Nightwish - Imaginaerum - Nuclear Blast - 2011

Giuseppe
Moretti
Miniatura
Musica

Settembre 2007-Dicembre 2011. Un lasso di tempo tra album inedito per i popolarissimi Nightwish. Ma c’era da dare libero sfogo all’Immaginazione, quella con la i maiuscola. Ed ascoltando il risultato, beh, i finlandesi hanno fatto bene a prendersi tutto il tempo necessario, ben attenti a non sforare oltre l’allettante concomitanza delle festività natalizie.

Come emerso da rumors, dichiarazioni e interviste accuratamente disseminate nel corso degli ultimi due anni, “Imaginaerum” è un concept album ideato come colonna sonora di un omonimo film diretto da Stobe Harju, già regista del loro video "The Islander". La storia di uno scrittore sul letto di morte che rievoca la sua infanzia diviene pretesto per una rappresentazione musicale variegata e sfarzosa, che attinge da più fonti con l’obiettivo di meravigliare, emozionare, stordire: come una vorticosa giostra colorata.

Il biglietto d’ingresso per questo lunapark teatrale e goticheggiante, collocabile senza esitazioni nella Gotham City di Tim Burton, viene rilasciato dal carrillon più narrazione in lingua madre di “Taikatalvi”. Una volta entrati, non è facile scendere dalle montagne russe. In partenza si procede su binari rettilinei e confortevoli: il singolo “Storytime” propone un riff portante bello pieno, tastiere sinistre ma familiari, un ritornello e orchestrazioni ben congegnate: ottimo pezzo davvero. La successiva “Ghost River” prosegue più o meno sulle stesse coordinate: qui in più da rilevare il riff di evidente ispirazione Van Halen e gli scream mostruosi del bassista Marco Hietala, che con i suoi interventi tornerà a dar varietà vocale in numerosi altri frangenti.

Poi è tutto un saliscendi tra generi: “Slow, Love, Slow” è jazz soffuso da fumoso locale di inizio Novecento. “I Want My Tears Back” celebra con la cornamusa il folk caro ai Mago de Oz. “Arabesque” è un intermezzo musicale da film score, come la conclusiva, pomposa, “Imaginaerum”. La leggiadra ballad “Turn Loose the Mermaids” sorvola paesaggi celtici, “Rest Calm” ha un bel riff monolitico che fa sprofondare in oscuri anfratti doom, “The Crow, the Owl and the Dove” scivola nel gothic romantico, con le voci di Annette e Marco intrecciate in un inteso duetto. E poi su, su in alto con una “Scaretale” votata al Danny Elfman più barocco o con la eccezionale rasoiata “Last Ride Of The Day”, episodi dove il symphonic metal della band torna a toccare originarie vette di eccellenza.

La Olzon a suo agio in strutture da musical a lei congeniali. Un suono di chitarra compresso e ficcante. La  band in palla e l’orchestra in studio come reale valore aggiunto. Apparenza a fiumi, come sul piacevole “Dark Passion Play”, ma stavolta maggiore sostanza: sotto valanghe di arrangiamenti e immanenti cori, ora lirici ora di voci bianche, si nascondono melodie e riff pregevoli per fattura e quantità che non possono non rapire l'ascoltatore. Pazienza poi se a strafare si rischiano pezzi come la soporifera, prolissa “Song Of Myself” (pace all’anima di Walt Withman, cui si ispirano i testi).

Con Tarja erano una macchina da guerra? Può essere, ma con lei dietro il microfono un lavoro così sfaccettato forse non avrebbero potuto permetterselo. Avanti così, dunque, lungo questa impervia, irta, sinuosa, immaginifica strada.

Giuseppe
Moretti