Machine Head - Unto The Locust - Roadrunner Records - 2011

Giuseppe
Moretti
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Musica

L’attesa su questo lavoro era spasmodica soprattutto per un motivo: molti volevano capire se i ritrovati Machine Head fossero in grado di bissare l’apice compositivo raggiunto con “The Blackening”. Tagliando subito la testa al toro, diciamo che non ci sono andati poi così lontano.

La portata della detonazione di quella bomba è sicuramente superiore, qui siamo di fronte ad un’esplosione controllata. Questo perché in "Unto The Locust" c’è un gran lavoro di cesello, un’attenzione al dettaglio che la furia del nero lavoro del 2007 non ammetteva, semplicemente spazzava via. Le rifiniture si esprimono nelle voci bianche di “Who We Are”, che nel prosieguo non lesina acre violenza; nel canto di dolore di “Darkness Within”, dal flavour Stone Sour; nei canti monastici dell’introduttiva “I Am Hell (Sonata in C#)”; nelle striature classic di “Be Still And Know”, che fa il paio con la cover di “The Sentinel” (Judas Priest) prevista per la deluxe edition.  Le rifiniture sono Robb Flynn a lezione di canto e di chitarra e la produzione affidata ai JingleTown Studios di Billie Joe Armstrong.

Istintivo “The Blackening”, premeditato “Unto The Locust”. Ma era inevitabile, e non c’è condanna alcuna perché la scelta paga, tutti i pezzi sopraccitati vincono la sfida del mutamento. Quando c’è poi da pestare ancor più duro, i Machine Head sono una macchina tritasassi come poche altre in circolazione. “I Am Hell (Sonata in C#)”, articolata in tre atti, è l’apertura devastante nel solco della tradizione della band. Il coro e la stentorea rivendicazione di “Sangre Sani (Blood Saint)” sono solo preliminari: dopo due minuti con “I Am Hell” ha inizio un rincorrersi sfrenato di chitarre, armonizzazioni incrociate fulminanti e breakdown ciclopici, fino al break acustico con accenni di violoncello. È tuttavia un’illusione: epici riff cadenzati (“Ashes to the Sky”) ci accompagnano fino all’epilogo. Il singolo “Locust” è il manifesto dei MH attuali per come mescola con sapienza thrash, groove e istanze à la page. Le mazzate inaudite sono invece “This Is The End”, che alla farina del proprio sacco aggiunge più di una punta di Metallica nell’intro (“Fight Fire With Fire”+ “Blackned”) e nello svolgimento (“Damage Inc.” e qualche stacco à la “Death Magnetic”), e “Pearls Before The Swine”, ancor più cangiante e travolgente.

Il bivio per chi vuole ripetersi a livelli vertiginosi è fotocopiarsi o rinnovarsi senza stravolgersi. I Machine Head scelgono la seconda via, riportando alla luce – sulla scorza del loro thrash – venature nu e traditional mai del tutto inaridite. E centrano ancora il bersaglio grosso.

Giuseppe
Moretti