Evile - Five Serpent's Teeth - Earache - 2011

Giuseppe
Moretti
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Musica

Pescando nel moshpit delle revival thrash band, gli Evile li apprezzo particolarmente. Non disdegno la precisione esecutiva dei Warbringer, l’attitudine caciarona dei Gama Bomb, l’impatto acre dei Toxic Holocaust, giusto per fare qualche nome tra le formazioni di punta del cosiddetto movimento “New Wave of Thrash Metal”. Ma come resistere al bombardamento a tappeto dell’esordiente “Enter The Grave”?

Ritengo gli Evile tra i più preparati archeologi thrash sul campo. Mi piace il modo in cui restituiscono alla luce riff e atmosfere della bella epoca che fu, ricomponendoli in brani nuovi e trascinanti, sebbene derivativi. Un po’ Slayer nelle declamazioni astiose di certe strofe e nei fulminei stop’n’go. Un po’ Testament nel cantato e nelle atmosfere gloom. Un po’ Exodus nei frangenti più aspri e nella reiterazione dei riff. Poi Metallica, ovunque: armonizzazioni delle due asce, cambi di tempo, preparazione del bridge, introduzione del chorus, discreta parte degli assolo. E Metallica in diverse delle loro mutazioni: da quelli glaciali della maturità tecnica raggiunta su “…And Justice For All” (la titletrack), a quelli più cadenzati e groovy della prima svolta commerciale (il buon singolo “Cult”), a quelli velocissimi, spogli e istintivi degli esordi (“Origin Of Oblivion”, “Descent Into Madness”).

L’abilità degli inglesi risiede soprattutto nel fondere idoli, stili ed ere differenti nello stesso brano, dando vita a pezzi articolati e dai repentini cambi d’intensità (“In Dreams Of Terror”, “Eternal Empire”). Quando si concentrano su brani più omogenei, come un mid tempo (“Xaraya”) o una ballad (“In Memoriam”), tornano a palesare i limiti compositivi e di personalità che frenavano il predecessore “Infected Nations”.

Ma il grande problema di un album come “Five Serpent’s Teeth” è la latitanza di classe. Gli Evile sfornano un altro album positivo, però ho dei dubbi che arriveranno mai al capolavoro da dieci e lode. Una fanband può mutuare riff e attitudine, non la classe: quella è innata, e fluisce nel DNA dei padri putativi del genere e di pochi figli prediletti.

Giuseppe
Moretti