Opeth - Heritage - Roadrunner Records - 2011

Giuseppe
Moretti
Miniatura
Musica

Piacevole debut album in ambito prog-rock per questi Opeth, solo project del cantante-chitarrista svedese Mikael Åkerfeldt…”: dovrebbe iniziare così la recensione del nuovo Opeth, band a guida carismatica capace di cambiare pelle ad ogni prova. Con “Heritage” il  gruppo svedese realizza stavolta un album progressive rock tout court per omaggiare le formazioni che li hanno influenzati (o influenzato che dir si voglia, vista la preponderanza di Åkerfeldt nelle scelte della band).

La percentuale di metallo nel sangue delle tracce è così prossima allo zero: niente growl catacombali né sfuriate metalliche. Numerosi invece i rimandi ai lavori sinistri delle band di maggior blasone del movimento (“Starless And Bible Black” dei King Crimson, “Atom Earth Mother” dei Pink Floyd, “Three Friends” dei Gentle Giant) e alle composizioni di gruppi dark-prog più o meno mainstream (Atomic Rooster, High Tide, Comus). C’è molto spazio per mellotron, hammond, piano e voce, con chitarra, basso e batteria chiamati in causa più per punteggiare che per saturare attraverso complesse trame sonore. La produzione è stata curata maniacalmente, con il risultato di un suono vintage capace di far emergere gli arrangiamenti rispetto alle composizioni.

Ne esce un album etereo, mistico, sulfureo e venefico. Un lavoro fatto di chiaroscuri, in cui i suoni spesso fungono da presupposto per esaltare i silenzi, per introdurre laceranti pause di riflessione, per sottolineare acusticamente l’atmosfera ora rarefatta ora caliginosa che incombe sul platter. Con una bellissima copertina ad alto valore simbolico con la quale i nostri riscrivono la propria genealogia musicale: le radici death metal diventano propedeutiche per la svolta prog-rock, come un seme da cui alla fine doveva implacabilmente dispiegarsi la folta chioma progressiva della band. 

Il malinconico piano di “Heritage” funge da intro per “The Devil's Orchard”, elegia pervasa da continui cambi di umore: hammond e chitarra s’intrecciano fino alla disperata constatazione del ritornello; poi compaiono vivaci fraseggi sincopati, intermezzi evocativi, cangianti esplosioni d’energia elettrica e un crescendo finale dominato da un breve, intenso, assolo.
La successiva “I Feel The Dark” comincia con un arpeggio che non abbandona più il brano e vede entrare in scena i vari strumenti, in punta di piedi, l’uno dopo l’altro. Lo svolgimento s’interrompe improvvisamente per fare posto a potenti sferzate elettriche: gli altri strumenti si eccitano, sembra solo un raptus: in realtà è il primo di una lunga variegata serie allestita per squarciare il reiterato arpeggio iniziale.
Slither” è un palese omaggio a Ritchie Blackmore: inizia come una cavalcata sui sentieri della purple “A Gypsy’s Kiss" per poi addentrarsi nelle suggestioni epiche di cui è permeata la “Stargazer” di rainbowiana esperienza.
Nepenthe” esordisce come atmosfera pura: le corde accarezzate, la batteria sfiorata, le tastiere lontanissime. La voce di Mike si strugge, echeggia. Poi detonano parti jazz rock da quintetto a elevato tasso tecnico, con la chitarra a sostituire prima il clarinetto poi il sax.
Haxprocess” prosegue nel solco tracciato da “Nephente”: un piano lugubre con pochi passi sui tasti d’avorio suggerisce sinistre cantilene, la chitarra acustica raccoglie l’invito. Poi, di colpo, irrompe un pulsare aritmico, come se un cuore immoto fosse riportato alla vita. La chitarra conclude con un assolo dilatato, poi entra il piano e stavolta tutto muore davvero.
L’ultima parte del lavoro è dedicata ai pezzi più lunghi ed articolati del lotto, eccezion fatta per il prog scoppiettante, breve ma furente, di “The Lines In My Hand” e la malinconica outro acustica “Marrow Of The Earth”.
Famine” è schizofrenica: merce dannata proveniente da mercati esotici, piano e voce fusi in un’accorata preghiera, cervellotiche evoluzioni progressive e poi i passi grossi di un mastodonte stregato dal flauto di Jethro Tull, come in una rivisitazione musicata della leggenda de “Il pifferaio di Hameln”. Con una risata mefistofelica ad aprire e chiudere le danze.
Folklore” è anch’essa altalenante tra parti pacate, intermezzi acustici e fraseggi prog-fusion, un camaleonte avido di divagazioni floydiane, fraseggi cari al Gigante Buono, sinistre suggestioni chitarristiche memori del Re Cremisi. E poi ELP, Yes, Van Der Graaf Generator e chissà quant'altro, tanto qui quanto nel resto dell’opera.

Dopo essersi accasati sotto la potente Roadrunner e aver tirato le fila di anni di lenta evoluzione con il superbo “Ghost Reveries”, i nostri hanno iniziato a fare veloci passi in avanti verso una nuova dimensione di band, come a voler ribadire al mondo la vera faccia di sè stessi, quella svelata già con "Damnation". Il primo step è stato “Watershed”, con il cantato pulito e le influenze prog-folk mai così consistenti. Il secondo, decisivo, è questo “Heritage”: un taglio col proprio passato, un matrimonio con quello dei grandi gruppi del progressive rock inglese.

Come debutto in un genere “nuovo” non c’è male, è discreto, ma per ora il passo è più lungo della gamba: il capolavoro dovrebbe affrancarsi dall’influenza dei propri idoli mantenendo allacciate radici, fusto e foglie, piuttosto che operando una recisione così netta con venti anni di "heritage", quello proprio. Sempre che, al prossimo lavoro, i nostri non decidano (Mikael decida) di cambiare ancora pelle, chissà.

Giuseppe
Moretti