Dream Theater - A Dramatic Turn Of Events - Roadrunner Records - 2011

Giuseppe
Moretti
Miniatura
Musica

A Dramatic Turn Of Events”, nel titolo e nell’artwork, evoca aria di cambiamento. Ipotizzabili o imprevedibili, drammatici o liberatori che siano, i mutamenti in seno alla band effettivamente sono stati alquanti. Però Tommasi di Lampedusa, ne “Il Gattopardo”, sul tema scriveva pressappoco così: "Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente". Viene dunque da chiedersi: i Dream Theater sono realmente cambiati?

Dopo un’interminabile soap opera c’è stato un avvicendamento tra Mike. Il carisma è differente, Portnoy era l’anima più vitale della band, ma in sala di registrazione il recordman Mangini rimpiazza lo stimato collega conformandosi al suo stile, cosicché quasi non ci si accorge della permuta. Quest’alterazione epocale ha spostato anche i rapporti di forza nella band, e l’apporto di LaBrie/Rudess in fase di scrittura ora è inevitabilmente più consistente (basta vedere i credits). Ma la musica rimane la stessa.

Il percorso di ri-apertura melodica intrapreso con “Black Clouds and Silver Linings”, infatti, prosegue. Si moltiplicano gli spiragli di luce a squarciare, qua e là, le cupe nubi che incombevano sugli ultimi lavori vergati da un Portnoy pessimista, con un richiamo qui ancor più forte alle armonie sognanti di capisaldi quali “Images and Words” e “Metropolis pt.2”. Questo per giocare un po’ più sul sicuro: come un equilibrista che, attraversando un ponte nel cielo con un monociclo, si serve di un’asta per mantenere l’equilibrio ottimale.

Nonostante i cambiamenti strutturali, pregi e difetti sonori degli ultimi DT permangono. Nei pezzi in doppia cifra la band continua a erigere complicate strutture sonore accumulando e compattando sedimenti di canzoni in un unico massiccio sonoro. Talvolta i riff si affastellano, sono pretestuosi per scorribande strumentali, diviene arduo rinvenire un fil rouge che tiene attaccati i frammenti, quindi c’è sentore di forzatura (“Outcry”, considerevole comunque nell’ultratecnico dibattito strumentale). Ma quando la lampadina della genialità si illumina (non tutti ne dispongono, ricordiamolo) i pezzi del puzzle si incastrano a meraviglia e si tornano a toccare vette di eccellenza come sul nuovo classico “Breaking All Illusions”, più che su una “Lost Not Forgotten” o su una “Bridges In The Sky” comunque altamente ammirevoli.

Le tre ballate presenti sul lavoro sembrano invece rifarsi ognuna ai master dei grandi “lentoni” disseminati nella carriera dei newyorkesi: archi e chitarra acustica accompagnano la voce di LaBrie nella notevole “Beneath The Surface” (una nuova, dilatata, “The Silent Man”). Il piano di “Far From Heaven” riporta alla mente le suggestioni di “Wait And Sleep”, mentre “This Is The Life” è una power ballad coi fiocchi che allaccia e condensa “Another Day”, “Peruvian Skies” e “Finally Free”.

Per il resto l’ampiamente anticipata “On The Backs Of Angels” è “Pull Me Under 2.0”, un riuscito aggiornamento del successo datato 1992 (inarrivabile, intendiamoci) verso la corrente attitudine “nu heavy” della band, mentre “Build Me Up, Break Me Down” è un’occasione sprecata, un brano innervato di pulsioni moderniste preferibile su qualche solo album di LaBrie o su “Systematic Chaos”.

Da quanto si è scritto sembrerebbe a tratti un album di plagi, invece il nuovo lavoro suona autentico, fila liscio, persuade, rincuora. E, in fondo, dà ragione a tutti. I restanti membri della band non hanno voluto la sosta auspicata da Portnoy prima dell’abbandono, hanno rimpiazzato a dovere e con consumata abilità commerciale il defezionario Portnoy e riescono a portare ancora alto, fin sopra le oscure nuvole, il vessillo della band. Ma forse aveva ragione anche Portnoy: chissà, con un lasso di tempo maggiore tra un’uscita e l’altra i Dream Theater avrebbero più tempo per ricaricare la pila dell’ispirazione e per amalgamare a dovere gli ingredienti nel calderone, così da preparare quel capolavoro che manca sulle tavole dei fan da almeno dieci anni.

Giuseppe
Moretti