dinosauri tipo Uriah Heep, Scorpions o UFO, che con “Seven Deadly” proprio negli stessi giorni di Febbraio hanno spento le medesime candeline in studio. Se notiamo però che i Rage son partiti giusto giusto qualche annetto dopo, il numero fa ancora più specie.

Cosiccome fa caso la qualità degli oltre venti lavori sfornati. I Rage sono da perenne media del sette. Gli anni Ottanta, quelli del thrash monolitico, non saranno così memorabili. Quanto prodotto come tre-quartetto negli anni Novanta, con “Trapped!”, “The Missing Link”, “Black In Mind” o “XIII” (l’altra cifra della discografia), ristabilisce tuttavia i giusti valori per un gruppo che, col nuovo millennio, non ha fatto altro che consolidare lo status di band prolifica e unica nel combinare quiete e tempesta.

Anche “21” è da media del sette. Propone brani ispirati e qualche passaggio ripetitivo comunque inevitabile dopo tanti anni e dischi. Peavy Wagner è sempre il mastermind della situazione, ma da capitano navigato lascia a Victor Smolski grande libertà di esprimersi perché sa che è in formissima, trasformando “21” un album fortemente chitarristico. Operazione peraltro voluta per accantonare un attimo la Lingua Mortis Orchestra e omaggiare i fan più intransigenti con metallo diretto potenzialmente devastante in sede live. Rifferama di una certa consistenza thrash e assoli acuti, sinuosi, debordanti s’impadroniscono così del lavoro. Con i titoli dei brani a rinforzare il concetto di fondo. Morte, terrore, dolore e assassini: parliamo di questo, suoniamo più pesto del solito.

“Forever Dead” mette dentro groove e speed, con un cantato serrato stile primi Four Horsemen. In “Serial Killer” Peavy raschia la gola come se partecipasse a un provino per qualche formazione NWOAHM. “Psycho Terror” profonde tecnicismi da Jeff Waters. Ma cotanta violenza strapiomba sempre nella melodia irresistibile dei ritornelli, e se nelle trituranti “Twenty One” o “Concrete Wall” il risultato è solamente gradevole, su brani come “Destiny” e “Death Romantic” il pugno diventa carezza attraverso movimenti di rara leggiadria. Con la malinconia della lenta “Eternally” o l’estro di “Feel My Pain” a riportare alla mente il meglio dei lavori dell’ultima decade, confermando in toto le impressioni positive emerse dall’ascolto di questo “21”.

21 album, 3 artisti: in una fantomatica divisione il quoto è 7, ovvero la media voto dei primi venti dischi nonché la valutazione per l’ultima prova. I conti tornano ancora una volta.

Giuseppe
Moretti