Lamb Of God - Resolution - Roadrunner Records - 2012

Giuseppe
Moretti
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Musica

E’ notizia recente che Randy Blythe voglia candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti d’America. Provocazione o sincero proposito? Non è chiaro. Intanto iniziamo a pensare se eleggere o no “Resolution” dei Lamb Of God quale migliore uscita in questo scorcio di giovane, nuovo anno. E sia chiaro: questa non è una provocazione.

L’ultima prova del candidato Randall, dell’incredibile Chris Adler, del fratello Willie, dei preparatissimi Morton e Campbell è quanto di più completo e diversificato sia stato da loro mai concepito. Il migliore album da questo punto di vista, anche se non il migliore in assoluto: “Ashes Of The Wake”, “As The Palaces Burn” e “Sacrament” sono oggetto di disputa tra fan e critici nel contendersi il primato di miglior risultato della band. Personalmente, tra i tre, preferisco il primo per il modo in cui manifesta la propria innata, violenta purezza: pari a un Alien in una Nostromo qualsiasi. Il penultimo “Wrath”, era bombarolo ma forse troppo autoreferenziale.

“Resolution” rischia il podio perchè il five piece di Richmond (Virginia) ingrana come mai tutte le marce della propria macchina tritasassi. Si passa di continuo dalle ridotte di costruzioni brutali e groovy (“To The End”, “Visitation”) alle sfuriate hardcore fuori di giri (“Guilty”, “The Number Six”, “Cheated”), il più delle volte nello stesso brano ("Invictus"). Così “Desolation” e “Terminally Unique” sono semplicemente spettacolari alla pari di “The Undertow”, che ibrida la doppia esse Slayer/Sepultura sorprendendo Chris Adler ad addannarsi sulle campane della propria batteria come un sacerdote impossessato. A completare l’usuale vulcanismo sonoro compaiono però squarci di melodia (l’acustica “Barbarossa”; “Insurrection” e “Ghost Walking”, soprattutto negli assoli) o soluzioni sperimentali (“King Me”, quasi dei Meshuggah con orchestra) finora rimasti chiusi nel vano cruscotto. Un cazzotto con guanti di pelle e finissime rifiniture in velluto.

Le influenze di Pantera, Slayer, Sepultura e Machine Head sono immanenti ma diluite in un sound divenuto riconoscibilissimo. Tuttavia i veterani Slayer sono ancora in sella; i veri Sepultura, prima o poi, torneranno; i vivi Machine Head macinano consensi anche più degli esordi. Gli amanti di cotali influenze possono ancora sperare in nuove uscite discografiche di valore. I Pantera, invece, è quantomeno impensabile rivederli in sala prove. Gli orfani del combo texano, ad oggi, possono pertanto trovare in queste quattordici tracce quanto di più vicino – per integrità, attitudine e preparazione tecnica – all’incancellabile “Far Beyond Driven”.

Giuseppe
Moretti